Giuseppe Tornatore parla del suo nuovo film “La migliore offerta” ma non svela l’enigma

“La miglior offerta”, il suo nuovo film, Giuseppe Tornatore l’ha appena finito di girare, ed è la prima volta che ne parla con la stampa, stamattina all’Ara Pacis di Roma, dopo la proiezione di soli 3′ del backstage.

“Ho finito la settimana scorsa – esordisce il regista premio Oscar -, e anche se avevo iniziato a montare qualcosa durante i week-end, da lunedì scorso ho cominciato il vero e proprio montaggio, perché è stata già fissata la data di uscita, il 4 gennaio 2013, e bisogna rispettare i tempi. Devo lavorare sodo, ma non potevo sottrarmi alla proposta di conferenza stampa voluta dalla Warner Bros. Italia e da Arturo Paglia (produttore con Isabella Cocuzza per Paco Cinematografica ndr.). Dovevo dire qualcosa rivelando il meno possibile”.

Se la lavorazione è stata segreta e la storia resta un enigma, qualcosa è riuscito a svelare, ma quasi in una sorta di gioco a quiz, anzi da cruciverba per specialisti, oppure di ‘battaglia navale’ come afferma lui stesso.

“Non è sul mondo delle aste d’arte – dichiara -, ma è nel background della storia, e Geoffrey Rush (il protagonista ndr.) è un battitore d’aste, ma il film non ha totalmente a che fare con quello. Il titolo e un po’ la terminologia di quel mondo, parole che mi hanno sempre attratto, per le aste vale ‘l’offerta più alta’, mentre per le gare d’appalto ‘la più bassa’. Qui ha una valenza allegorica, perché è ‘solo una storia d’amore’, e in amore non sai mai qual è la migliore offerta. La più alta o la più bassa? La tessitura narrativa è un po’ misteriosa, quasi gialla, forse da thriller senza morti. La vicenda è raccontata da una tessitura da giallo classico, ma non possiede i suoi ingredienti”.

“Ripeto – conferma – non ci sono omicidi (ma da un flash visto di sfuggita, forse c’è un tentato suicidio ndr.), niente di tutto questo. Cosa di simile, di analogo con i miei precedenti film? Credo rompa un po’ la mia costante, forse lo si può accostare ad ‘Una pura formalità’, o qualcosa di simile. Ma una ragazza tempo fa ha fatto una tesi in cui dimostrava che altro non era che ‘Nuovo Cinema paradiso’. Oggi vi giuro di aver fatto un film completamente diverso, forse un giorno qualcuno dimostrerà che è la rilettura di un altro (‘L’uomo delle stelle’, ‘Malena’…). Non c’è nemmeno una connotazione autobiografica mentre in ‘Una pura formalità’, invece, c’era. Il film ha avuto una genesi curiosa: è una vecchissima idea di tanti anni fa, dei primi tempi passati a Roma, visto che raccolgo sempre spunti per poi elaborarli, e/o buttarli via se non mi convincono. Questa mi attraeva in modo particolare ma non mi convinceva mai, né parlavo ai produttori. Recentemente un’altra idea mi suggerì la sensazione che fosse l’elemento di attrazione di quella vecchia idea su cui lavoravo da anni e, attratte tra di loro, è nata una struttura convincente, quasi un esempio di carpenteria cinematografica. Non è ‘Baaria’ che volevo fare da tanto tempo, né ‘Nuovo Cinema paradiso’ che casomai ne è una sorta di spin off ante litteram, ma ad un certo punto si è solidificata e con Arturo abbiamo deciso di fare il film insieme perché l’idea gli era piaciuta”.

“Molto difficile che possa partecipare al Festival Internazionale del Film di Roma – risponde -, perché devo praticamente fare tutto il montaggio, poi ho un impegno a New York”.

