Da Cannes a Roma: Abdellatif Kechiche presenta “La vita di Adèle”, Palma d’Oro fra ovazioni e polemiche

In arrivo nelle sale italiane dal 24 ottobre il film Palma d’oro al Festival di Cannes 2013 firmato Abdellatif Kechiche (“Cous Cous” e “Venere nera”), grande successo di critica e pubblico in Francia (uscito il 9), tra ovazioni e polemiche, con un record di 261mila spettatori finora.

La storia di Adèle (Exarchopoulos), un’adolescente che non ha dubbi: le ragazze stanno coi ragazzi. Almeno finché lo scambio di sguardi con una ragazza dai capelli blu, Emma (Léa Seydoux), non le farà scoprire il desiderio e le permetterà di realizzarsi come donna e come adulta. Adèle cresce, cerca se stessa, si perde, si trova di nuovo…

“Il tema del film? La componente amorosa, l’amore – esordisce Kechiche alla presentazione stampa romana -, non mi interrogo tanto sui temi, ma sull’importanza che ha il caso, il destino. Se quel giorno lei non fosse stata in ritardo non avrebbe scambiato lo sguardo con questa ragazza. Fin da ‘La schivata’ (la sua splendida opera prima ndr.) per me è stato così”.

“E’ l’incontro di due persone diverse – prosegue -, una intellettuale, borghese, l’altra proletaria, affamata di vita e conoscenza, un’adolescente che vuole studiare e insegnare ai bambini; ma anche su come l’amore può resistere alle differenze”.

“Ci sono diversi aspetti nella storia, nessuno deve prendere il sopravvento. E’ la storia di un’iniziazione, di una giovane che prende in mano il suo destino, nonostante le prove dolorose. Un’eroina, una donna ideale che affronta l’esistenza con coraggio, forza, abnegazione e libertà, e soprattutto con questa sua libertà”.

“Il cinema per me è esplorare la vita – precisa -, andare oltre, nel profondo per cercare la verità dentro di noi. Lo schermo ci protegge e ci permette di metterci a nudo attraverso l’attore stesso; la verità degli attori, disposti a darsi completamente. Volevo mettere in mostra la capacità di esprimersi di Adèle (l’attrice omonima, Exarchopoulos ndr.), che è straordinaria nell’esprimere le sue emozioni, se stessa”.

“Questa che si vede sullo schermo non è la mia vita – ribatte la Exarchopoulos -, sono stata aiutata dall’équipe, ho avuto la possibilità di avere vicino attori di grande talento. Un lavoro di costruzione continuo, Abdel mi dava delle indicazioni e mi lasciava libera, sono cose pratiche che non fanno parte della mia vita. Nella scena sull’autobus (con Jérémie Laheurte anche lui in conferenza stampa ndr.) ci siamo lasciati andare. Difficile riassumere cosa mi aveva detto lui. E’ frutto di un lavoro di squadra, non solo degli attori e del regista, ma anche dell’intera troupe, perché dopo si parlava, si ballava, si stava insieme”.

“Lavorare nel film di Abdel è stato meraviglioso – confessa il collega Laheurte che è Thomas -, c’è stata un’alchimia formidabile, qualcosa è scattato in noi; un lavoro d’improvvisazione e reazione, sono stato molto aiutato per riuscire a recitare in maniera naturale e istintiva, con una grande attenzione d’équipe”.

“Non ho pensato per tanto tempo al film – riprende l’autore -, ma ai temi che affronto e che continuo ad affrontare fin dal mio primo lavoro. Affrontarli in questa maniera forse dà l’idea di averci lavorato per tanto tempo, così come il rapporto molto intimo con gli attori. E’ la mia maniera di lavorare che dà quest’idea”.

“Questa vita avventurosa del film già durante le riprese – aggiunge -, le polemiche che ha suscitato e mi hanno toccato da vicino, forse è dovuta al dolore che racconta, perché è un po’ lo specchio della vita. Le reazioni viscerali, forti, colpiscono da vicino, e fanno scaturire premi, critiche e polemiche. E’ il film in sé, l’argomento, gli aspetti meno gradevoli”.

“Sapevo che sarebbe interessato al film – dice il regista su Steven Spielberg, presidente della giuria a Cannes -, perché coglie il film, la regia, l’aspetto tecnico, poi in giuria erano tutti esperti di cinema, grandi cineasti. Non è che la Palma mi abbia così sorpreso, perché Spielberg conosce a fondo il cinema, non la vedo così, credo siano riusciti a cogliere tutto l’impegno del nostro lavoro. Poi a me aveva colpito ‘Il colore viola’, e da allora non lo vedo come un regista proprio all’opposto, ma come un grande uomo, onesto. Il premio da una giuria presieduta da lui mi rende anche contento”.

