Abbas Kiarostami a Roma: “Il mio film ‘giapponese’ parla di idee e sentimentimenti universali’

In concorso al Festival di Cannes 2012, approda sugli schermi italiani “Qualcuno da amare”, il  film ‘giapponese’ di Abbas Kiarostami che fin dal titolo porta fuori strada anche chi lo conosce. Non solo perché ambiente, storia e troupe sono completamente nipponici ma anche perché l’autore iraniano si è ‘accostato’ magistralmente, anche al cinema dei grandi maestri come Ozu e Mizoguchi. Infatti, chi lo vedesse senza avere nessuna informazione al riguardo e privato dei titoli non lo immaginerebbe nemmeno.

Un anziano professore e una ragazza – che fa ‘l’accompagnatrice’ – si incontrano a Tokyo. Lui la invita a casa sua, lei gli offre il suo corpo… ma invece tra loro s’intaura un altro tipo di rapporto, sempre intimo, ma non sessuale.

“Fino a stamattina credevo fosse un film iraniano-giapponese – esordisce il regista a Roma per presentarlo -, rivedendolo ora mi sono reso conto che è invece nippo-iraniano. Ho scelto il Giappone – come ho detto poco fa, quando mi è venuta in mente una risposta che mi piace di più -, non perché mi piaceva il Giappone, il sushi, l’ambiente, ma perché, riflettendoci, ho visto qualcosa che è dappertutto, un’idea che appartiene a tutti e tutto (quindi, universale ndr.). Quando siamo lontani crediamo di essere molto differenti perché le lontananze creano solo malcomprensioni, in realtà siamo molto simili”.

E sul finale – drastico e apertissimo – dice “non è strano ma inusuale. Quando ho mandato la sceneggiatura al produttore francese (Marin Karmitz ndr) ero approdato alla frase in cui arriva la pietra che spacca la finestra – ho capito che dovevo scrivere la parola ‘the end’, e mi sono detto ‘c’è ancora tempo per pensare ad un altro finale’. Ho riflettutto un anno, perché nel frattempo c’è stata la tragedia in Giappone, nel 2011 (terromoto-tsunami e disastro nucleare ndr.), ma alle fine ho deciso che era il finale che mi piaceva di più. Non ho una giustificazione. Qual è la storia in cui siamo sempre presenti?, di solito consideriamo sia la fine della storia, ma non arriviamo che a metà strada. Abbandoniamo la storia, ma essa non finisce, continua. Perciò possiamo pensare che la fine del film non è la fine della storia. Il professore potrebbe vivere altre avventure, avere altre storie da continuare. Noi abbiamo finito il film dopo 110′ e penso siano sufficienti, non si può andare oltre”.

“La creatività va al di là delle condizioni sociali del paese – dice a proposito del cinema iraniano -, non può essere soffocata da nessun sistema, nonostante le grandissime difficoltà il nostro cinema è noto e vivace; c’è una grande creatività artistica in Iran, e in ambito cinematografico è eccellente. Credo che qualche volta la difficoltà possa vivacizzare di più la creatività”.

“Quando ho detto che volevo fare un film in Giappone il produttore, mi ha guardato male – prosegue -, ed io aggiunsi ‘ti garantisco, farò un film giapponese’. Quando l’ho finito tutte le persone che l’hanno visto hanno dichiarato ‘non vediamo lo sguardo di uno straniero, è veramente un film giapponese’. E’ stato molto duro e molto difficile, ma durante le riprese è venuta a trovarmi l’assistente di Kurosawa che vedendomi sulla sedia a rotelle, perché mi facevano male le ginocchia, e col bastone, mi ha detto che avevo avuto la stessa reazione di Kurosawa quando ha fatto un film in Russia (“Derzu Uzala” ndr): ‘era devastato e ogni notte piangeva’. ‘Io piango una notte sì l’altra no’ le dissi.”

“Venti paesi stanno portando sugli schermi questo film – dichiara sulla pellicola. In Giappone posso dire, dalle notizie ricevute, che ci sono state due reazioni opposte, chi l’ha amato fortemente e chi non l’ha accettato, ma in generale è piaciuto. Bisogna dire che gran parte della popolazione non ama il cinema tradizionale giapponese, il mio cinema ha avuto l’influenza dei grandi maestri come Ozu, Kurosawa e Mizoguchi. Mentre ora in Giappone, gran parte dei cineasti riproducono il cinema americano. E’ strano ma proprio negli Stati Uniti ha avuto un grande successo, la critica l’ha accolto molto bene e anche il pubblico. Sembra che il Giappone e l’Europa siano più interessati al cinema hollywoodiano, mentre gli americani sembrano più interessati al cinema d’autore europeo e giapponese”.

