Hogarth, Reynolds, Turner. Pittura inglese verso la modernità

DA ROMA, UN SUGGESTIVO VIAGGIO IN INGHILTERRA CON LA MOSTRA “HOGARTH, REYNOLDS, TURNER. PITTURA INGLESE VERSO LA MODERNITA'”

  “Hogarth, Reynolds, Turner. Pittura inglese verso la modernità” è il titolo della nuova mostra ospitata dal Museo Fondazione Roma, nella sede di Palazzo Sciarra, dal 15 aprile al 20 luglio 2014. Dopo il successo della mostra “Roma e l’Antico. Realtà e visione nel ‘700” – realizzata tra il 2010 e il 2011 -, che ha posto l’attenzione sul ruolo svolto dall’antichità classica, quale modello ineludibile per lo sviluppo delle arti, dell’erudizione e del gusto, che dalla capitale pontificia si diffuse in tutta Europa, questa esposizione rivolge l’attenzione al contesto britannico, dove l’alternativa al linguaggio classicista, porta alla definizione di una propria identità artistica capace di interpretare quella modernità che diventerà nell’Ottocento linguaggio comune per l’intero continente.

  Promossa dalla Fondazione Roma, in collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma, e organizzata dalla Fondazione Roma – Arte-Musei, la mostra, curata da Carolina Brook e Valter Curzi, intende offrire al pubblico una visione d’insieme dello sviluppo artistico e sociale, che si definì nel XVIII secolo di pari passo con l’egemonia conquistata dalla Gran Bretagna in ambito storico, politico ed economico. A tal fine è stato riunito un corpus di oltre 100 opere, provenienti dalle più prestigiose istituzioni museali quali il British Museum, la Tate Britain Gallery, il Victoria & Albert Museum, la Royal Academy, la National Portrait Gallery, il Museum of London, la Galleria degli Uffizi alle quali si unisce il nucleo di opere provenienti dall’importante raccolta americana dello Yale Centre for British Art.

  E proprio, dopo la precedente mostra con “la quale si è voluto documentare come l’eredità dell’Antico abbia nel Settecento rilanciato il mito di Roma e la sua centralità in tutti i campi della produzione delle arti – dice il Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, Presidente Fondazione Roma -, è stata avviata su mio impulso una riflessione su quei contesti che tale eredità hanno in parte riutilizzato per la definizione di una propria identità culturale”.

  “L’Inghilterra fu una delle prime nazioni ad appropriarsi dei valori della classicità – prosegue – per legittimare il primato politico, economico e sociale conquistato tra Seicento e Settecento. Tuttavia, l’esigenza di definire al tempo stesso la peculiarità del contesto britannico guiderà la nazione anche verso la ricerca di un’arte autoctona, in grado di rappresentare le istanze maggiormente innovative, preludio di una modernità che nell’Ottocento diverrà linguaggio comune per il Continente”.

  “Hogarth, Reynolds, Turner. Pittura inglese verso la modernità”, offre quindi al pubblico italiano e internazionale le opere dei maggiori pittori del tempo, testimoni privilegiati del mondo anglosassone – ma non solo – che, attraverso la loro visione artistica, non priva di ironia e di critica sociale, puntano a restituire la complessa trama di motivazioni storiche, economiche e culturali dell’epoca.

  Nel loro mirino troviamo soprattutto la loro capitale: “Londra, cuore pulsante e caotico di un vasto impero – afferma ancora Emanuele -, diventa nel giro di pochi anni il centro degli scambi commerciali mondiali e delle attività industriali, economiche e finanziarie. Il fenomeno di inurbamento e la ricostruzione, seguita all’incendio devastante del 1666, trasformano la città in una vera metropoli. Così come documentato ad apertura della mostra, artisti come Scott, Marlow, Sandby, ai quali si aggiunge la grande maestria del veneziano Canaletto trasferitosi in Inghilterra, si fanno testimoni di una città in costante evoluzione, in cui fioriscono nuove infrastrutture e si creano nuovi spazi sociali”.

  E la aristocrazia, prima unica committente, viene man mano sostituita da una borghesia urbana, sempre più interessata a nuovi costumi sociali e nuovi orizzonti filosofici e scientifici, oltre a se stessa. Tramite le opere di Hogarth, Reynolds, Wright of Derby, Zoffany e Füssli, le figure emergenti dei quadri sono, infatti, industriali, scienziati, esploratori, oltre che artisti, musicisti, attori e persino sportivi, i quali passano in primo piano come si può constatare seguendo il percorso espositivo.

  Il teatro shakespeariano porta alla ribalta interpreti straordinari come Garrick – mito ineguagliabile di un pubblico sempre più vasto e partecipe -, il quale ha fornito diversi soggetti drammatici al pittore Füssli, che è riuscito a trasformarle nelle scene più visionarie della storia della pittura, di cui la mostra offre una ricca selezione.

