A Good American – Il prezzo della sicurezza

Dopo “Snowden”, un documentario di scottante attualità, coinvolgente e inquietante, firmato dall’austriaco Friedrich Moser, “A Good American”, coprodotto da Oliver Stone, appunto. Un docu-thriller sul rivoluzionario programma di sorveglianza e soprattutto sulla brillante mente che l’ha creato – il decodificatore e critto-matematico Bill Binney – e su come i vertici della NSA abbandonarono questa alternativa perfetta alla sorveglianza di massa per interessi economici, e tutto solo tre settimane prima del tragico 11 settembre.

Incentrato sulla figura di Binney – a Roma per presentarlo e sostenere ancora la sua causa, che poi è quella di tutti -, il film ricostruisce la storia vera di un brillante code-breaker, inventore di ‘uno strumento di sorveglianza perfetto che divenne uno sfacciato tradimento’. Infatti, dopo la fine della Guerra Fredda, il migliore decodificatore che gli Stati Uniti abbiano mai avuto, Binney – insieme ad un piccolo team all’interno della National Security Agency (NSA) – inizia a sviluppare un rivoluzionario programma di sorveglianza in grado di captare qualsiasi segnale elettronico sul Pianeta, filtrarlo e fornire risultati in tempo reale, tutto questo senza invadere la privacy del comune cittadino. Il programma è perfetto, a parte un dettaglio: è troppo economico. Per questo motivo i vertici della NSA, bramosi di dollari e potere, lo scaricano. Poco tempo prima dell’11 settembre. E, quando la NSA incomincia la sorveglianza di massa dei cittadini americani (non solo) in seguito agli attentati, il code-breaker lascia l’agenzia. Un amico prende il suo posto e all’inizio del 2002 cerca di riavviare il programma lanciando un test-run basandosi sui dati conosciuti prima dell’11 settembre. Appena il programma viene lanciato, sullo schermo compaiono i nomi dei terroristi. La risposta della NSA è una sola: chiudere completamente i programmi.

E’ questa la storia di Bill Binney, del programma chiamato Thin Tread e di come l’alternativa perfetta alla sorveglianza di massa sia stata scartata dalla NSA per interesse economici, ovvero più milioni di dollari forniti dallo Stato per la sicurezza. Non a caso il capo, dopo la tragedia delle Torri Gemelli, esclamò: questo per noi è una ‘manna dal cielo’, simile allo scambio di battute dell’intercettazione fatta da noi dopo il terremoto de L’Aquila. “A Good American” racconta – sebbene in modo tradizionale e con qualche ricostruzione biografica nei flashback – una delle storie più importanti della società della super comunicazione ed esamina i meccanismi interni e i nodi di una rete politico-economica ormai estesa in modo globale.

Il tutto verificato dalle parole dello stesso Binney che venne addirittura processato e persino accusato di tradimento, rischiando 35 anni di prigione. Però fortunatamente lui, prevedendo le conseguenze, si era messo al sicuro – rischiava persino la vita – con una telefonata ai vertici della NSA, a Tom Drake in cui faceva appello alla verità e leggendogli l’atto con cui l’avrebbe denunciato alla giustizia, quando ormai i telefoni erano sotto controllo dell’FBI.

“Per fortuna non tutti sono così cattivi – ha detto Binney – e avevo avuto in anticipo una bozza con i capi di imputazione che avrebbero presentato e l’elenco delle prove prefabbricate, quella lettera mi ha garantito l’immunità. Se non sono più in pericolo fisicamente – prosegue – è proprio perché sono uscito allo scoperto. Più sei in vista, più sei al sicuro. Infatti, se mi capitasse qualcosa ora, tutti saprebbero di chi è la responsabilità”.

“Per me – dichiara il regista, appassionato di ‘spy stories’ -, ‘A Good American’ è prima di tutto un film sulla morale. Di sicuro non è sulla tecnologia, anche se il fatto che si tratti della storia di un software potrebbe suggerirlo. Non è sulla politica. O sulla sicurezza nazionale. Il mio film è su quei valori di una volta che sembrano essere spariti”.

Infatti, Binney oltre ad essere un genio critto-matematico è un modesto e onesto cittadino, un patriota che ci tiene molto al suo Paese e a quei valori che una volta lo rendevano grande: libertà, democrazia, giustizia, e ancora una magistratura indipendente, lo stato di diritto, il pluralismo, la diversità, la creatività, l’etica del duro lavoro unita a un buon senso dell’umorismo, e persino d’ingenuità. Quando Dick Cheney e Michael Hayden hanno introdotto la sorveglianza di massa e la tortura dopo l’11 settembre, è stata per Binney la goccia che ha fatto traboccare il vaso, l’ultimo tradimento di tutto ciò per cui aveva lottato per l’intera vita e la sua carriera: i principi della Costituzione americana.

“Per il momento alla NSA non ha pagato nessuno – conclude Binney -, nemmeno quattro anni per violazione dei diritti costituzionali. La situazione è preoccupante perché stanno usando il programma solo per accumulare dati, il loro potere è enorme, mentre i loro metodi si avvicinano a quelli usati in passato da Hoover, cercando prove contro lo stesso Presidente. Dovremmo azzerare tutto e ricominciare daccapo. Forse allora la speranza per questo colpo di spugna, ora è proprio Trump, che ha l’autorità per mandarli a casa”. “Il documentario è stato accolto ovunque con una standing ovation – chiude – segno che la gente è con noi per difendere la libertà e la democrazia, non me né il governo”. Nelle sale italiane dal 2 marzo distribuito da Arch Film.

 

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