La gabbia d’oro

E’ approdata nelle sale (dal 7 novembre distribuita da Parthénos) l’opera prima/capolavoro di Diego Quemada-Diez, “La gabbia d’oro”, un dramma in raro equilibrio tra documentario e finzione che, facendo tesoro del cinema di Ken Loach e del neorealismo italiano, ricostruisce la contemporanea odissea di tre adolescenti dei quartieri poveri del Guatemala. Tre giovani alla ricerca del ‘sogno americano’, di un’esistenza degna di quel nome, proprio in quella “Jaula de oro” (gli Usa) che è il titolo originale al film di Quemada-Diez, preso in prestito da una canzone dei Tigres del Norte, complesso musicale messicano famoso anche in Nord America.
La destinazione viene definita “La gabbia dorata”, appunto, perché l’emigrante/immigrante ci va per guadagnare denaro, ma poi non può più uscirne, anzi proprio ‘non vuole’ per poter continuare a inviare soldi alla famiglia.
Poco più e poco meno che adolescenti, Juan (Brandon Lopez), Sara (Karen Martinez) e Samuel (Carlos Chajon) decidono di lasciare i loro poveri quartieri del Guatemala, dove non hanno un futuro, anzi non hanno altra scelta che criminalità o morte, per raggiungere gli Stati Uniti clandestinamente. Lungo il loro cammino attraversano il Messico e incontrano Chauk (Rodolfo Dominguez), un indio del Chiapas che non parla nemmeno lo spagnolo e gira senza documenti. Il viaggio è lungo, la strada dura, a bordo di treni merci o seguendo a piedi i binari delle ferrovie, e porterà i ragazzi verso un’imprevedibile realtà, forse peggiore da quella da cui fuggono… Qualcuno lascerà perdere al primo ostacolo, qualcun altro scomparirà nel nulla, ma qualcuno arriverà a destinazione.
Premiato al 66° Festival di Cannes – nella sezione Un Certain Regard – con A Certain Talent Prize e il Premio Gillo Pontecorvo; e anche al 43° Giffoni Film Festival col Grifone d’oro per il miglior film, il Grifone di Alluminio Cial per l’Ambiente e il Grifone di Cristallo della Banca di Campania, il film è un dramma realistico senza retorica né eccessi, ora commovente ora persino poetico, nonostante il tragico destino dei suoi protagonisti, non professionisti scelti tra i ragazzi dei quartieri più poveri e pericolosi di Città del Guatemala (la zona 3) che ripercorrono quella lunga strada verso il nord dove saranno costretti ad affrontare non soltanto un duro viaggio, ma anche gli ostacoli burocratico-politici, bande di criminali, truffatori e trafficanti di droga e di uomini, donne e bambini. Un’odissea fatta di corruzione, sfruttamento e violenza di ogni sorta.

Un film indipendente che non ha avuto una facile genesi, soprattutto perché il regista spagnolo trasferitosi prima a Los Angeles poi in Messico, non voleva né star né professionisti e ha preteso che la piccola troupe facesse il vero viaggio insieme ai migranti. Alla fine è riuscito ad avere il sostegno del Mexican Film Institute, Eficine, Castafiore Film e Kinemascope Films che, con le indipendenti Animal de Luz Films e Machete Producciones, lo hanno prodotto.
I tre ragazzi non rappresentano soltanto loro stessi ma anche le migliaia di migranti che affrontano quotidianamente il ‘cammino della speranza’ e trovano spesso la morte, e su di loro Quemada-Diez ha concentrato i riferimenti e gli episodi raccontategli da diverse persone, così come la canzone, cantata da un coro di donne, gli è stata proposta da una sua assistente.
I riferimenti che appartengono, invece, all’autore sono, il western ‘”Il cavaliere della valle solitaria” (Shane) di George Stevens (1953), “L’imperatore del Nord” di Robert Aldrich, e soprattutto il cinema di John Ford. Infatti, Juan sceglie di vestirsi come Shane, che è un western “ma anche un poema epico sul viaggio – afferma Diez -, sul paesaggio, sul treno e la ferrovia”.
La sceneggiatura è stata scritta dal regista con Gibràn Portela e Lucia Carreras, ma Quemada-Diez, avendo lavorato con Loach (in tre film), ha lasciato ai non-attori la possibilità di improvvisare, di reagire realisticamente a quello che accadeva loro, dando al film un ulteriore carica di autenticità quella che riesce a coinvolgere lo spettatore col cuore e col cervello contemporaneamente, fino alle lacrime.