  Generi prediletti nel contesto inglese di allora sono, ovviamente, il ritratto e il paesaggio, a cui l’esposizione dedica un’ampia riflessione, mostrando in parallelo le opere degli autori principali: Reynolds, divenuto il ritrattista di maggior successo per aver conferito a questo genere i tratti del grande stile, e/o il rivale Gainsborough, uno dei massimi pittori del ritratto naturalistico.

  Una viaggio nel tempo e nell’arte che illustra allo spettatore le diverse articolazioni sperimentate nel campo del ritratto, dal mezzo busto alla figura intera immersa nel paesaggio, ai gruppi, i ‘conversation pieces’, in cui famiglie o circoli di amici trovano un’originale forma di rappresentazione.

  Infine, al paesaggio vengono dedicate le ultime tre sezioni, nelle quali si può osservare l’evoluzione del genere verso la modernità, appunto. Dal punto di vista tecnico, l’innovazione che permette agli artisti di lavorare all’aperto per cogliere con immediatezza le variazioni luministiche del paesaggio, restituendo le differenti peculiarità di scenari inglesi e italiani. Si passa dai raffinati fogli provenienti dal British Museum, ovvero l’acquarello; ai dipinti a olio, terminati nell’atelier, di maestri come Gainsborough, Wilson, Stubbs, Wright of Derby, che dimostrano gli esiti più significativi cui è pervenuta la scuola britannica.

  Chiude in bellezza il confronto proposto fra Constable e Turner attraverso cui, con l’entrata nel XIX secolo, si può ammirare lo sviluppo della pittura inglese come espressione di una modernità che per la prima volta invita a guardare all’Inghilterra come modello.

  La ‘visita’ nell’Inghilterra del Settecento è favorita da un allestimento che – come da lunga tradizione -, la Fondazione Roma propone in ogni sua mostra con il duplice obiettivo di contestualizzare le sale espositive agli ambienti dell’epoca ed educare al bello, riprendendo fedelmente alcune architetture, sia esterne sia interne, di Robert Adam, come “una delle più riuscite sale doriche” della Hall d’ingresso di Harewood House, nell’atmosfera inglese del ‘700.

  Il progetto è il risultato di un lavoro di oltre tre anni, seguito dalla Fondazione Roma-Arte-Musei e dai curatori della mostra, Brook e Curzi, che hanno potuto contare sull’impegno di un comitato scientifico compost

  “Hogarth, Reynolds, Turner. Pittura inglese verso la modernità” è il titolo della nuova mostra ospitata dal Museo Fondazione Roma, nella sede di Palazzo Sciarra, dal 15 aprile al 20 luglio 2014. Dopo il successo della mostra “Roma e l’Antico. Realtà e visione nel ‘700” – realizzata tra il 2010 e il 2011 -, che ha posto l’attenzione sul ruolo svolto dall’antichità classica, quale modello ineludibile per lo sviluppo delle arti, dell’erudizione e del gusto, che dalla capitale pontificia si diffuse in tutta Europa, questa esposizione rivolge l’attenzione al contesto britannico, dove l’alternativa al linguaggio classicista, porta alla definizione di una propria identità artistica capace di interpretare quella modernità che diventerà nell’Ottocento linguaggio comune per l’intero continente.

  Promossa dalla Fondazione Roma, in collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma, e organizzata dalla Fondazione Roma – Arte-Musei, la mostra, curata da Carolina Brook e Valter Curzi, intende offrire al pubblico una visione d’insieme dello sviluppo artistico e sociale, che si definì nel XVIII secolo di pari passo con l’egemonia conquistata dalla Gran Bretagna in ambito storico, politico ed economico. A tal fine è stato riunito un corpus di oltre 100 opere, provenienti dalle più prestigiose istituzioni museali quali il British Museum, la Tate Britain Gallery, il Victoria & Albert Museum, la Royal Academy, la National Portrait Gallery, il Museum of London, la Galleria degli Uffizi alle quali si unisce il nucleo di opere provenienti dall’importante raccolta americana dello Yale Centre for British Art.

  E proprio, dopo la precedente mostra con “la quale si è voluto documentare come l’eredità dell’Antico abbia nel Settecento rilanciato il mito di Roma e la sua centralità in tutti i campi della produzione delle arti – dice il Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, Presidente Fondazione Roma -, è stata avviata su mio impulso una riflessione su quei contesti che tale eredità hanno in parte riutilizzato per la definizione di una propria identità culturale”.

  “L’Inghilterra fu una delle prime nazioni ad appropriarsi dei valori della classicità – prosegue – per legittimare il primato politico, economico e sociale conquistato tra Seicento e Settecento. Tuttavia, l’esigenza di definire al tempo stesso la peculiarità del contesto britannico guiderà la nazione anche verso la ricerca di un’arte autoctona, in grado di rappresentare le istanze maggiormente innovative, preludio di una modernità che nell’Ottocento diverrà linguaggio comune per il Continente”.

