Torneranno i prati

A oltre cinquant’anni da capolavori come “La grande guerra” di Mario Monicelli, “Per il re e per la patria” di Joseph Losey, “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick,  un po’ di più da “La grande illusione” di Jean Renoir, un po’ meno da “Uomini contro” di Francesco Rosi, la prima guerra mondiale torna sul grande schermo in un film di Ermanno Olmi, per la prima volta su ‘commissione’ (propostogli da Rai Cinema), anche perché il maestro aveva annunciato di ritirarsi. E il regista ha fatto subito suo il progetto e l’opera cinematografica degna del suo stile e delle sue idee sull’uomo e sulla natura.

Prende spunto dai racconti del padre che “aveva 19 anni quando venne chiamato alle armi – dice l’autore. A quell’età, l’esaltazione dell’eroicità infiamma menti e cuori soprattutto dei più giovani. Scelse l’Arma dei bersaglieri, battaglioni d’assalto, e si trovò dentro la carneficina del Carso e del Piave, che segnò la sua giovinezza e il resto della sua vita”.

E Olmi ha fatto un film sul dolore della guerra, “di quegli istanti terribili in attesa dell’ordine di andare all’assalto e sai che la morte è lì, che ti attende sul bordo della trincea. Ricordava i suoi compagni e più d’una volta l’ho visto piangere”.

Siamo sul fronte Nord-Est, dopo i sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani, nell’arco di una sola nottata. Tutto ciò che si narra è realmente accaduto, ma non si tratta di un racconto realistico ma evocativo, dove la natura – attraverso animali, neve e alberi – irrompe con tutta l’energia e la bellezza della vita, in contrasto con un’attesa di morte e distruzione imminente.

Bellissima e struggente la scena del larice, ‘albero d’oro’, colpito dalle bombe e divorato dalle fiamme. Una rievocazione del grande tradimento ad un’intera generazione – che non è stata la prima e purtroppo non sarà l’ultima – mandata al massacro senza un perché, visto che la guerra non ha logica né giustificazioni, e altro non è che un conflitto per il potere e la ricchezza di pochi, fondato sul tradimento dei più deboli.

Un inno alla vita in uno scenario di morte creato dall’uomo stesso a scapito delle relazioni umane, della solidarietà, di una pace interrotta da una grande menzogna denominata patria. Un grido di dolore per non dimenticare, anzi per ricordare questo ‘grande tradimento e chiedere scusa’. “Perché il nemico non è quello della trincea di fronte ma chi ti ha mandato a colpire quelli come te”.

“Della 1a. Guerra Mondiale non è rimasto più nessuno di coloro che l’hanno vissuta – conclude Olmi – e nessun altro potrà testimoniare con la propria voce tutto il dolore di quella carneficina”.

Supportato dall’ottima fotografia del figlio Fabio Olmi (messa in risalto dalla pellicola 35mm) e dalle musiche di Paolo Fresu, “Torneranno i prati” è un intenso e poetico ritratto di umanità mandata al macello, dove si rispecchiano i milioni di giovani soldati e civili morti in un conflitto, la cui verità rischia di restare sepolta nonostante le celebrazioni del centenario.