Quatre nuits d’un étranger

Un vero e proprio film indipendente d’autore, come quelli che il cinema italiano – ma non solo – non ‘sfornano’ più perché la creatività e la sperimentazione cinematografica (non solo) sono diventate un lusso – come la cultura e gli affetti -, ma anche l’innovazione e la ricerca visiva è stata sostituita dal digitale, e soprattutto dagli effetti speciali straviglianti (ma ‘freddi’).
E fin dal titolo, il nuovo film di Fabrizio Ferraro “Quatre nuits d’un étranger” (Quattro notti di uno straniero) ha come riferimento Robert Bresson (e le sue “4 notti di un sognatore”), non solo perché anch’esso ispirato a Dostoevskij e nelle immagini, intense e scarne, nel luogo e nello spazio, ma anche nei personaggi (quasi) ‘muti’, solitari, magari sognatori in un mondo-incubo che ha dimenticato, forse, la comunicazione (vera), i sentimenti, e persino lo ‘sguardo’ stesso.
E se la città, i ponti, i vicoli, il fiume sono terzi ‘protagonisti’, se non i principali in assoluto, del romanzo breve di Dostoevskij (“Notti bianche”), le inquadrature, a volte le sequenze – oltre il bianco e nero della fotografia -, ricordano l’altro grande maestro del cinema che vi si era ispirato per il film omonimo, non a caso uno dei più tormentati di Luchino Visconti, sia durante la lavorazione che al botteghino.
“Il testo ha ispirato molti registi prima di me ma volevo portarlo su un’altra dimensione – ha detto il regista alla presentazione romana –, ma il cinema non è (solo) testo, quello che spesso rischia di trasformarsi in una gabbia. Sul piano ottico il riferimento è Bresson, una sorta di liberazione portata ad un’altra totalità ottica attraverso la luce (volutamente ‘sparata’ ndr.), visto che le storie nelle nostre città sono sempre le stesse. Un uomo, una donna, lo stesso posto, la stessa strada, la stessa stanza del mio film precedente (“Penultimo Paesaggio” che con questo chiude il dittico sul e nel contatto ndr.). In un mondo che si autolimita, autopunisce, che rinuncia alle sue potenziali ma anche a insostenibili bellezze. Questo vale per la nostra vita consumata come anche per il cinema, con le sue immagini sempre più definite, ma in cui c’è sempre meno da guardare, tanto da non riuscire più a proiettare visioni fuori dallo schermo”.

E poi ha aggiunto: “Il processo ottico serve per ricordare, riascoltare storie di esseri umani sempre alla ricerca del benessere, della potenza. Ma l’uomo non si vede più, non viene fuori in base a come vive o come si muove, bensì nei nuovi spazi della città, dove accadono più cose simultaneamente, in uno spazio che diventa a volte anch’esso insostenibile. Il film è stato girato come un’improvvisazione jazz per mettere in crisi i nostri sensi, altrimenti assopiti dalle facilitazione tecnologiche; per far saltare i dispositivi classici, anche con piano-sequenza che vanno da 3’’ a 10’. Noi sappiamo dove vogliamo andare, ma siamo aperti al cambiamento continuo”.
Quindi, un altro uomo, un’altra donna, la stessa città: Parigi. I due si incontrano, si inseguono, si sfuggono. Quattro notti in cui i due incerti amanti si ‘accompagnano’ e si specchiano in una Parigi inedita, illuminata da un bianco cittadino abbagliante che fonde notte e giorno.
I due protagonisti di quest’opera d’autore sono Marco Teti – nato e cresciuto a Roma come Ferraro -, attore e amico di lunga data del regista, e l’italo-argentina Caterina Gueli Rojo al suo debutto come attrice, ma da anni impegnata sul grande schermo, anche come documentarista. Il film è stato realizzato con la collaborazione di Felice D’Agostino, prodotto da Boudu-Passepartout, e coprodotto da Rai Tre-Fuori Orario.
I testi dei ‘Cartelli’ sono tratti da alcuni versi di Georg Trakl, tra cui “Gli ammutoliti”: Oh la follia della grande città, quando la sera / su nero muro irrigidiscono alberi contorti, / da argentea maschera lo spirito del Maligno guarda; / la luce con magnetica sferza discaccia la notte petrosa. / Oh, il sommesso rintocco delle campane serali. (…)
Nelle sale dal 14 febbraio distribuito da Boudu, a Roma al Nuovo Cinema Aquila