La tartaruga rossa

Presentato in anteprima ad “Alice nella Città” nell’ambito dell’11a. Festa del Cinema di Roma “La tartaruga rossa” (La tortue rouge), del veterano regista olandese Michael Dudok de Wit, è un film d’animazione destinato al pubblico adulto ma al tempo stesso adatto anche ai ragazzi, soprattutto adolescenti, perché fonde allegoria e poesia, esistenzialismo ed ecologia, fantasia e realtà. Nomination all’Oscar per il Miglior lungometraggio d’animazione – con “Kubo e la spada magica”, “Oceania”, “La mia vita da zucchina” e il vincitore “Zootropolis” -, il film coinvolge e conquista perché è al tempo stesso originale e innovativo, classico e contemporaneo, commovente e suggestivo, e non ha niente da invidiare ai film con attori in carne e ossa, anzi.

Firmato dal veterano Dudok de Wit (autore del cortometraggio premio Oscar “Father and Doughter”), non a caso è prodotto dal mitico studio Ghibli – il primo film occidentale -, quello del maestro Hayao Miyazachi e Isao Takahata (lui ha contattato l’autore), e dalla francese Wild Bunch per lo studio Prima Linea.

“La tartaruga rossa” narra, attraverso la storia di un naufrago su un’isola tropicale deserta, ma popolata da tartarughe, granchi e volatili, le tappe dell’esistenza umana. Infatti, la tartaruga marina del titolo, è una creatura dell’oceano rispettata, solitaria e quieta tanto da sembrare di essere quasi immortale, ed è la vera protagonista perché, come la mitica sirena, anziché morire diventa donna e poi madre. Ed è lei a impedire al disperato naufrago di fuggire e tornare nel suo mondo.

Un lungometraggio realizzato con le tecniche tradizionali (per il 90% ‘a mano libera’), unendo il gusto e l’arte di Oriente e Occidente, in cui la vecchia storica matita sposa le nuove ‘penne’ digitali (per le tavole grafiche) e il computer (per manovrare le tartarughe). Il tutto per un film che recupera la capacità di comunicare senza l’ausilio della voce umana come nel cinema muto. Quindi, senza narratore né voci fuori campo né dialoghi, “La tartaruga rossa” – sceneggiato da Dudok de Wit con Pascale Ferran – trasmette emozioni e meraviglia, sussurri e grida, rumori e suoni della natura che circondano i protagonisti, soprattutto un maestoso oceano, ora calmo ora tempestoso.

Non ci sono i colori vivaci e scintillante del maestro giapponese, ma quelli pastello della narrativa (i fumetti) e dell’animazione europea, ma tutto è in raro equilibrio fra realtà e favola, poesia e metafora, morte e rinascita, che sono gli argomenti su cui ci induce a riflettere.

“Il film racconta la storia in modo lineare e circolare – confessa l’autore – e utilizza il tempo per parlare dell’assenza di tempo, un po’ come la musica può mettere in rilievo il silenzio. E’ un film che racconta anche che la morte è una realtà. L’essere umano tende a contrastare la morte, ad averne paura, a lottare per scagionarla e si tratta di un atteggiamento molto sano e naturale. Eppure si può avere nello stesso momento una bellissima comprensione intuitiva del fatto che siamo pura vita e non abbiamo bisogno di opporci alla morte. Spero che il film trasmetta un po’ questo sentimento”.

Infatti, è proprio questo che scopriamo in filigrana e che ci commuove veramente. Le efficaci musiche sono firmate da Laurent Perez del Mar e il montaggio da Céline Kélépikis. Nelle sale italiane dal 27 marzo distribuito da Bim Film.