Valérie Donzelli: per una giovane coppia “La guerra è dichiarata” alla malattia del figlioletto

Un film autobiografico coinvolgente e toccante, scritto, diretto e interpretato da Valérie Donzelli. La storia di una giovane coppia, di un grande amore, e della ‘guerra dichiarata’ alla malattia del figlioletto. Un argomento di estrema drammaticità, affrontato con delicatezza, leggerezza persino, anche perché la loro storia è finita bene. E senza fare appello al pietismo né al ricatto dei film di genere, perché la regista non segue altre regole che le sue, in un mix che si mantiene in raro equilibrio fra tragedia e commedia, coinvolgendo ed emozionando lo spettatore, anche con intermezzi surreali e/o da musical.

Candidata all’Oscar dalla Francia per il miglior film straniero, acclamata alla Settimana della Critica di Cannes 2011, sei nomination ai César e molto amata dal pubblico e dalla critica, l’opera seconda dell’attrice, sceneggiatrice (con Jérémie Elkaim) e regista conferma come l’autrice francese porti avanti il suo cinema con spregiudicatezza, originalità e, soprattutto, con una grande passione fin dall’opera prima. Una storia raccontata con grande forza autoriale, tra vitalità e leggerezza, senza tenere conto delle ‘regole’ del cinema tradizionale, nel contenuto e nella forma, tanto che anziché un mélo ne risulta un film d’azione, una sorta di grande corsa, intensa e carnale.

“Il mio riferimento è stato il Diario da me scritto durante malattia – esordisce la regista – soprattutto per ricordarmi delle cose, di come evolveva il tumore, per non dimenticare. Ma non volevamo un film sull’evoluzione della malattia, ma su una giovane coppia di genitori costretta ad affrontare una prova così difficile. E’ stato una sorta di bibbia, perché c’erano le cose che man mano ci avevano detto i medici, le tappe, le terapie”.

“Non ho mai studiato cinema – confessa sul suo modo ‘trasgressivo’ di filmare -, imparo facendo e andando, forse, oltre. Ho capito una cosa in questo che non avevo afferrato nell’altro film, dal fatto che dirigo e allo stesso tempo sono protagonista, questo sdoppiamento tra il controllare tutto e il lasciarmi andare nella recitazione, ha fatto sì che proprio la recitazione desse il ritmo, una pulsazione da ‘film vivente’. La cosa che adoro del cinema è l’immensa libertà che si ha, di poter fare quello che si vuole, rispettando le ‘mie’ regole, è stata un’esperienza liberatoria”.

“Innanzitutto non ho mai avuto l’intenzione di rivivere la mia storia – prosegue -, ma di costruire qualcosa; il vissuto resterà per noi, è una storia personale ma credo che tutti i registi lo facciano, anche inconsciamente. C’è sempre qualcosa di noi, lo mettiamo spesso, non per riviverlo ma per compartire qualcosa con gli altri, con tanta gente. Eliminando tutto il brutto, è rimasto il bello della nostra storia”.

“A pensare a nomi che fossero dei riferimenti ci abbiamo messo un pochino – continua -, non volevamo cambiare i nostri solo per cambiarli, ma cercavamo due nomi famosi della Storia, partendo da Paul e Virginie. Poi ci siamo detti ‘perché no Romeo e Giulietta?’ Due che si incontrano, il colpo di fulmine, poi ne parleranno persino fra loro, iniziando dal ‘mi stai prendendo in giro?’ Questo ha creato la situazione, attraverso i loro nomi si innamorano follemente. Una volta scelti i nomi, lontani anni luce dai nostri, anche i personaggi si allontanavano da noi, e dato che sono delle icone – una sorta di stimmate -, la loro storia diventa universale. Adam (il nome del figlio ndr.) è il primo uomo, ma a parte questi nomi tutto il resto sono vicende reali, ancorate alla realtà, non sono più ‘Romeo e Giulietta’ ma un uomo, una donna e un bambino che raccontano una storia universale”.

“Prima di metterci al lavoro assieme (col suo ex-compagno Jérémie Elkaim ndr.) abbiamo parlato molto con lui – dice del loro figlio -, e gli abbiamo detto che volevamo realizzare un film su quello che avevamo vissuto tutti quanti insieme, non una storia malattia ma su una coppia che l’affronta. La sua reazione non è stata in nessun modo di paura né si è mostrato preoccupato. Anche perché siamo abituati a mischiare spessissimo le cose. Certe volte lo riprendo da scuola e lo porto al lavoro, oppure torno dal lavoro e resto insieme a lui. Non c’è una separazione così netta. Un po’ fa parte della nostra vita di tutti i giorni, quando sto con lui non mi sembra di lavorare, e questo sto al lavoro mi sembra di stare con lui. E quando dovevo scegliere l’attore per il ruolo del bambino guarito da grande, lui stesso mi ha detto ‘a me piacerebbe farlo, lo vorrei fare proprio io”. E così è stato, nelle ultime sequenze della pellicola il loro figlio interpreta il bambino cresciuto e ormai guarito.