“Il cast anglofono è quello che l’esecuzione del progetto voleva, perché non è una ‘storia italiana’, l’ambientazione non poteva esserlo. Fra gli attori, non avevo tanti in testa, il primo a cui ho mandato il copione è stato Geoffrey Rush, dopo tre giorni mi ha scritto ‘ho letto faccio il film’. Era impegnato in Australia e io non potevo raggiungerlo, poi mi ha detto che sarebbe stato un giorno di passaggio al festival di Toronto e l’ho raggiunto lì. Gli ho chiesto qual è la cosa che l’aveva spinto a decidere di fare il film, e lui rispose ‘mia moglie, lei legge tutti i copioni che mi arrivano e mi dice quelli che devo leggere e fare. Aveva ragione’. E’ simpatico, semplice nei rapporti, dentro la sua professione potrebbe avere tutte le caratteristiche dei mostri sacri, lui però ha un metodo personale, maniacale e ossessivo, ma una leggerezza unica nel rapporto con gli altri. Singolare da questo punto di vista, versatile come attore. E gli capitava di girare una sequenza dell’inizio del film, il giorno dopo quella del finale, e sono due personaggi completamente diversi perché è ‘la storia di una trasformazione’ (si lascia sfuggire ndr.). Di solito, alla fine del film si dice: ho lavorato benissimo con lui e lo vorrei fare di nuovo, io lo dico sinceramente, mi sono trovato veramente bene con lui. E’ stata un’esperienza bellissima”.

“Donald Sutherland è il miglior amico di Rush/Virgil – prosegue -, Sylvia Hoeks una cliente, Jim Sturgess (da “Across the Universe” a “The Way Back” ndr.) un giovane che ha una straordinaria capacità di restaurare congegni, uno che sa aggiustare qualunque cosa, e come Virgil si imbatte spesso in congegni di gran valore, si deve affidare a lui. Per il personaggio femminile è stato più difficile, ho fatto un sacco provini qui, a Los Angeles, a Londra e non andavano bene, poi è venuto fuori il nome di Sylvia, le foto e, infine, un provino straordinario. Sturgess, meno della ragazza, è stata comunque un’ottima scelta come attore, ed è una persona deliziosa. Quando ero a Los Angeles per concludere l’accordo con Rush ho scoperto che aveva lo stesso agente di Sutherland e così ho subito concluso anche con lui. Inoltre nell’inglese parlato non volevamo né slang americano né nessun tipo di accento”.

“All’inizio tutta l’ambientazione doveva essere a Vienna, poi durante la lavorazione abbiamo deciso che  non doveva essere unica, perché troppo specifica, e abbiamo ridotto Vienna e trovato un’ambientazione simile in Alto Adige. Abbiamo girato a Trieste, Bolzano (soprattutto), Merano (un giorno), Milano, Parma, Praga (unica dichiarata, nel finale) e Roma.

“Nel film non si dice mai dove si trovano – continua -, ma dovevamo fissare di paletti: è un inglese che vive nella Mitteleuropa. Non sono stato mai particolarmente attratto dalle aste, ma da 15 anni mi arriva regolarmente un catalogo delle casa d’aste; ogni mese uno che non avevo mai neanche sfogliato. Poi, vista la loro determinazione, ho cominciato a sfogliarlo, e sono stato attratto dalle descrizioni delle opere messe in vendita. Potrebbe trattarsi di una piccola sedia d’epocoa, ma la descrizione te la fa immaginare bellissima: una terminologia attraente, sensuale, convincente. Un po’ ha influito sulla decisione che la storia avesse sullo sfondo quel mondo lì”.

“La Warner distribuirà il film in Italia e in Germania – dichiara Barbara Salabè, responsabile della Warner Bros -, è stato un grandissimo onore lavorare con un premio Oscar, è stato il momento più alto d’attenzione della WB al cinema italiano, perché rimane un investimento nel cinema italiano. Tutta la parte internazionale se ne occupa Arturo con la Paco Cinematografica. Una grande produzione internazionale e un film italiano, grazie all’energia, la direzione e la visione di Giuseppe”.

