Il regista Mike Leigh a Roma racconta il suo “Turner” artista e uomo

In occasione dell’uscita in sala – dal 29 gennaio 2015 distribuito da Bim – di “Turner” di Mike Leigh con Timothy Spall, miglior attore al Festival di Cannes e in corsa per l’Oscar, abbiamo incontrato il regista a Roma per parlare appunto del film che rievoca un quarto di secolo dell’esistenza dell’artista inglese che rivoluzionò la pittura nell’800, e si conclude con la sua morte nel 1851.

“Io non scrivo sceneggiature – ci confessa Leigh -, il copione è il risultato di una lunga collaborazione e di prove, un processo di conoscenza con gli attori. Timothy è la prima e unica persona a cui ho pensato per interpretare Turner, e lui ha accolto la proposta convenendo con me che dovesse imparare a dipingere, nei due anni e mezzo di lavoro di preparazione del film”.

“Non è un documentario ma una riflessione su 26 anni della sua vita – dichiara il regista -, ci sono tante cose che ci sono e altrettante che non ci sono, ho dovuto fare una sorta di selezione ottimale per trasmettere l’essenza dell’uomo e dell’artista, e sono stato costretto a rinunciare ad un’importante meta dei suoi viaggi e fonte d’ispirazione dei suoi quadri come Venezia, perché sarebbe costato troppo spostare l’intera troupe per una sequenza (il suo film è una produzione indipendente tra Gb, Francia e Germania ndr.), di più perché ambientata in un’altra epoca. Nel contesto dei limiti ho cercato di fare tutto quello che potevo rispettando la veridicità degli eventi, e il film è una specie di distillato il più vero possibile, racconta di un gruppo di persone, di un essere umano e di un artista. Possiamo considerarsi una scena documentaria, quella alla Royal  Academy perché accadde veramente. Turner vide il suo dipinto dominato dal grigio collocato accanto a quello dai rossi accessi di Constable e mise una macchia rossa sull’acqua per poi trasformarla in una boa. Ho cercato di dare una struttura cinematografica a tutti i documenti raccolti all’interno della finzione perché fosse più vicina alla realtà”.

“Non avevo l’intenzione di creare una struttura narrativa sul modo di vivere e di lavorare di Turner perché non è un biopic – continua -, ma una costruzione basata sul binomio causa-effetto, la contrapposizione tra immagini ed eventi è il risultato finale, una somma non casuale di quanto è stato, e in parte è una riflessione sulla natura dell’arte e dell’essere artista. Il film non spiega il processo creativo perché è impossibile spiegarlo, ma è una riflessione sul mestiere, sull’ardua impresa della pratica artistica che è anche una professione, il sublime in costante tensione col vivere quotidiano”.

“Esistono molti disegni di prostitute – aggiunge su altre sequenze -, però John Ruskin che è stato l’esecutore testamentario, oltre che critico e sostenitore di Turner, per bigottismo ne ha distrutto una gran parte, quelli sopravvissuti fanno parte dell’archivio, e su questi è stato pubblicato un libricino di disegni  erotici”.

“Sulla ragazza morta annegata nel Tamigi non ha saputo trattenersi (la scena sul finale ndr.), di alzarsi dal letto agonizzante per disegnarla, un documento che ha un valore simbolico e metaforico, perché Turner dedica un ultimo sforzo per disegnare una ragazza morta nell’approssimarsi della sua morte”.

“Turner reagiva alla vita e agli elementi naturali con grande e diversa sensibilità – precisa l’autore -, quindi anche all’amore e ai rapporti interpersonali. Io, invece, ho frequentato la scuola d’arte e in realtà so disegnare e dipingere, ma è qualcosa che non ho mai praticato, ho sempre fatto cinema e teatro, guardo e seguo l’arte, perché il cinema ne è un insieme di pittura, architettura, scultura, musica; inoltre l’arte fa parte del bagaglio culturale e cinematografico. Non sono un collezionista, ma posseggo opere di illustratori e fumettisti, non prendo quasi mai dei quadri, anche perché vivo in un appartamento vittoriano che ha tante finestre e poche pareti”.