  “Hogarth, Reynolds, Turner. Pittura inglese verso la modernità”, offre quindi al pubblico italiano e internazionale le opere dei maggiori pittori del tempo, testimoni privilegiati del mondo anglosassone – ma non solo – che, attraverso la loro visione artistica, non priva di ironia e di critica sociale, puntano a restituire la complessa trama di motivazioni storiche, economiche e culturali dell’epoca.

  Nel loro mirino troviamo soprattutto la loro capitale: “Londra, cuore pulsante e caotico di un vasto impero – afferma ancora Emanuele -, diventa nel giro di pochi anni il centro degli scambi commerciali mondiali e delle attività industriali, economiche e finanziarie. Il fenomeno di inurbamento e la ricostruzione, seguita all’incendio devastante del 1666, trasformano la città in una vera metropoli. Così come documentato ad apertura della mostra, artisti come Scott, Marlow, Sandby, ai quali si aggiunge la grande maestria del veneziano Canaletto trasferitosi in Inghilterra, si fanno testimoni di una città in costante evoluzione, in cui fioriscono nuove infrastrutture e si creano nuovi spazi sociali”.

  E la aristocrazia, prima unica committente, viene man mano sostituita da una borghesia urbana, sempre più interessata a nuovi costumi sociali e nuovi orizzonti filosofici e scientifici, oltre a se stessa. Tramite le opere di Hogarth, Reynolds, Wright of Derby, Zoffany e Füssli, le figure emergenti dei quadri sono, infatti, industriali, scienziati, esploratori, oltre che artisti, musicisti, attori e persino sportivi, i quali passano in primo piano come si può constatare seguendo il percorso espositivo.

  Il teatro shakespeariano porta alla ribalta interpreti straordinari come Garrick – mito ineguagliabile di un pubblico sempre più vasto e partecipe -, il quale ha fornito diversi soggetti drammatici al pittore Füssli, che è riuscito a trasformarle nelle scene più visionarie della storia della pittura, di cui la mostra offre una ricca selezione.

  Generi prediletti nel contesto inglese di allora sono, ovviamente, il ritratto e il paesaggio, a cui l’esposizione dedica un’ampia riflessione, mostrando in parallelo le opere degli autori principali: Reynolds, divenuto il ritrattista di maggior successo per aver conferito a questo genere i tratti del grande stile, e/o il rivale Gainsborough, uno dei massimi pittori del ritratto naturalistico.

  Una viaggio nel tempo e nell’arte che illustra allo spettatore le diverse articolazioni sperimentate nel campo del ritratto, dal mezzo busto alla figura intera immersa nel paesaggio, ai gruppi, i ‘conversation pieces’, in cui famiglie o circoli di amici trovano un’originale forma di rappresentazione.

  Infine, al paesaggio vengono dedicate le ultime tre sezioni, nelle quali si può osservare l’evoluzione del genere verso la modernità, appunto. Dal punto di vista tecnico, l’innovazione che permette agli artisti di lavorare all’aperto per cogliere con immediatezza le variazioni luministiche del paesaggio, restituendo le differenti peculiarità di scenari inglesi e italiani. Si passa dai raffinati fogli provenienti dal British Museum, ovvero l’acquarello; ai dipinti a olio, terminati nell’atelier, di maestri come Gainsborough, Wilson, Stubbs, Wright of Derby, che dimostrano gli esiti più significativi cui è pervenuta la scuola britannica.

  Chiude in bellezza il confronto proposto fra Constable e Turner attraverso cui, con l’entrata nel XIX secolo, si può ammirare lo sviluppo della pittura inglese come espressione di una modernità che per la prima volta invita a guardare all’Inghilterra come modello.

  La ‘visita’ nell’Inghilterra del Settecento è favorita da un allestimento che – come da lunga tradizione -, la Fondazione Roma propone in ogni sua mostra con il duplice obiettivo di contestualizzare le sale espositive agli ambienti dell’epoca ed educare al bello, riprendendo fedelmente alcune architetture, sia esterne sia interne, di Robert Adam, come “una delle più riuscite sale doriche” della Hall d’ingresso di Harewood House, nell’atmosfera inglese del ‘700.

  Il progetto è il risultato di un lavoro di oltre tre anni, seguito dalla Fondazione Roma-Arte-Musei e dai curatori della mostra, Brook e Curzi, che hanno potuto contare sull’impegno di un comitato scientifico composto da Brian Allen, Adriano Aymonino, Martin Postle, Andrew Wilton. L’esposizione vanta inoltre la collaborazione di musei prestigiosi, fra i quali la Royal Academy, la Tate Britain, il British Museum, il Victoria and Albert Museum, la National Portrait Gallery, il National Maritime Museum, la Dulwich Picture Gallery, lo Yale Center for British Art di New Haven, la Galleria degli Uffizi di Firenze e la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma.

José de Arcangelo