Le commedie francesi invadono pacificamente gli schermi italiani

Le commedie francesi imperversano sugli schermi italiani, sarà dovuto ai successi delle stagioni precedenti o di quella appena finita – da “Giù al nord” (rifatto da noi in “Benvenuti al Sud”) di Dany Boon e il premio Oscar “The Artist” di Michel Hazanavicius a “Quasi amici” di Olivier Nakache ed Eric Toledano – ma negli ultimi mesi se ne sono viste tante e altrettante sono in cartellone.

Alcune perché interpretate o dirette da nomi che apparivano nei sopracitati titoli, altre per attori noti anche da noi o reduci del successo al botteghino in patria. Tanto che persino il debutto dietro la macchina da presa (anche se ormai non la dovremmo più chiamare così) della nostra Laura Morante è targato Francia: il delizioso “Ciliegine”. Una commedia sulla complessità dei rapporti umani (amorosi e non), tra androfobia e disagio, equivoci e malentesi, torte e ciliegine, appunto.

Altre sono soltanto gradevoli e romantiche come “L’amore dura tre anni” dello scrittore Frédéric Beigbeder, al suo esordio nella regia per volere dei produttori Michael Gentile e Alain Kruger, che si rifà a quella degli anni ‘70/’80, con riferimenti alti come il compositore Michel Legrand, autore di colonne sonore indimenticabili; altre commedie sono carine, divertenti e gustose come “Travolti dalla cicogna” di Rémi Bensançon con la coppia Louise Bourgoin (protagonista anche del sopracitato) – Pio Marmai, in uscita il 27 luglio. Questa commedia, ispirata al libro autobiografico “Lieto evento” (anche titolo originale) di Eliette Abecassis (edito in Italia da Marsilio), narra di una giovane coppia – quindi inesperta – alle prese con la nascita del primo figlio, tra ansia e apprensione, lacrime e sorrisi, tradizione e ‘modernità’, consigli e manie. E dalla sua sana e corrosiva ironia non si salva nessuno.

Oppure “Mon pire cauchemar” (diventato in italiano “Il mio ‘miglior’ incubo”) diretto da Anne Fontaine – fuori concorso al Festival di Roma – con la strana, ma affiatata, coppia Isabelle Huppert – Benoit Poelvoorde, schermaglie di classe e d’amore tra una intellettuale benestante e un rozzo disoccupato ubriacone.

Poi ci sono quelle che seguono argomenti sulla cresta dell’onda come la gastronomia (che imperversa anche in televisione) in “Chef” di Daniel Cohen con l’irresistibile coppia Jean Reno-Michael Youn, notissimo in patria ma non ancora da noi e da tener d’occhio. Una commedia ‘buddy-buddy’ come le definiscono a Hollywood (per via dell’omonimo film di Billy Wilder con la coppia Jack Lemmon-Walter Matthau), magari convenzionale, ma ‘gustosa’ ed efficace al punto giusto.

Altre ancora sono più ironiche e spietate come “Cena tra amici” di Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte, sulla scia dell’ottimo “Carnage” di Roman Polanski, e anch’essa trasposizione di un testo teatrale, e con un bel cast capeggiato da Patrick Bruel.

Infine, qualcuna trascurabile o da dimenticare subito dopo, come “Benvenuto a bordo” di Eric Lavaine, con un comico molto amato in patria (soprattutto dal pubblico femminile) ma pressoché sconosciuto da noi, Franck Dubosc, in versione sentimentale, riveduta e corretta (la sua comicità è quella volgare e sboccata, non adatta ad un pubblico di famiglie, ci informano), e l’italiana Luisa Ranieri. Per non parlare di “Thelma, Louise et Chantal” di Benoit Pétré, ribattezzata da noi “Adorabili amiche”, con Jane Birkin, Caroline Cellier e Catherine Jacob, che con l’illustre precedente ha in comune – oltre il titolo originale – solo uno svolgimento on the road.

Però, a parte il fatto che anche in Francia negli ultimi anni, molti registi esordiscono in un genere fino agli anni Ottanta (quasi) escluso dalla gara per gli Oscar, e che i giovani vengono sostenuti più che altrove nel loro debutto sul grande schermo, i neoregisti hanno saputo rivalutare il genere attraverso lo studio della nostra commedia all’italiana degli anni d’oro, senza trascurare la loro tradizione, quella di attori come Louis De Funés e Pierre Richard, ma anche della rimpianta Annie Girardot e Philippe Noiret; di artigiani come Gérard Oury e Claude Zidi, oppure di autori come Pierre Etaix e il maestro Jacques Tati, aggiornandole e traendone il meglio in quanto a struttura e ritmo.

Non è un caso se da noi, per la prima volta, è stato tratto un remake da una commedia d’oltralpe, quel “Giù al nord” diventato “Benvenuti al Sud”, eguagliando e superando (da noi) il successo avuto in patria dall’originale di Dany Boon, protagonista e regista. E in Italia è stato realizzato addirittura un seguito, “Benvenuti al Nord”, magari meno convincente, ma con quasi gli stessi risultati al botteghino.

Inoltre c’è un fatto non trascurabile, che anche attori – cinematografici e non ‘comici televisivi’ – sono negli ultimi anni passati alla regia proprio con una commedia, e spesso prendendo spunto dalla realtà, ora ispirandosi a un fatto vero, ovviamente romanzandolo e/o ‘inventandone’ ora particolari divertenti e credibili, ora affidandosi ad attori di talento in ogni genere, ora rispettando i giusti tempi comici in ogni situazione. Valga per tutte “Piccole bugie tra amici”, scritta e diretta da Guillaume Canet (passata in anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma), con un cast di attori del calibro di François Cluzet e i premi Oscar Marion Cotillard e Jean Dujardin.

Infatti, grazie al successo internazionale di Hazanavicius e Dujardin, è approdato sui nostri schermi anche il precedente film “Gli infedeli”, una commedia a brevissimi episodi (l’ispirazione è il capolavoro di Dino Risi “I mostri”) il cui dichiarato riferimento è la ‘commedia all’italiana’ anni Sessanta. I registi, oltre Hazanavicius e lo stesso Dujardin, sono il collega Gilles Lellouche, Emmanuelle Bercot, Fred Cavaye, Alexandre Courtes, Eric Lartigau, tutti esordienti o quasi.

Non ultima e, addirittura, partendo da un tragico episodio autobiografico, l’attrice, sceneggiatrice e regista Valérie Donzelli, è riuscita a fare una commedia esemplare come “La guerra è dichiarata”, affrontando un tema duro e doloroso con estrema delicatezza e raccontando la sua storia con affettuosa leggerezza, per il figlio e per il cinema. Segno che anche la commedia ha bisogno di essere sorretta da passione, sentimenti ed emozioni; però sempre in raro equilibrio fra lacrime e sorrisi/risate.