“Io sono un caso patologico di crescita infinita” dice Bertolucci a proposito di “Io e Te” dal libro di Ammaniti

Il nuovo film di Bernardo Bertolucci “Io e te”, dal libro omonimo di Niccolò Ammaniti, seduce come ogni sua opera, ma può anche deludere chi non ama il ‘minimal’ come lo definisce l’autore. Perché la storia non è completamente nuova, anzi può sembrare ai più trita e ritrita, tranne il punto di vista e la cronaca della nascita di un rapporto finora inesistente che pian piano diventa profondo, affettivo, anzi veramente fraterno e oltre.

In fin dei conti è l’ennesimo racconto del passaggio dall’infanzia all’adolescenza – anche se al cinema più spesso viene affrontato quello successivo, dall’adolescenza alla maturità – attraverso il ritratto di un quattordicenne solitario e ‘incompreso’ anche e soprattutto da se stesso, il quale decide di prendersi una ‘vacanza’ in cantina, mentre la madre crede sia partito per la settimana bianca con i compagni di scuola.

Presentato ‘fuori concorso’ all’ultimo Festival di Cannes, esce nelle sale italiane – il 25 ottobre distribuito da Medusa in 300 copie – cinque mesi dopo e l’autore afferma con ironia “sono serviti a ridurlo di quel minuto e 5 secondi che lo rendevano troppo lento, perché era lungo il tempo da Cannes all’uscita e bisognava pur fare qualcosa”.

Più vicino ai suoi ultimi film, da “L’assedio” a “The Dreamers”, la nuova opera è se vogliamo claustrofobica, ma coinvolgente.

“Due anni fa Niccolò Ammaniti mi portò ‘Io e te’ fresco di stampa – confessa Bertolucci -. Mi affascinava l’idea di trasformare l’apparente claustrofobia di una cantina in una forma di claustrofilia, amore per il chiuso”.

E il maestro che, colpito dalla malattia, aveva pensato due anni fa che non avrebbe più fatto film, è tornato sul set per girare una storia completamente italiana che, parlando di crescita e sentimenti, emozioni e disagio, diventa universale.

“Erano più o meno trent’anni che non lo facevo e avevo una gran voglia di sentire la lingua italiana in un mio film, e di girare in Italia, con attori italiani. Inoltre, mi sono reso conto che le dimensioni del film mi permettevano di tenerlo ‘sotto controllo’ e che potevo produrlo io, con la mia vecchia Fiction, così come avevo già fatto con ‘L’assedio’. Mi sono guardato intorno e ho trovato Mariano Gianani, un giovane produttore che ammiravo da tempo per i suoi lavori così ambiziosi, così ‘difficili’. Era la persona giusta”.

L’introverso Lorenzo vive con difficoltà i rapporti con i suoi genitori e i suoi compagni e per un’intera settimana ha deciso di chiudere fuori dalla porta tutto e tutti. Ma non ha tenuto conto dell’imprevisto: la sorellastra Olivia, per lui quasi una sconosciuta, piomba nella cantina alla ricerca di alcune sue vecchie cose e irrompe nella sua vita rovinando i piani della sua fuga dalla realtà. Una venticinquenne ribelle, problematica e fragile, anche lei in cerca di riparo in quella cantina.

La convivenza forzata fa scaturire litigi, violente discussioni, gelosie e rivincite, ma porta entrambi alla scoperta del sentimento fortissimo, di cui avevano grande paura ed erano invece immensamente bisognosi. L’amore tra un fratello e una sorella.

Dal libro al film, l’autore dichiara che “è stato molto più impegnativo di quanto si possa immaginare trattandosi di un racconto di un centinaio di pagine. La fase di scrittura è durata 7-8 mesi, inizialmente con Ammaniti stesso e Umberto Contarello, e solo successivamente con Francesca Marciano che è intervenuta nell’ultima fase, quando ho creduto che il personaggio di Olivia avesse bisogno di un tocco femminile”.

Il protagonista del film ad un certo punto dice “mi sento normale” che, sempre secondo lui, significa “niente”. Però cosa vuol dire veramente “niente” per un adolescente di oggi non lo sa nemmeno Bertolucci che sa però benissimo come raccontarlo allo spettatore, anche quando non parlava con un quattordicenne da decenni.

“Io sono un caso patologico di crescita infinita – confessa -, perciò mi sono riadattato subito alla situazione, così come mi riadatto ad ogni situazione, non smetto di assorbire tutto e di crescere. A qualcuno può sembrare perverso che uno della mia età (ha settant’anni passati ed è stato colpito da sclerosi multipla e costretto ‘sulla sedia elettrica’ come la definisce ndr.) guardi così da vicino gli adolescenti ma io voglio capire. Sempre. Quando ho cominciato la realizzazione non sapevo nulla dei quattordicenni di oggi e, quindi, dovevo imparare. Persino il senso di quel niente che può essere tutto”.

“Di quello di cui ero sicuro – prosegue – era del finale: con Ammaniti e gli altri sceneggiatori abbiamo discusso fino all’ultimo. Molto con mia moglie, anche lei sceneggiatrice (Clare Peploe ndr.), anche se nei titoli non figura. Quando lessi il libro dissi a Niccolò che mi era piaciuto molto tranne il finale: la morte di Olivia mi sembrava prevedibile, una sorta di punizione. Non mi piace al cinema, nei romanzi, nelle commedie che i personaggi dei tossici, alla fine, debbano per forza morire. E’ un destino coatto e prevedibile che trovo anche moralistico. Mi sembrava che il ritorno all’esterno di Lorenzo e Olivia, dopo sette giorni, sarebbe stato molto più bello lasciando aperto il futuro della ragazza. Insomma, ho sospeso la sua condanna a morte, perché secondo me è la storia di una liberazione, il ragazzo infrange la sua solitudine, deve accettare che va incontro alla vita, l’altro da sé, che lo costringe ad avere una sorta di iniziazione e tutti e due escono fuori, come nel dopo bomba atomica, dal rifugio/cantina in cui sono stati insieme una settimana. E il film si chiude con un sorriso”.

Volti nuovi i protagonisti, quindi, sconosciuti per il pubblico, però giusti ed intensi, Jacopo Olmo Antinori, figlio d’arte (sembra che il secondo nome sia stato preso dal personaggio di “Novecento”) e Tea Falco, fotografa e attrice catanese, scelti tra centinaia (di provini) ma non proprio esordienti, ma per la prima volta sul grande schermo da protagonisti. E i due hanno contribuito anche come ‘consulenti’, tanto che il regista ha attinto da una frase che la ragazza aveva detto al provino: “sarebbe bello non avere punti di vista. Non litigheremmo mai”, e ha donato al suo personaggio il background di fotografa e le sue foto artistiche.