Still Life

In concorso nella sezione “Orizzonti” alla 70.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha ottenuto il premio per la regia, è arrivato nelle sale “Still Life” del produttore-regista Uberto Pasolini, un inno alla vita – in questa ‘distratta’ società contemporanea – attraverso l’isolamento, anzi la morte.
Un titolo che in inglese vuol dire tante cose, vita ferma (del protagonista), ‘ancora in vita’ e semplicemente ‘natura morta’. Ma visto che il personaggio principale del film “valorizza la vita degli altri” è senz’altro il più adatto.
La solitaria esistenza del diligente e premuroso John May, un impiegato del Comune del sud londinese, incaricato di trovare il parente più prossimo (o qualche amico o ex) di coloro che sono morti in totale solitudine. Però, quando il reparto viene ridimensionato a causa della crisi economica (“bisogna tagliare i rami secchi” dice il capo), John dedica tutti i suoi sforzi al suo ultimo ‘caso’ che lo porterà a compiere – attraverso una minuziosa indagine – un viaggio liberatorio e gli permetterà di iniziare ad aprirsi alla vita. Anche se sarà il caso o il destino, ancora una volta, a decidere.
Un film, apparentemente, funereo e statico come la routine quotidiana del protagonista che pian piano diventa una celebrazione della vita stessa, quella dei defunti dimenticati come persone, ma anche in quanto familiari e amici di qualcuno, sepolti ancora prima della morte fisica in una prigione di solitudine e abbandono.
E come quella del protagonista vissuta a forza di inerzia, anzi i suoi momenti veramente ‘vissuti’ sono quelli che lo portano tenacemente alla ricerca di ‘qualcuno’ che li abbia conosciuti, voluto bene e, magari, persino amati.
Tanto che il suo ‘ultimo’ caso sembra una vera e propria indagine, e lui, quasi un investigatore di anime perdute e dimenticate. Un film volutamente ‘statico e sottotono’, a basso volume, mai gridato perché, come dice Pasolini, è facile colpire con scene di azioni sfrenate e musica roboante, se quello che si pretende dallo spettatore è la riflessione sulla solitudine reale che domina la nostra quotidianità, diventata ormai virtuale, dove tutti ci muoviamo come robot e comunichiamo sempre più spesso attraverso la rete, però quasi mai di persona.
“Cosa stiamo dicendo del valore che la società attribuisce alla vita dei singoli individui? Com’è possibile che tante persone siano dimenticate e muoiano sole? – afferma Pasolini – La qualità della nostra società si giudica dal valore che assegna ai suoi membri più deboli e chi è più debole di un morto? Il modo in cui trattiamo i defunti è un riflesso del modo in cui la nostra società tratta i vivi. E nella società occidentale a quanto pare è molto facile dimenticare come si onorano i morti. Sono profondamente convinto che il riconoscimento della vita passata di ciascun individuo sia fondamentale per una società che voglia definirsi civile”.

E John May, anche lui ‘solo’, proprio durante le sue ultime ricerche riuscirà a instaurare un rapporto, forse per la prima volta, che gli farà capire che anche la sua vita ha un valore però bisogna ‘viverla’ e non trascinarsi tra casa e ‘lavoro’, e magari vivere l’attimo nonostante sia fuggente.
Se per Pasolini è stata la curiosità di indagare sull’isolamento contemporaneo in cui molti di noi viviamo, questa sua voglia di ‘conoscere’ riesce a trasmetterla allo spettatore che si chiederà non solo della propria esistenza ma anche su quella di tutti gli altri, soli e non. Certo, come ogni male, anche l’isolamento e la solitudine forzata colpiscono sempre i più deboli perché chi è privilegiato può vivere da solo e restare isolato ma, forse, solo psicologicamente. Quindi una professione e un tema profondi e universali che, ancora una volta, ci ricordano che con le tradizioni e la cultura stiamo perdendo anche i veri valori e i sentimenti, rapporti e legami. E dimenticando il passato rendiamo ancora più incerto il futuro di un’umanità degna di questo nome.
Anche visivamente “Still Life” rispetta il titolo perché niente movimenti frenetici della macchina da presa, inquadrature a tratti ‘statiche’, riprese dall’alto che schiacciano il protagonista; un inizio grigio, quasi in bianco e nero, che pian piano recupererà i colori quando lui si aprirà alla vita in una sorta di liberazione. Il tutto ottimamente fotografato da Stefano Falivene che – oltre con Pasolini regista -, ha lavorato per Amos Gitai, Abel Ferrara e Wes Anderson.
Grande Eddie Marsan (illustre caratterista, da “Gangs of New York” di Martin Scorsese a “War Horse” di Steven Spielberg) che soltanto con le espressioni della faccia, uno sguardo e qualche movimento ci illustra l’esistenza di questo ‘piccolo grande uomo’ tanto solitario quanto i suoi ‘cari estinti’ – chi si ricorda il vecchio, quasi omonimo, “Il caro estinto” di Tony Richardson? che era, invece, sulla ‘commercializzazione’ della morte – che, come lui, nessuno ama né reclama. Accanto all’attore, oltre i ‘cadaveri’, la bella e brava Joanne Froggatt (Kelly), già premiata per il serial “Downton Abbey” e che rivedremo presto accanto a Marsan, James McAvoy, Jim Broadben e Jamie Bell in “Filth”.
Nelle sale italiane dal 12 dicembre 2013 distribuito da Bim