 

“Anche l’episodio che riguarda la fotografia è un fatto realmente accaduto, ci sono molti documenti che dimostrano quanto Turner fosse affascinato da essa tanto da farsi fotografare, ne ha colto gli elementi futuri e lo sviluppo che questo mezzo avrebbe avuto nel tempo. La cosa che lo stupisce è che la fotografia non è a colori e forse è stato l’unico a pensarci allora. Ho ritenuto fondamentale includere questi eventi per illustrare una personalità e le implicazione che la fotografia ha impattato sulla sua pittura, nonostante lui avesse già compiuta la vera rivoluzione nella pittura e dimostrato di  essere un grande anticipatore dell’espressionismo e dell’arte pittorica del suo secolo. Infatti, vedeva nella fotografia una sorta di reincarnazione della pittura”.

“Non  mi piace come il cinema vede le persone, artisti e non, la vita non è quella di Hollywood, credo che da questo dipenda il successo del nostro film. Il fatto è che di solito abbiamo a che fare con immagini iconiche, con dei miti, ma se decidiamo di affrontare e trattare l’esistenza umana com’era allora, e per quello che la vita è, dobbiamo constatare che è imperfetta, sporca, disordinata, dove il sesso non è meraviglioso, l’amore non è bellissimo, le persone non sono belle come nei film americani. Da piccolo ho sempre guardato la realtà attorno a me e ho cercato di rappresentarla in maniera onesta perché mi affascina poter decidere su questo mestiere, sovvertire l’idea precostituita e mi ha spinto a raccontare Turner mostrandolo nel suo secolo. Noi oggi ci facciamo la doccia tutti i giorni, lui, forse, non l’ha mai fatta. La gente spesso vede l’artista come una persona quasi angelica, una signora mi disse, dopo aver visto il film, ‘non immaginavo che Turner potesse essere così nell’aspetto e nello stile di vita’, come se i quadri fossero una versione ectoplasmatica riversata sulla tela, invece l’artista è uno che si sporca le mani per fare un’arte sublime”.

“Da un lato Turner era affascinato dalla luce ultravioletta dall’altra dalla ferrovia – prosegue -, per questo motivo era un grande rivoluzionario, era qualcosa che veniva dal suo interno, era un prodotto della sua epoca, aveva la stessa fascinazione di assorbire quello che c’era attorno a lui, e questo lo ha portato ad essere rivoluzionario nell’espressione artistica”.

“Amava mangiare, bere, scopare, ridere. E’ quello che noi facciamo nei confronti dei critici – dice sul suo rapporto col giovane critico d’arte -, Turner, invece, considerava Ruskin un caz…, ma è entrato nella sua vita con entusiasmo e diventato il suo paladino. Turner ne aveva un atteggiamento ambivalente verso di lui, lo considerava un po’ eccessivo, faticoso da seguire, però si fidava di lui. Il film emana respira traspira quello che Turner aveva nella sua tavolozza, nello spirito, nella realtà della sua vita, per riuscire ad apprendere tutto questo ho studiato i quadri ad olio, gli acquerelli, i disegni, i colori, ci è voluto molto tempo per dare un valore aggiunto a quella che sarebbe stata l’immagine e il direttore della fotografia Dick Pope l’ha restituito insieme alla costumista (Jacqueline Durran) e alla scenografa (Suzie Davies)”.

“Non avrei saputo farlo altrimenti – conclude -, non è un racconto frammentato ma in parallelo rispetto a quelli più convenzionali, più tondeggianti, i film fatti da altri non li ho paragonati a questo, per me il film è come il movimento di un concerto, ha una sinuosità, una struttura architettonica precisa, anche perché l’azione si svolge su 26 anni e ho dovuto cogliere qui e là”.

“Col tempo saprete qual è il mio progetto per un film d’epoca – annuncia in chiusura -, ma non sarà su un grande artista. Non mi affascina più del presente, ma faccio una cosa alla volta, l’idea si presenta nello stesso modo, sia del passato, del presente o nel futuro”.