Matisse Arabesche

ALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE “MATISSE ARABESQUE” OVVERO IL FASCINO DELL’ORIENTE NELL’OPERA DI UN GRANDE ARTISTA CHE DOVEVA FARE L’AVVOCATO

  Il fascino dell’Oriente attraverso l’arte e la pittura in “Matisse Arabesque”, la mostra in corso a Roma alle Scuderie del Quirinale – dal 5 marzo al 21 giugno 2015 -, promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e Turismo, organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in coproduzione con Mondo Mostre e catalogo a cura di Skira editore.

  E pensare che il celebre artista non era nemmeno destinato alla pittura, tant’è che diceva “Sono figlio di un commerciante di sementi, al quale avrei dovuto succedere nella gestione del negozio”, e aveva cercato di intraprendere la carriera di avvocato prima di diventarlo. Però sarà la sua salute a cambiare la sua esistenza. Lavorava come assistente in uno studio legale di Saint-Quentin, quando nel 1890 una grave appendiciti lo costrinse a letto per quasi un anno. E’ così che comincia a dedicarsi alla pittura e, dal 1893, frequenta l’atelier del pittore simbolista Gustave Moreau insieme con l’amico Albert Marquet, ma si iscrive ufficialmente alla Scuola di Belle Arti nel 1895, dove insegnano appunto, molti Orientalisti. Da lì e dai successive viaggi nasce l’ispirazione per l’arte e la cultura dei paesi prima mediorientali e poi dell’Oriente vero e proprio.

  Infatti, “La révélation m’est venue d’Orient” raccontava Henri Matisse nel 1947 al critico Gaston Diehl: una rivelazione che non fu uno shock improvviso ma – come testimoniano i suoi quadri e disegni in mostra – viene piuttosto da una crescente frequentazione dell’Oriente e si sviluppa nell’arco di viaggi, incontri e visite a mostre ed esposizioni.

  “La preziosità o gli arabeschi non sovraccaricano mai i miei disegni – diceva -, perché quei preziosismi e quegli arabeschi fanno parte della mia orchestrazione del quadro.”

  Ma non solo, Matisse rivolge il suo sguardo anche verso schemi decorativi delle culture estremo-orientali – come può constatarsi in sala 3 – e ritorna ai picchi di colore soprattutto nei due dipinti della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, il ‘Ramo di Pruno su fondo verde’ della fine degli anni Quaranta, e ‘Fruttiera ed edera in fiore’ del 1941, le cui cromie brillanti e i motivi vegetali sono frutto dell’interesse di Matisse per la semplicità decorativa dell’Estremo Oriente, accanto a ceramiche e surimono giapponesi che riecheggiano, di quei dipinti, le forme e i motivi staccati dallo sfondo.

  Una mostra per (ri)scoprire un artista che trasformò, rievocandole, la semplicità e la delicatezza di un mondo antico e lontano in nuova arte attraverso il suo intenso sguardo. Un vero mix in cui si fondono mondo antico e moderno, Oriente e Occidente, luce e ombra, colori e bianco-nero, geometrie e forme naturali, reale e fantastico, sempre in bilico tra realtà e fiaba.

  “Matisse arabesque”, come afferma la curatrice Ester Coen, “nella duplice natura del titolo è compresa la forza di un’idea che, contemporaneamente, allude a una visione concettuale, all’interpretazione di una superficie pittorica, al richiamo di tradizioni culturali che nell’ornamentazione racchiudono il senso di una simbologia fondata sugli archetipi di natura e cosmo”.

  In esposizione oltre cento opere con alcuni capolavori assoluti – per la prima volta in Italia – dai maggiori musei del mondo: Tate, MET, MoMa (New York), Puškin (Mosca), Ermitage (San Pietroburgo), Pompidou e Orangerie (Parigi), Philadelphia, Washington solo per citarne alcuni. Dai celebri “Pesci rossi” e “Gigli, Iris e Mimose” alle “Tre sorelle” e la “Danzatrice spagnola”; da “Nudo disteso su piccolo tappeto africano” al “Marocchino in verde”, un suggestivo viaggio dove la realtà diventa favola e viceversa.