“Noi all’inizio volevamo fosse una co-produzione internazionale – ribatte Paglia che in passato ha prodotto “Cover Boy” e “Basilicata Coast to Coast” -, solo che attualmente questo tipo di progetto non garantisce i soldi e abbiamo deciso di farlo con i nostri mezzi, con l’appoggio della Warner, il grande sostegno di Unicredit e le agevolazioni fiscali italiane, così il film è targato Italia al cento per cento. L’abbiamo già venduto in Australia, Benelux e stiamo trattando ora per  gli Usa, Francia e Inghilterra. Abbiamo passato notti insonni, ma non siamo rimasti scioccati. E’ complicatissimo far coincidere tutto il meccanismo con il tempo a disposizione. Tutti ci dicevano “Giuseppe sforerà”. Forse siamo stati dei pazzi ma ci credevamo, e in 13 settimane ce l’abbiamo fatta. Avevamo ragione su Giuseppe e sulla WB che ci ha accompagnato. Sapere che gli altri non ti seguono se non prendono fondi fondi e ancora fondi in giro, ci ha spinto a pensare che il film ci darà quello che speravamo. Siamo felicissimi di averlo fatto.

“Non è stata la prima volta che mi allontanano dalla Sicilia – riprende il regista -, non lo so se i tempi erano allora migliori di adesso, ma la situazione oggi è così grave da rendere più evidenti tutti i problemi storici del paese. Quando senti dire ‘La Sicilia è a rischio default’, ti dispiace, ti porta quasi a sospettare che si possa rivelare il laboratorio dove si fanno gli sperimenti della storia. Non vorrei che per spiegare alla gente – che si chiede ‘cos’è default? -, si scelga proprio la nostra isola. Questo è un momento che ci lascia quotidianamente preoccupati, come e perché è venuto fuori questo film non c’entra niente, è accaduto. E’ vero, è curioso, siamo stati diverse settimane in Alto Adige e abbiamo avuto dei rapporti umani meravigliosi. Bisogna vedere, il nostro paese è molto complesso, non sai mai a che punto si trova, qual è il vero polso del paese e veramente come sta andando”.

“Quando decido che la storia può diventare un film – prosegue -, devo cercare di capire qual è la soluzione migliore, anche in situazioni estreme. ‘Baaria’ l’ho fatto in dialetto, è stata una scelta di fedeltà con la storia. Immaginatevi ‘Una pura formalità’ ambientato in Italia, con i carabinieri al posto dei poliziotti si pensa subito alla commedia. Infatti, le divise non si rifanno a nessun poliziotto del mondo, le abbiamo create apposta per il film. Anche ora volevo essere fedele alla storia e ho provato a immaginarla ambientata qui, ma ho capito che sarebbero stati troppo caratterizzati, sarebbe stato un errore per la storia, così come non andava bene nemmeno un’ambientazione americana. La soluzione più saggia è quella che ho seguito e ho deciso di intraprendere. Non sempre vince la strategia dei bottegai – ‘così lo vendiamo’ -, anche perché una formula non l’ha mai inventata nessuno”.

E sulla vicenda Cinecittà racconta e conclude:

“Stavo ancora girando, la segretaria mi dice la cerca Citto Maselli,. Dopo un giorno Maselli ‘mi cerca con urgenza’, ‘lo chiamerò stasera…’ ‘Troppo tardi’ dice lui’, e poi con voce commossa aggiunge ‘sto raccogliendo firme per l’appello per Cinecittà’. Mi ha commosso il fatto che lui, a 80 anni, si sia messo a telefonare per questa battaglia importantissima. L’idea che un luogo come Cinecittà possa diventare qualcos’altro non si può accettare, nemmeno che sparisca e diventi tutta un’altra cosa. E’ vero che quando entri lì oggi hai la sensazione non che non stia succedendo nulla, è una tristezza vederla così pensando ai tempi in cui varcavi il cancello e ad ogni passo incontravi personaggi importanti, attori, registi. Non deve essere quella degli ultimi anni, ma non può diventare tutt’altro. Non è solo un simbolo, credo non se lo possa permettere, ma è un patrimonio nazionale. Penso che una situazione di grande crisi deva creare una situazione di rilancio. Come nel calcio, tutte le volte che una squadra si trova in una situazione critichissima è l’ideale per stabilirne il rilancio. Perché non dovrebbe arrivare qualcuno disposto a investire nella squadra del cinema italiano, nonostante la crisi? Visto che i film si continuano a fare. Il cinema non dovrebbe più esistere, invece esiste ancora!”.