“Visto che noi due facevamo i genitori – prosegue -, era, forse, la cosa più coerente, anche perché ha una presenza cinematografica importante, il viso leggermente irregolare a causa di quella parziale paralisi. Ha partecipato a tutte le fasi della realizzazione, dalle letture alla visione dei giornalieri, al montaggio. Però non volevo farglielo vedere subito finito, perché non sostituisse i ricordi veri con la sua storia nel film. Una volta uscito in Francia, e dopo il successo, i compagni gli dicevano che l’avevano visto. Allora è andato a vederlo con la nonna e poi mi ha detto: ‘sì, è bello!'”.

“In effetti dalla scrittura alla realizzazione e l’uscita, il film si può paragonare alla gravidanza. Dopo una gestazione di nove mesi, il film esce e non è più tuo, ma di chi lo interpreta e lo giudica. Sicuramente è come fosse un nostro figlio, dove trovano spazio due sensibilità diverse. Jérémie è più analitico, intelligente; io più istintiva, spontanea. La mia regia non è canonica in senso tradizionale, ma nel mio metodo, il risultato è la coerenza, tra due sensibilità che sono unite. Jérémie è più bravo anche sull’aspetto umano dei personaggi. Lavoriamo, abbiamo lavorato e lavoreremo insieme ancora. Ci sono delle scene scritte da lui che io poi ho cambiato; altre che abbiamo scritto insieme, altre ancora che non le avevamo nemmeno previste. Difficile spiegare concretamente cosa è vero e cosa no. Per chi ama questo mestiere tutto è utile per fare o da mettere in un film. Noi scrivevamo poi facevamo una passeggiata, parlavamo del film, andavamo a pranzo e tornavamo a scrivere. Tutto quanto può servire e/o diventare argomento del film”.

“Una delle condizioni di base era girare nei veri ospedali – aggiunge -, perché il nostro è il tragitto che in Francia seguono tutti i genitori che hanno figli affetti da questa malattia (tumore al cervello ndr.). Nel film loro lo scoprono a Marsiglia e decidono di tornare a Parigi perché c’è il centro migliore per trattare questo tipo di cancro, poi il trattamento post operatorio di questo tipo c’è a Ville Juif. Il percorso che vedete è quello che fanno i genitori di bambini che soffrono di questa malattia”.

“Sicuramente la lavorazione non è stata così complicata, perché abbiamo ricontattato tutti i chirurghi e specialisti che avevamo conosciuto durante il decorso della malattia lungo tanti anni. Nessun problema a spiegare cosa volevamo fare, solo che dovevamo lavorare con una troupe molto leggera, discreta, non interferire con l’attività dell’ospedale. Nel precedente avevo solo 4 persone perché eravamo con un budget limitato. Stavolta eravamo 10 in tutto, ma non abbiamo usato luce elettrogena, e abbiamo quasi interamente girato il film con una Canon fotografica che fa le riprese in HD e si prestava a quello che volevo fare, che non fosse ingombrante e mi permettesse di lavorare agilmente all’interno. Solo la scena finale, al rallentatore, l’abbiamo filmata in 35mm, mentre nella zona di terapia intensiva, abbiamo filmato solo quando era possibile e seguendo i ritmi dell’ospedale. Abbiamo avuto il sostegno di medici e infermieri, che sono stati contenti di avere un cambiamento nella loro routine, una piccola troupe, uno scenario diverso. Volevamo filmare quello che è, senza fantasmi né sconvolgimenti, un bambino si trova lì perché sta male. Nelle stanze regna il silenzio, la calma, ogni tanto si incontra qualcuno, ma è questo un ospedale”.

“Dopo la proiezione in ospedale – racconta Donzelli -, medici, infermieri e personale erano tutti molto contenti per come erano visti dall’altra parte, perché loro hanno una visione dell’ospedale come posto di lavoro, mentre il film mostra loro cosa vuol dire frequentarlo come paziente o malato. E hanno capito che la pellicola rende loro omaggio, perché volevamo mostrare come la sanità francese sia ottima, funziona benissimo ed è completamente gratuita”.

“Jerémie ha fatto anche il consulente artistico e musicale perché è un vero esperto, e ‘Ton grain de beauté’ l’abbiamo scritta insieme, e la musica mi ha accesso la lampadina per la sequenza ancora prima delle riprese, e anche la suggestione per altre. Anche Le Quattro Stagioni di Vivaldi mi ha fatto venire in mente la scena in cui si ascolta. Avevo pensato ad una messa in scena musicale, perciò sapevo era molto importante la scelta dei brani”.