  Nei disegni, nei quadri e addirittura nei costumi per il balletto russo ‘Le Chant du Rossignol’, l’artista attraverso i suoi artifici, i suoi arabeschi, appunto, e i suoi colori, “suggerisce uno spazio più vasto, un vero spazio plastico” e offre un nuovo respiro/atmosfera alle sue composizioni, liberando la sua arte dalle costrizioni formali, dal bisogno di prospettiva e dalla ‘somiglianza’ per aprire uno spazio di colori vivaci e vibranti, offrendo una nuova idea di ‘arte decorativa’ fondata sull’idea di superficie pura.

José de Arcangelo

LA MOSTRA SALA PER SALA E OPERA PER OPERA

  Nella prima sala ci accoglie la monumentale natura morta ‘Gigli, Iris e Mimose’ del 1913 (Museo Puškin, Mosca) anticipatoria della magia cromatica dei toni dell’azzurro e del verde, colori che Matisse riprende dal mondo della decorazione orientale, in particolare dalla ceramica ottomana e nord-africana del XV e XVI secolo, ove la natura è rappresentata in modo simbolico.

  Ma già dalla sala successiva il percorso della mostra propone suggestioni diverse: il primitivismo, di cui è nota la passione di Matisse e il suo amore collezionistico per le maschere e i tessuti africani. I colori si scuriscono e i segni diventano semplici, geometrici, come nelRitratto di Yvonne Landsberg del 1914, capolavoro del Philadelphia Museum of Art e vicino, come potenza visiva, alle Demoiselles d’Avignon del 1907, icona rivoluzionaria dei linguaggi artistici del Novecento. Accanto, una serie di eccezionali ritratti che raccontano la trasformazione sempre più essenziale del tratto dell’artista: dall’Italiana del 1916 (Solomon R. Guggenheim Museum, New York), alla Ragazza con copricapo persiano del 1915 – 16 (The Israel Museum, Gerusalemme), alle Tre sorelle del 1916-17 (Musée de l’Orangerie, Parigi): atmosfere primitivistiche per spingere lo sguardo a individuare i rapporti di fascinazione di Matisse con oggetti, maschere e tessuti africani.

  Nella sala 4 il mondo del Mediterraneo esplode nei suoi colori più significativi, attraverso il Marocco e il rapporto con il mondo islamico (Matisse possedeva tessuti di tutte le regioni del mondo con cui usava tappezzare le pareti dei suoi atelier, nello stile delle abitazioni dei nomadi). Nel celeberrimo ‘Zohra sulla terrazza’ del 1912 (ancora del Museo Puškin, Mosca) che per la prima volta viaggia in Italia, così come in ‘Marocchino in verde’ sempre del 1912 (Ermitage, San Pietroburgo) e negli altri quattro quadri della sala, capolavori di questi anni, Matisse rende l’effetto ‘tessile’ dell’impianto pittorico attraverso l’estrema semplificazione dell’immagine e l’esuberanza del colore che tocca qui le note più acute. In questa sala, in chiave puramente evocativa, saranno presentate due grandi pareti formate da maioliche di Iznik, ovvero di tradizione turco-ottomana del XV e XVI secolo, ma anche proveniente dal mondo siriano e della Persia.