“In Iran non è uscito – continua -, non c’è stata la possibilità, io ho proposto di doppiarlo e vedere se c’era qualcosa che non andava, ma non è stato accettato, mentre il dvd con sottotitoli in inglese gira comunque. Il film è stato girato in giapponese, tutti gli attori e tutta l’equipe erano giapponesi, l’unico ospite era il regista, io. Per iniziare il film dovevo fare un casting, ma per l’anziano protagonista, il professore, mi sono trovato in difficoltà. Ho provato con dei professionisti ma non ho avuto successo, perché tutti gli attori anziani sono abituati a ‘recitare’, e per me non andava bene. Volevo una recitazione naturale, uno che recita in teatro e al cinema da qurant’anni non poteva avere un’espressione naturale come io cercavo. L’ho cercato tra le comparse, e ho scoperto il signor Tadashi Okuno che da 50 anni fa la comparsa e non aveva mai detto una parola. ‘Non devi dire assolutamente niente – gli dissi – solo due pagine, ci sono pochissimi dialoghi’, e l’ho convinto. Dandogli due pagine alla volta ho fatto in modo che lui continuasse ad andare avanti. Ho provato un grande affetto per lui, è molto severo gentile e responsabile, e alla fine mi ha ringraziato moltissimo, era stato contento di lavorare con me. Però ha detto che era stato duro e difficile per lui, e  non vuole continuare a fare l’attore ma tornare a fare la comparsa”.

“Dal 2002 ho cominciato a portare la mdp nell’abitacolo della macchina – risponde a chi non ricordava ‘Dieci’, visto che in parte si svolge nell’auto del professore -, direi che è simile a qualsiasi altro luogo, si potrebbe girare in macchina come in un altro ambiente, credo si deva chiedere solo il permesso. Ma non c’è differenza, la volta precedente avevo promesso agli spettatori di non fare mai più riprese all’interno dell’abitacolo, ma poi mi sono ricordato che in questo film è una buona parte, e mi sono detto ‘sarà l’ultimo’; ma poi ripensandoci ho scoperto di averi altri due progetti all’interno di un’auto. Ma se ci pensate bene non c’era un altro modo per mettere due generazioni così lontane che parlano in modo così intimo, mentre non si vedono, e in un ambiente così stretto. Dovunque mi servirà un abitacolo io ci entrerò e per il momento si possono sempre vedere gli spazi aperti dai finestrini.”

“Non vorrei entrare nei dettagli perché sull’argomento ho risposto molte volte – afferma sul suo rapporto con lo Stato iraniano -, è difficile poter dire che rapporto c’è tra me e il governo iraniano, non ci capiamo, non c’è un rapporto diretto, ci sono difficoltà e le accettiamo. Il film non ha nulla da essere considerato fuori legge o censurato, ma non c’è comprensione, non ci sono spiegazioni, ma non amo lamentarmi; forse il nostro paese ha maggiori difficoltà degli altri”.

“Non vivo in Francia – risponde a chi gli chiede su una possibile cittadinanza francese – ma in Iran, non vedo nessuna necessità di chiederla, e non riguarda il passaporto, amo l’Iran, sono fortemente legato al mio paese, non ho bisogno di chiedere la cittadinanza ad un altro paese. Cambiare passaporto cosa cambia? Se attraverso un documento si potesse cambiare razza, nascita, identità, sarebbe un discorso diverso. Inoltre vivo dove mi trovo, oggi qui, fra qualche giorno di nuovo in Iran”.

“Se dovessi fare un film in Italia – dice a proposito di una sua opera italiana – lo farei decisamente in Puglia, la sceneggiatura è già pronta, ho individuato le location e anche il protagonista, e se dovessi farlo lo farei su quella sceneggiatura, ma in questo momento non ho le condizioni opportune per farlo”.

“Non voglio elencare i registi italiani che amo per non omettere qualcuno – conclude -, la mia impronta parte dal neorealismo italiano, direi che conosco da moltissimi anni l’Italia tramite il suo cinema, piuttosto che per le passeggiate nelle sue città. Ritrovo un senso di familiarità quando sono qui, e credo non sia solo per me, perché gran parte degli iraniani amano l’Italia e ci si trovano bene. Tutta la mia adolescenza e giovinezza l’ho passate a vedere film italiani; al di fuori dell’Iran esisteva solo l’Italia sullo schermo.”

“Condivido il pensiero che sia un atto assolutamente violento contro persone innocenti, senz’altro da condannare”, dichiara infine sull’attentato a Boston di ieri.