Sofia Coppola a Roma parla del suo “Bling Ring” e sugli adolescenti

Presentato in anteprima al Festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard, arriva nelle sale italiane il 26 settembre – in 300 copie distribuito da Lucky Red – il nuovo film scritto e diretto da Sofia Coppola “Bling Ring”, un ritratto inquietante e, per certi versi, sconcertante degli adolescenti di oggi, ossessionati dalla celebrità e dall’effimero benessere firmato delle star.
“Era incredibile – dice la regista, alla Casa del Cinema di Roma, alla presentazione -, ragazzi giovani e carini che facevano quelle brutte cose nel mondo agiato e scintillante delle star. Le loro dichiarazioni mi hanno molto colpita. Sembrava che non si rendessero conto di aver fatto qualcosa di veramente sbagliato e che fossero interessati soprattutto alla celebrità ottenuta grazie ai furti. Tutta questa storia sembrava dire molto sulla nostra epoca e su come crescono i ragazzi nel mondo di Facebook e Twitter”.
A Los Angeles, un gruppo di adolescenti ci trascina in una folle e travolgente sequenza di crimini sulle colline di Hollywood. La storia, ispirata a fatti realmente accaduti, del gruppo ossessionato dal glamour e dal lusso, utilizzando internet, ha realmente studiato le celebrità da colpire, per poi rubare nSperelle loro case beni di lusso per oltre 3 milioni di dollari. Tra le vittime Paris Hilton, Orlando Bloom e Rachel Bilson. La banda è stata ribattezzata dai media “The Bling Ring”.
“L’idea del film è nata nel 2008 – prosegue – dalla mia osservazione (e dall’articolo ‘I sospetti indossavano Louboutin’ della giornalista Jo Nancy Sales per Vanity Fair e ora diventato un libro Sperling & Kupfer ndr.), sul fascino e sull’attrazione che esercitano i reality sui giovani e che continua a farlo, anzi il fenomeno sta crescendo. Ero molto interessata a questo aspetto della nostra cultura, dalle dimensioni notevoli”.
“La storia che avete visto parla di questo, ragazzi sui quali sembra le famiglie non siano di sostegno. Quelli raccontati nel film hanno genitori assenti, ma ci sono tanti altri che li sostengono e trasmettono loro altri valori”.
“Ne ‘Il Giardino delle Vergini Suicide’ (la sua opera prima ndr.), c’erano una situazione e un tempo diversi, le protagoniste erano ragazzine innocenti, questi non lo sono affatto. Volevo raccontare quello che sta succedendo nella società contemporanea, in situazioni completamenti diverse”.
“Sono anch’io curiosa, come mamma di due figlie – aggiunge -, di sapere se questa cultura pop continuerà a crescere oppure si cambierà pagina. La loro storia aveva un che di fantascientifico, scoprire che seguono questo tipo di cultura è stato sorprendente, ma altri ragazzi crescono in un’altra maniera”.
“Per quanto riguarda il disagio e sulla mancanza di valori nell’adolescenza se ne parla un po’ da sempre, non sul comportamento e sull’ossessione per la celebrità, sul condividere tutto con tutti, volevo dare uno sguardo a tutto questo e scoprire quale sarà la reazione del pubblico su qualcosa che sta succedendo ora”.
“Prima dell’inizio delle riprese – dichiara sulla preparazione degli attori – abbiamo fatto in modo che i giovani protagonisti (tutti esordienti tranne Emma Watson di “Harry Potter” ndr.) passassero del tempo insieme, facessero diverse cose insieme, e abbiamo deciso di farli entrare in casa di altre persone, in realtà era la casa di un amico che ha accettato di prestarsi a questo gioco”.
“Non abbiamo avuto contatto con nessuna celebrità (vittime della banda ndr.) tranne Paris Hillton, mantenendo però lo stesso distacco che c’è nel film. No, so che c’era questo reality show (per cui una mamma prepara le figlie ndr:) e che loro speravano di poter partecipare”.

“Uno dei motivi che mi ha spinta a fare il film – quando sono venuta a sapere cosa stava succedendo nel mio paese -, è stato che tutti ne fossero consapevoli, non so se qualcuno sta facendo qualcosa a livello istituzionale, ma il mio lavoro è un modo perché ne prendano atto”.
“Non chiudere la porta di casa è una cosa tipica di Los Angeles – conferma – e di quei quartieri, perché lì ci si sente protetti, sicuri, si ha un atteggiamento rilassato, cool, che bisogno c’è di chiudere? A New York è diverso, chiudere li fa sentire tranquilli, protetti. Almeno Paris Hillton, immediatamente non se ne accorse che mancassero uno o due pezzi del suo guardaroba. L’ha scoperto più tardi”.
“Volevo che il film seguisse la loro storia mantenendo un certo distacco – ribatte -, anche perché fra di loro non c’è grande intimità, l’unica cosa che li accomuna è la passione per questi oggetti. Ho parlato tantissimo con la giornalista Jo Nancy Sales che raccontava questa storia, e la figlia di una mia carissima amica mi ha aiutato riguardo lo slang dei ragazzini. Ho letto le trascrizioni dei rapporti dei giornali e della polizia, e ho parlato con qualcuno dei protagonisti veri”.
“Volevo evitare alcune questioni legali, visto che si trattava di fiction non di un documentario, e volevo avere una certa libertà, e questo non era possibile con una storia interamente vera. Ho cercato di essere empatica e di non giudicare. Non che volessi dire che quello che hanno fatto va bene, ma desideravo che il pubblico si facesse una sua opinione. Il film mostra come la cultura dominante riesca ad influenzare dei ragazzi ai quali le famiglie non hanno trasmesso valori forti in cui credere”.
“Comunque, volevamo essere molto autentici, ma non abbiamo ricevuto denaro da marchi e firme, però avevamo bisogno che si parlasse dei loro prodotti. Non è stato un product placement. Un sedicenne è un adolescente, e mi sono posta problema di non fare idoli né eroi, tutt’altro. Ho cambiato i loro nomi anche per questo, perché non volevo traessero vantaggio dal film”.
“Lo volevo raccontare dal punto di vista del ragazzo perché, per caso, cambia scuola e finisce lì trainato da loro. Una gang tutta formata da ragazze dove, forse, è stato tirato su suo malgrado. Io vivo fra New York e Parigi, e quando sono rientrata in patria la cultura pop era già esplosa. Quando ti allontani per un po’ queste cose vengono viste in maniera più oggettiva, con un certo distacco”.
“Il punto vista del film è chiarissimo – conclude -, il finale è da film dell’orrore, non bello. Non siamo dalla loro parte, ma ognuno lo legge come gli pare. So che il ragazzo (quello vero ndr.) l’ha visto e detto che ricalca la loro storia. Solo lui avevo incontrato all’inizio delle riprese per qualche domande; non volevo essere troppo vicina né saperne troppo”.
E poi chiude sulle nuove generazioni e sul lavoro: “So che la figlia di amici a Parigi, ha la stessa ossessione, credo che internet sia un fenomeno di portata internazionale, posso sapere i livelli che ha raggiunto in America, ma credo sia ormai un fenomeno globale”.
“Io sono sempre stata interessata al mondo della moda, ma non ho avuto mai l’ossessione di possedere un vestito o una borsa firmata perché la possiede una star, mai avuta un’overdose, ancor meno oggi. Non ero ossessionata dal possedere prodotti di marca, il mio è un rapporto di altra natura”.
“Il video clip per la band di mio marito l’ho appena fatto – conclude -, ora mi voglio godere una pausa con i figli e la famiglia, non sto lavorando a nulla di preciso”.