  Nella sala 5, un Matisse meno comune ci sorprende con tre straordinari paesaggi degli anni dieci ‘Pervinche – Giardino marocchino’ del 1912 (MoMA, New York), ‘L’albero presso il laghetto di Trivaux’ del 1916 (Tate, Londra) e ‘La Palma’ del 1912 (National Gallery of Art, Washington) così legati alle suggestioni del viaggio in Marocco, opere in cui Matisse elabora la sintesi dell’intarsio cromatico sulle dominanti del verde e del rosa. Accanto ai paesaggi, in questa sala, alcune illustrazioni di Matisse, le acqueforti con segno regolare e sottilissimo per il libro di poesie di Mallarmé del 1932. L’artista dice di queste illustrazioni “Il problema consisteva nell’equilibrare le pagine – una bianca, quella dell’acquaforte, e una nera, quella della tipografia. Ho risolto questo problema modificando il mio arabesco in modo che l’attenzione di chi guarda sia attirata allo stesso modo dal foglio bianco e dalla promessa di lettura del testo.”

  Nello studio di Matisse, tra collezioni di vasi islamici, preziosi stoffe orientali e gabbie di tortore bianche, era presente spesso anche una modella. Affascinato dal rapporto tra il corpo femminile e l’ambiente dell’atelier, allestito sempre come una scenografia, l’artista dipingeva la magia delle odalische distese, sedute o in piedi e dei tessuti arabescati, sottolineando il gioco di linee che invadevano lo spazio nella seducente esplosione di colori. Nella Sala 6 ecco il fascino misterioso di Odalisca blu del 1921 (dall’Orangerie), la sensualità di Due modelle che si riposano del 1928 e del Paravento moresco del 1921 (entrambi dal Philadelphia Museum of Art) e poi ancora raffinatissimi e sapienti disegni di profili femminili nelle misteriose pose e nei ricchi abiti di odalische.

  Ma i viaggi ritornano ancora, questa volta con rimandi a motivi decorativi europei: l’abito spagnolo nel dipinto dal piglio energico dellaDanzatrice spagnola del 1909 (dal Museo Puškin) o nell’abito giallo di Katia del 1951 (dalla Fondazione Pierre e Tana Matisse di New York). E poi alcuni disegni di nudi degli anni Trenta, come Nudo disteso su piccolo tappeto africano del 1935 (Centre Pompidou), Donna che si riposa del 1935, Nudo seduto del 1944 e Nudo disteso sulla schiena del 1946 (Museo Matisse, Nizza).

  Matisse collabora – come tanti artisti dell’epoca, tra cui lo stesso Picasso – con i Balletti Russi di Diaghilev, e alle Scuderie lo vediamo cimentarsi nella realizzazione di costumi ed abiti di scena. Accompagnati dalle note di Stravinskij, invadono lo spazio i costumi delChant du Rossignol del 1920, disegnati per il balletto coreografato da Léonide Massine, una sorta di opera totale dove balletto, musica e pittura si intrecciano in un’unica fantastica visione.

   La mostra prosegue in sala 9 con un gioco di rimandi tra interno ed esterno attraverso i dipinti Interno con fonografo del 1934 (dalla Pinacoteca Giovanna Marella Agnelli) Interieur à Etretat del 1920, dove il tema della finestra, motivo della possibilità di superare con lo sguardo i confini della tela, riconduce interno ed esterno sulla stessa dimensione pittorica.

  Nell’ultima sala ritorna il gesto essenziale nei sorprendenti studi e disegni di foglie, alberi e piante, dalle superfici smisurate, dalla potenza di veri e propri dipinti, in particolare il Buisson del 1951 della Fondazione Maeght o l’Arbre del 1951 (Centre Pompidou), disposti come una immensa foresta vegetale sulla parete, in un crescendo che culmina nel momento di massima concentrazione sul noto, splendido dipinto del Puškin, i Pesci rossi, capolavoro del 1912.

  Una mostra che, attraverso il rimando a oggetti delle ricche e fastose culture figurative citate, a ibridazioni e a commistioni di generi e stili, farà rivivere il lusso e la delicatezza di mondi antichi, esaltati dallo sguardo visionario, profondo e straordinariamente contemporaneo di un artista geniale e grandioso come Matisse.

Orari: da domenica a giovedì dalle 10.00 alle 20.00 – Venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30. Non si effettua chiusura settimanale.

Ingresso 12,00 euro – Ridotto 9,50 euro