Vi presento Toni Erdmann

Anche quella che è stata proclamata “La commedia più premiata e sorprendente dell’anno”, “Vi presento Toni Erdmann” (in originale soltanto “Toni Erdmann”), scritta e diretta dalla tedesca Maren Ade, è uscita sconfitta dalla Notte degli Oscar perché – forte dei Premi Fipresci della Critica Internazionale, del Lux Film Prize, del Fipresci al Miglior Film Straniero al Palm Springs International Film Festival e di ben 5 Premi EFA – aveva avuto la candidatura e – secondo scommettitori e critica – sembrava essere tra i favoriti, se non proprio il favorito. Però la statuetta per il Miglior Film straniero è andata, meritatamente, a “Il cliente” dell’iraniano Asghar Farhadi, dato che oltre ad appartenere ad uno dei paesi di religione musulmana a cui Trump ha negato il visto di immigrazione (il regista ha mandato un messaggio), è un ottimo film e nonostante avesse vinto la statuetta già nel 2012 con “Una separazione”.

“Toni Erdmann”, nonostante abbia qualche momento esilarante, non è una vera commedia, ma in bilico tra un dramma sentimental-malinconico e una commedia ‘alla tedesca’, cioè quello che gli americani definiscono ‘dramedy’. Un buon film, quindi, però due ore e quaranta minuti sono veramente troppi persino per un dramma esistenziale sul rapporto padre-figlia oggi. Offre, è vero, alcune cosiddette scenette e gag che, secondo il nostro parere, vengono però dilungate eccessivamente annullando quasi l’efficacia della trovata.

La comicità e la commedia hanno un ritmo tutto particolare, non facile da trovare e soprattutto da mantenere persino in un lungometraggio della durata standard di 90’, figuriamoci quando bisogna essere brillanti per quasi il doppio del tempo. Però si tratta sempre di un riuscito film d’autrice (ha dichiarato a Roma di aver pensato di accorciarlo ma, secondo lei, alcune sequenze avrebbero perso senso), incentrato sul rapporto tra un padre e una figlia che non si vedono né sentono quasi mai e hanno dei caratteri addirittura opposti.

La donna in carriera Ines (Sandra Hüller), è tutta affari e sobri tailleur, nella sua vita non c’è spazio per i sentimenti e i rapporti (umani) di lunga durata. Almeno fin quando non irrompe Winfried nei panni di Toni Erdmann (uno scatenato Peter Simonischek, illustre attore drammatico austriaco), un bizzarro burlone che ama i travestimenti e le scombina la sua programmata esistenza. E’ suo padre che, dopo la morte del suo vecchio e adorato cane, ha deciso di farle una visita a sorpresa, proprio mentre lei si trova a Bucarest per un importante progetto… Ovviamente, tra bisticci e incomprensioni, finzione e realtà, lacrime e sorrisi finiranno per (ri) avvicinarsi.

Winfried, alias Toni Erdmann, ritroverà una figlia e Ines capirà che persino un eccentrico genitore ha il diritto di occupare uno spazio nella sua, solitaria e gelida, vita. Forse proprio per questo, il film diventa universale, a maggior ragione in questi nostri tempi, perché le nuove generazioni eludono i sentimenti considerandoli una perdita di tempo (e denaro), mentre sono – nel bene e nel male – il sale della nostra esistenza.

La regista, vincitrice del Premio Speciale della Giuria al Sundance Film Festival e una nomination ai Lola Awards (gli Oscar tedeschi) con la sua opera prima “Der Wald vor Lauter Baumen” e il Gran Premio della Giuria e per la Miglior Attrice (Birgit Minichmayr) con “Alle Anderen” (Everyone Else) alla Berlinale 2009, afferma: “Tutti i miei film sono in parte autobiografici, nel senso che lo spunto da cui parto è sempre una realtà che conosco. Quando nel corso della scrittura ho affrontato il tema della famiglia, è stato interessante notare quanto poco sono riuscita a sfuggire alle mie esperienze personali. Le situazioni che conosciamo meglio sono quelle che abbiamo vissuto. Ciascuno di noi ha una sola famiglia e i rapporti tra genitori e figli durano per tutta la vita; è difficile prendere le distanze. E’ quello che succede a Ines in ‘Toni Erdmann’. Pensa che la famiglia in cui è cresciuta non abbia alcuna rilevanza nella sua vita attuale. Sono tutti intrappolati nei loro ruoli assegnati e le loro interazioni avvengono in base a rigidi modelli quasi ritualistici a cui nessuno di loro può sottrarsi”.

E poi conclude: “Non credevo di aver infranto un tabù (la commedia tedesca non è conosciuta all’estero ndr.), e quando al Festival di Cannes è stata considerata una commedia ero al settimo cielo, la cosa positiva è non avere aspettative, la reazione del pubblico ha sorpreso anche me, visto che il film ha dei momenti molto malinconici e il padre, disperato, adotta l’umorismo come forma di comunicazione. E attraverso le cose banali della vita quotidiana rivela sentimenti, sensibilità e stati d’animo”. Forse questo ha fatto sì che lo spettatore si identifichi con i personaggi e finisca per ridere di se stesso.

Nel film recitano anche Michael Wittenborn (Henneberg), Thomas Loibl (Gerald), Trystan Pütter (Tim), Hadewych Minis (Tatjana), Lucy Russell (Steph), Ingrid Bisu (Anca), Vlad Ivanov (Illiescu) e Victoria Cocias (Flavia). E a Hollywood già si prepara il remake americano con Jack Nicholson, probabilmente più scatenato che mai. Nelle sale italiane dal 2 marzo 2017 distribuito da Cinema di Valerio De Paolis.