Il diritto di contare

Dopo la delusione annunciata della Notte degli Oscar – tre nomination per Film, Sceneggiatura non originale e Attrice non protagonista, ma nessuna ambita statuetta per “Il diritto di contare” (titolo generico anziché l’originale “Hidden Figures” che sta sia per figura che per numero o conto ‘nascosto’) di Theodore Melfi, anche sceneggiatore con Allison Schroeder, che narra l’incredibile storia mai raccontata di Katherine Johnson (Taraji P. Henson), Dorothy Vaughn (Octavia Spencer) e Mary Jackson (Janelle Monae), tre brillanti donne (e attrici) afroamericane che – alla NASA nei primi anni Sessanta – lavorarono ad una delle più grandi operazioni della storia: la spedizione in orbita dell’astronauta John Glenn, un obbiettivo importante che non solo riportò fiducia nella nazione, ma che ribaltò la Corsa allo Spazio, galvanizzando il mondo intero.

Senza di loro, soprattutto della Johnson, l’America non avrebbe tolto il primato ai russi né sarebbe arrivata sulla luna, perché vincendo ogni pregiudizio e discriminazione è riuscita a imporre la sua intelligenza e creatività, grazie anche al direttore della missione Hal Harrison (un inedito ed efficace Kevin Costner), progressista e antirazzista come lo stesso primo astronauta John Glenn (Glen Powell). Ispirato al libro “Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race” di Margot Lee Shetterly, il film narra, senza retorica né falso moralismo, una vicenda importante e vera perché non si tratta solo di una storia di donne in lotta contro pregiudizi e luoghi comuni sul femminile, ma anche contro il razzismo allora imperante nella società americana e, comunque, mai cancellato completamente.

Per noi, “Il diritto di contare” era uno dei più importanti – se non in assoluto – di quelli candidati all’Oscar ma, come spesso accade, è stato ‘trascurato’ per altri più spettacolari e rassicuranti, convenzionali o politically correct. Perché “Hidden Figures” è obbiettivo senza ricorrere al melodrammatico, ironico senza mai cadere nel ridicolo, coinvolgente e commovente al punto giusto, a tratti divertente, quindi realistico come la vita ieri e oggi. Melfi si limita a raccontare una storia così com’è stata, senza eccessi né sdolcinature.

Inoltre, tutti, attori e tecnici sono al servizio della storia, a partire dall’ottima protagonista Taraji P. Henson che meritava almeno la nomination all’Oscar (Viola Davis per essere premiata è stata candidata come non protagonista di “Barriere” mentre è protagonista, eccome), forse più della collega Octavia Spencer che, comunque, sempre brava è stata in gara come non protagonista e, ovviamente, non ha vinto perché il riconoscimento non poteva che andare alla Davis.

Una storia importante per tutti e per questo nostro mondo contemporaneo che, nonostante le apparenze, è duro a cambiare in quanto a pregiudizi e discriminazioni. Una storia che andava raccontata sul grande schermo, magari molto prima. E, secondo noi, “Hidden Figures” meritava più dei sopravvalutati “Moonlight” e “La La Land”, se non altro qualche nomination ‘minore’. Data l’ottima ambientazione firmata dal direttore della fotografia Mandy Walker, dallo scenografo Jeremy Woolsey e Missy Parker, e dalla costumista Renée Ehrlich Kalfus. Non sono di meno il montaggio di Peter Teshner, né le musiche jazz-soul di Benjamin Wallfish, Pharrell Williams e Hans Zimmer. Comunque, il film ha ricevuto 27 premi e ha avuto 67 nomination.

Nel cast anche Kirsten Dunst (Vivian Mitchell), Jim Parsons (Paul Stafford), Mahershala Ali (Colonnello Jim Johnson), Aldis Hodge (Levi Jackson), Kimberly Quinn (Ruth), Oleg Krupa (Karl Zielinski), Kurt Krause (Sam Turner) e Lidya Jewett (Katherine adolescente). Nelle sale italiane dall’8 marzo – in concomitanza con la Giornata della Donna – distribuito da 20th Century Fox Italia.