Premiata ad Atrani la scrittrice Gladis Alicia Pereyra

PREMIATA AD ATRANI LA SCRITTRICE GLADIS ALICIA PEREYRA PER IL ROMANZO “I PANNI DEL SARACINO”

  In una splendida cornice e nell’ambito di …incostieraamalfitana.it Festa del Libro in Mediterraneo – evento insignito del Premio Internazionale “Comunicare l’Europa” 2016-, ad Atrani, si è svolto martedì 7 giugno a partire dalle ore 20.00 l’incontro con le scrittrici Gladis Alicia Pereyra (“I panni del saracino”, Manni) e Valentina Lippi Bruni (“Tertius Decimus il tredicesimo apostolo”, Giunti).

  A fine serate le due scrittrici sono state premiate: a Gladis Alicia Pereyra è stato assegnato il Premio Internazionale di Narrativa e Poesia “Città di Caserta”, mentre a Valentina Lippi Bruni è stato attribuito il Premio UNPLI Comitato Provinciale di Salerno “Autore emergente”.

  Intervistate dallo stesso direttore organizzativo della rassegna estiva – in corso dal 24 maggio fino al 17 luglio 2016 –, Alfonso Bottone, le autrici hanno risposto a domande e curiosità disegnando i personaggi e illustrando gli argomenti affrontati dai loro romanzi.

  Incentrato sulla vicenda di Nerino dei Buondelmonti, cavaliere fiorentino, poi pirata e infine corsaro al servizio di Genova, il romanzo di Pereyra si apre su uno scenario apocalittico. Siamo a San Giovanni d’Acri, è il 19 maggio 1291; il giorno prima le truppe del Sultano di Egitto hanno invaso la città e massacrato la popolazione senza fare distinguo di sesso o di età. Acri era l’ultimo baluardo cristiano in Palestina dopo la caduta di Gerusalemme.

  “Non ho inventato nulla – dichiara l’autrice – mi sono limitata a descrivere una delle tante stragi di allora. Acri era una città molto ricca e il suo porto faceva concorrenza a quello di Alessandria di Egitto. C’erano motivi economici, oltre a religiosi e politici che spingevano il Sultano a distruggere Acri.”

  “Ma non è assolutamente un romanzo di cappa e spada” afferma Bottone. “No, non è un romanzo di cappa e spada nonostante ci sia molta azione, battaglie, duelli, rapimenti – conferma Pereyra – è la storia di una trasformazione. La storia dell’identificazione di un pacifico francescano con la sua ombra, il suo doppio selvaggio e crudele, nascosto nel più intimo di sé e che la violenza scatenatasi su Acri richiama alla luce.”

  “Come gli eroi dei miti – prosegue -, Nerino scenderà negli inferi, ma a differenza degli inferi mitologici, luoghi fuori dal tempo e dallo spazio, un mondo alieno in cui l’eroe viene immerso, gli inferi o l’inferno che attraversa Nerino è stato creato da lui stesso. Gli eroi che compiono la discesa, al ritorno portano sempre qualcosa in superficie  e anche Nerino porterà qualcosa: porterà una più profonda conoscenza di sé.”

 

  L’opera di Gladis Alicia Pereyra parla anche di amore, lealtà, amicizia, in primis col ‘gigante’ Teo che – secondo l’autrice – è “una sorta di alter ego di Nerino. La sua amicizia nasce da sensazioni gentili tanto che possiamo dire che se ne innamora ma non dal punto di vista omosessuale, il suo amore va oltre quello paterno anzi è quasi materno”. Poi c’è l’amicizia e la solidarietà con Remigio quelle che si instaurano fra soldati, e infine con il conte Fieschi, fratello di Anna – la donna amata da Nerino -, è un’amicizia intellettuale e spirituale molto forte.

  Il libro della Lippi Bruni, ambientato negli anni ’50, parte dall’abbandono di tre gemelli neonati e dal ritrovamento di un misterioso diario di un parroco, intorno al quale gira l’intero romanzo. Protagonista uno dei tre gemelli, Pietro, cresciuto con i fratelli da suor Bernarda poi costretta a darli via, nonostante la nascita di un immenso e forte sentimento che l’ha portata a sentirsi madre.

  “E proprio Pietro è l’unico a non essere felice – dichiara l’autrice -, a portarsi addosso una rabbia repressa, a pensare di cosa è colpevole Dio. Da ciò il rapporto conflittuale perché per lui è Dio che li ha abbandonato, a non conoscere la propria famiglia, a dividerlo dai fratelli. E a questo punto è meglio pensare che Dio non esiste a che essere stato da lui abbandonato. Lui fin da bambino è stato coraggioso, protettivo verso i fratelli, è lui il cavaliere senza macchia e senza paura, dall’anima molto buona.”

  La vicenda di Don Massimo corre parallela alla vita di Pietro e poi si incrociano. “E’ un giovane prete – spiega Lippi Bruni -, molto intraprendente e in carriera che viene mandato in un piccolo paese dove poter riportare la fede, ed è lui a scoprire il diario di Don Orazio che racconta che, durante degli scavi sulla tomba di San Pietro, era stata scoperta un antichissima croce capovolta con delle scritte in aramaico. Un fatto che spaventa la Chiesa perché sembra racchiudere un modo per arrivare a Cristo in un viaggio spirituale in una sorta di macchina del tempo”.
José de Arcangelo