Anna Karenina

Ennesimo adattamento per il grande schermo della “più grande storia d’amore”, ma il più originale e innovativo, da tutti i punti di vista. Nonostante le apparenze “Anna Karenina” di Joe Wright, il regista di “Espiazione”, sceneggiato niente meno che dal drammaturgo Tom Stoppard (Oscar per “Shakespeare in Love”), rilegge il testo di Lev Tolstoj riportandolo alla sua statura di capolavoro, di spietato ritratto della Russia imperiale, tra fascino e decadenza, ricerca di identità, onore e pregiudizio.
Il perno resta Anna e l’amore perché come dice Wright “tutti cerchiamo in qualche modo di imparare ad amare”.
E Stoppard ribatte: “C’è amore, amore materno, amore filiale, amore fraterno, amore carnale, amore per la Russia, e così via. La parola ‘amore’ è centrale nel libro e nel nostro film. Ho deciso di non includere quelle parti del romanzo che parlano d’altro. Noi teniamo fede all’intenzione del libro”.
L’idea di ambientare tutta la storia in un unico teatro è del regista perché l’alta società di San Pietroburgo allora si comportava proprio come se fosse in palcoscenico, sì il palcoscenico della vita in cui si ricreano e si confondono esistenza e recita, perché chi segue le regole, anche le più assurde, della società ed è condizionato dalle mode (ed altro) non vive realmente, ma porta avanti la vita di un ‘personaggio’. E, a questo punto, Anna che va contro ogni regola perbenistica e bigotta e contro le convenzioni seguendo la strada del cuore, viene giudicata come fosse, appunto, su un palcoscenico.
A questo proposito è ancora Wright a illuminarci: “Quello che mi è venuto in mente è stato il passaggio di un libro del 2002, ‘Natasha’s Dance: A Cultural History of Russia’, nel quale lo storico inglese Orlando Figes descrive i membri dell’alta società di San Pietroburgo come delle persone che vivono la loro vita come se fossero su un palcoscenico. La tesi di Figes è che la Russia ha sempre sofferto di una crisi d’identità, non sapendo veramente se è parte dell’Oriente o dell’Occidente. Nel periodo in cui è stato scritto ‘Anna Karenina’, i russi avevano deciso di essere assolutamente parte dell’Europa occidentale e che volevano essere colti come i francesi”.
1874: l’energica e affascinante Anna Karenina (un’intensa Keira Knightley, più bella che mai) ha tutto quello che i suoi contemporanei vorrebbero avere, è la moglie di Karenin (sobrio ed efficace Jude Law), un ufficiale governativo di alto rango al quale ha dato un figlio, e la sua posizione sociale e reputazione a San Pietroburgo non potrebbe essere migliore.
Anna, recatasi a Mosca dopo aver ricevuto una lettera dal fratello dongiovanni Oblonsky (Matthew MacFadyen) per aiutarlo a salvare il suo matrimonio con Dolly (Kelly MacDonald), conosce la Contessa Vronsky (Olivia Williams) e appena scesa in stazione, con suo figlio, incontra l’affascinante e giovane ufficiale di cavalleria Vronsky (Aaron Taylor-Johnson). Tra di loro scatta una reciproca attrazione che non sarà ignorata, anzi.

Nella casa di Mosca c’è in visita il miglior amico di Oblonsky, Levin (Domhnall Gleeson), un giovane proprietario terriero eccessivamente sensibile e compassionevole, innamorato della sorella minore di Dolly, Kitty (Alicia Vikander), alla quale chiede inopportunamente la mano. Kitty però è infatuata di Vronsky e spera di sposarlo. Levin torna nella sua tenuta di Pokrovskoe e si dedica anima e corpo al lavoro nei campi, mentre Kitty scopre che Vronsky ha occhi solo per Anna che, nonostante sia una donna sposata, ricambia l’interesse del giovane…
Due storie d’amore parallele, uguali ma diverse, entrambe tormentate, ed entrambe richiedono degli enormi sacrifici e insostenibili sofferenze, però una sola finirà tragicamente, quella di Anna che ha infranto ogni regola della società di quel periodo; mentre Levin avrà una chance, però senza infrangere le regole e sopravvissuto per quel suo amore incancellabile, allontanandosi proprio da quella società, mentre nell’aria si respira una rivoluzionaria voglia di giustizia sociale.
E Anna si trova in una sorta di labirinto, proprio come quello in cui gioca col figlio, tra amore e morte, felicità e sensi di colpa, condanna e perdono, cuore e ragione. Levin, invece, si rifugia e si sfoga nel lavoro, nella solidarietà e nella speranza, senza mai dimenticare l’amore, anzi tenendolo vivo e, se possibile, rafforzandolo ancora senza ‘viverlo’, infatti è l’unico a ‘uscire’ dal palcoscenico.
Il fascino del film sta proprio in questo gioco teatrale riportato alla realtà e viceversa, con uno scambio di fondali a vista, di passaggi dietro le quinte, che danno allo spettatore l’impressione che la realtà entri in teatro, e il teatro venga catalputato nella vita reale. Grazie anche a un montaggio efficace, ad inquadrature anticonvenzionali (bellissima quella dall’alto dei due amanti sul letto, tanto da ricordare l’Almodovar di “Carne tremula”), soprattutto per Anna e classiche per gli altri personaggi, sequenze coraggiose e passaggi innovativi, e tutto senza tempi morti in una durata complessiva di 130′. Tanto che allo spettatore dispiacerà che il film sia finito.
Era comunque difficile riportare sul grande schermo, una storia già adattata tantissime volte in più di un secolo di cinema (e tivù), e che è stata cavallo di battaglia di dive e grandi attrici, da Greta Garbo (1935) a Sophie Marceau (1997), da Vivien Leigh (1948) a Jacqueline Bisset (tv movie, 1985) e la russa Tatiana Samojlova (1967), ma anche in tutto il mondo, dalla Germania all’Argentina, dall’India all’Italia, tra grande e piccolo schermo. Per questo la versione di Wright/Stoppard conquista perché è riuscita a tenere in raro equilibrio innovazione e tradizione, fondendo il classico al contemporaneo, rendendola ancora più universale non solo nei contenuti ma anche nella (splendida) forma.
Nell’ottimo cast anche Emily Watson (Contessa Lydia Ivanovna), non dimenticata protagonista di “Le onde del destino”, Ruth Wilson (Principessa Betsy Tverskoj), Aruhan Galieva (Aruhan), Bryan Hands (Mikhail Slyudin) ed Eros Vlajos (Boris) .
Splendida cornice per cui Wright si è rivolto alla solita e fedele squadra di collaboratori dal compositore italiano Dario Marinelli (anche lui ha vinto l’Oscar per “Espiazione”) al direttore della fotografia Seamus McGarvey (“The Avengers”), dalla scenografa Sarah Greenwood (tre nomination) alla montatrice Melanie Ann Oliver, dalla costumista Jacqueline Durran (bellissimi costumi e meravigliosi gioielli per cui vinse l’Oscar), dal trucco e parrucco di Ivana Primorac alle coreografie di Sidi Larbi Cherakaoui. I vinse altri 32 premi nazionali e internazionali su 51 nomination.
Nelle sale dal 21 febbraio 2013 distribuito da Universal International Pictures Italy