A proposito di Davis

Ispirandosi alle memorie di Dave Van Ronk (“Manhattan Folk Story”, BUR Rizzoli) e rievocando gli anni Sessanta al Greenwich Village di New York, i fratelli Coen ritrovano la loro vena più prolifica e geniale, firmando “A proposito di Davis”, un amaro ritratto esistenziale (e forse generazionale) fra sogni infranti e compromessi mai accettati, ma anche fra paura di impegnarsi – per non far male agli altri, però facendone a se stesso – e di crescere.
Perché Llewyn Davis (uno strepitoso Oscar Isaac) – chitarra in spalla, stretto nella sua giacca per supplire alla mancanza di un cappotto e difendersi dallo spietato inverno newyorkese – non è un insensibile, anzi, ma la sua paura è quella di non poter mantenere dopo (o per sempre) ‘l’impegno’ preso, soprattutto sentimentalmente, appunto.
E così, il rapporto forzato col gatto (probabilmente è più di uno) dei suoi amici, diventa una sorta di metafora del suo rapporto con gli altri, infatti, il micio prima scappa e lo riprende, dopo lo perde e lo ritrova, infine, lo abbandona per ritrovarlo ancora per fargli – involontariamente – del male, però non ha il coraggio di raggiungerlo.
La sua moderna Odissea è una ricerca piena di ostacoli per ritrovare se stesso attraverso un viaggio ellittico tanto suggestivo quanto doloroso. Però, questi intramontabili ostacoli sembrano insormontabili, e spesso sono creati da lui stesso. Affidandosi alla generosità di amici e sconosciuti riesce a vivere in città passando da divano in divano, tirando avanti con qualsiasi lavoro, in attesa di poter suonare e cantare in un locale.

Il suo viaggio parte dalle ‘baskethouses’ del Village (i café in cui i musicisti vengono pagati coi soldi lasciati dal pubblico nel cestino) ad una sorta di ‘audizione’ in un club deserto di Chicago (gestito dall’impresario Bud Grossman/F. Murray Abraham), e di ritorno a New York. Tornato com’è partito e deciso a ‘cambiar’ vita (cioè seguire le orme del padre marinaio), ma forse è ormai troppo tardi per tornare indietro e persino per andare avanti. Mentre nel café si vede il profilo e si intuisce il sound di un cantautore folk (Bob Dylan) che ce la farà…
Cosa comporta seguire le proprie passioni e i propri sogni? In questo nostro mondo non si va avanti senza compromessi di sorta? Probabilmente no, anche se spesso questo significa rinunciare ai propri principi e al proprio ‘stile’.
Joel ed Ethan Coen – che hanno avuto il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes – toccano i vertici raggiunti in passato con “Fargo” e soprattutto con “Fratello dove sei”, mentre il solo loro riferimento diretto è certamente il cinema americano degli anni ’60/’70, dove il sogno americano veniva infranto, forse, per la prima volta, per scontrarsi con la dura, amara, realtà.
Nel cast Carey Mulligan (l’ex compagna Jean, forse incinta di lui); John Goodman (Roland Turner, vecchio e grosso musicista eroinomane che gli dà un passaggio a Chicago); Garrett Hedlund (il soldato aspirante cantante Johnny Five) e Justin Timberlake (il cantautore Jim Berkey, nuovo compagno di lei).
La fotografia che ricrea, tra malinconia e graffiante ironia, la New York invernale degli anni ’60 su toni pastello, è firmata dal francese Bruno Delbonnel, da “Il favoloso mondo di Amélie” a “Harry Potter e il principe mezzosangue”. La colonna sonora invece dallo stesso team di “Fratello dove sei?”, non a caso, ovvero T Bone Burnett e Marcus Mumford con le esibizioni degli stessi Oscar Isaac, Justin Timberlake, Mumford, Carey Mulligan e i Punch Brothers. Nelle sale dal 6 febbraio 2014 distribuito da Lucky Red