“Se dovessi rifare il film? Credo sia un pensiero che vale per tutti i film e i registi – dichiara -, c’è sempre la tentazione di pensare avrei potuto fare di meglio, di più. Ma una volta finito va visto così, si fa a meno della sensazione di frustrazione. Credo che la pellicola abbia la forza d’imporsi e camminare da sola, sa dove deve andare”.

“Il mondo dell’educazione c’era già ne ‘La Schivata’ (è ambientato in una classe ndr.) e durante la fase di sceneggiatura, perché l’ispirazione è nata dall’unione di due elementi: la lettura del fumetto (‘Il blu è un colore caldo’ di Julie Maroh ndr.) e un progetto a cui pensavo da molto tempo, il percorso di una professoressa di francese appassionata di teatro. La vocazione di Adèle è indicativa della sua abnegazione, come i professori che, quando l’allievo supera le prove, sono felici. L’arte (Emma è una pittrice ndr.) è un mondo che abbiamo sotto gli occhi spesso, mentre quello degli insegnanti è un lavoro nell’ombra. Io non ho la vocazione dell’educatore, ma riaccendere l’interesse per questo argomento mi fa piacere”.

“Adèle è distrutta dal dolore – spiega l’autore – ma non si tira mai indietro quando è in gioco il suo lavoro di insegnante. Si fa forza. Quando in qualcuno, chiunque esso sia, noto un coraggio come questo, devo ammettere che mi turba. Io personalmente non mi sento coraggioso, ma mi aggrappo sempre a quest’idea e la noto spesso nelle ragazze più giovani, questa forza, questa capacità di affermare se stesse. Mi ha fatto pensare anche se non oserei mai paragonarmi a Marivaux, in particolare a ‘La vie de Marianne’ (citato nel film in classe e non ndr.) e alla sua eroina orfana, ma determinata e coraggiosa, pronta ad affrontare le prove della vita. Trovo ci sia una parentela col modo in cui ho immaginato Adèle”.

“Per me il personaggio di Emma diventa strumento del destino di Adèle – confessa -, perché scopre cose che c’erano già in se stessa. Il discorso sull’arte, sull’amore, sulla libertà, trovare le basi per i suoi principi, ho quest’idea di Emma. Il personaggio di Adèle colpisce emotivamente perché è affamata della vita, ha un appetito di vita così forte verso le cose, che o frustra il suo desiderio oppure si assume il coraggio di quello che fa. Il suo coinvolgimento è perché è affamata di vita e porta avanti il suo desiderio”.

“La mia interpretazione è stata in ordine cronologico – dichiara la protagonista -, la fine del liceo alla mia età (aveva 19 anni durante le riprese ndr.), come scoperta di questa evoluzione. Alcuni dettagli sono sottolineati nella prima parte, ho usato cose che tante donne fanno per sedurre, ho lavorato su alcune in particolare, sulla trasformazione fisica. Tutti ci siamo lasciati trasportare da questa avventura, da una parte seguita, poi nascosta, Adèle è libera ed è giusto che corra dei rischi. Il suo appetito di vita, lo dovevo mostrare fisicamente perciò mangio, ho rapporti sessuali, ballo, cammino. Mi è piaciuto molto doverla interpretare”.

“E’ la magia dell’attore. Il processo di trasformazione di Adèle – ribatte il regista -, è merito della sua magia, non le ho mai chiesto da comportarsi da adolescente o da adulta. Pensavo avrei dovuto lavorare tantissimo, invece in lei è stato spontaneo, tirato fuori con l’istinto; tanto che all’inizio mantiene alcune caratteristiche tipiche dell’adolescenza. Come regista mi appassiona vedere fino a che punto un attore si appassiona, si trasforma”.

“Sul dvd ci sono cose che ho girato – anche scene molto belle, conclude – ma che non ho potuto mettere perché già così dura tre ore (179′ ma volano ndr.). Soprattutto quelle delle lezioni di scienza e di letteratura con veri insegnanti, e dovevo trovare una maniera di farle vedere. Non so quanti vedranno questa versione, con delle scene tagliate solo per ragione di tempo. Ma comunque non dura quattro ore!”

“Con Kechiche c’era già un rapporto – dice Andrea Occhipinti di Lucky Red che lo distribuisce -, per la sua maniera personale di lavorare, di raccontare storie ed emozioni. Avevo visto le prime immagini a gennaio e l’intensità che il film esprimeva, ma la storia può mutare, comunque mi aveva già colpito molto. La straordinaria sorpresa è stata a Cannes, perché è un film unico, questa è la mia sensazione. Il film uscirà in circa 150 copie, ma abbiamo moltissime richieste, vediamo, perché vogliamo le sale giuste. Ha avuto critiche così spettacolari, lavoreremo sul trailer usato per la campagna in Francia, visto che è partito veramente forte”.