Sydney Pollack

  Sydney Pollack, uno dei grandi della “Nuova Hollywood” anni Settanta, era nato il 1° luglio 1934, a Lafayette nell’Indiana, in una famiglia di ebrei-russi emigrati negli Stati Uniti. Un vero artista del cinema mondiale che si era sempre impegnato su più fronti e che ha lavorato fino all’ultimo giorno con lo stesso entusiasmo. Infatti, il regista, il produttore e l’attore Sydney Pollack lo avevamo visto qualche mese prima della sua scomparsa, nelle vesti di attore a fianco di George Clooney in “Michael Clayton” e persino nella commedia “Un amore di testimone” di Paul Weiland, dove interpreta la parte del padre di Patrick Dempsey.

Ma il maestro aveva firmato in precedenza film indimenticabili, che fanno ormai parte della Storia del cinema modiale, come “Non si uccidono così anche i cavalli?”, “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”, “Come eravamo” e “I tre giorni del condor”, partecipava spesso a incontri e festival internazionali. Lo avevamo incontrato anni fa a Roma per la presentazione del suo documentario “Frank Gehry, creatore di sogni”, già perché l’autore non tralasciava nessun genere né ruolo nel cinema e negli ultimi anni della sua carriera si era dedicato a “dipingere” ottimi ritratti di altri grandi personaggi della cultura e dell’arte contemporanea. Anzi avrebbe voluto continuare su questa strada, senza mai tralasciare la produzione e la recitazione.Aveva persino “sostituito” egregiamente Harvey Keitel – dopo un litigio dell’attore con il grande filmmaker – in “Eyes Wide Shut”, ultima opera di Stanley Kubrick. Un artista poliedrico, quindi, difficile da “sostituire” nel cinema americano e non solo. Un autore che ha avuto il primo riconoscimento dall’Academy – come di consueto – con uno dei suoi film meno “personali”, ma impegnativo dal punto di vista produttivo, dall’ottima fattura e dal forte impatto, “La mia Africa”, ispirato al romanzo autobiografico di Karen Blixen. Infatti la pellicola, oltre la statuetta per la miglior regia, si aggiudicò altre sei, tra cui quella per il miglior film.

  Però nella sua lunga e prestigiosa carriera – che però conta ‘soltanto’ con una ventina di regie – Pollack ha ottenuto per i suoi film ben 46 nomination e ricevuto, nel 1982, il New York Film Critics Award per “Tootsie”, ha vinto due volte il Golden Globe, il premio di miglior regista dell’anno dalla Nato e diversi riconoscimenti ai festival di Taormina, Cannes – “Jeremiah Johnson – Corvo rosso” è stato tra i candidati favoriti per la Palma d’oro, poi vinta ex aequo dagli italiani “Il caso Mattei” di Francesco Rosi e “La classe operaia va in Paradiso” di Elio PEtri -, Bruxelles, Belgrado, San Sebastian, Locarno, Mosca e Berlino (Menzione speciale per “Diritto di cronaca” e Berlinale Camera nell’86). In Italia ha vinto il David di Donatello e il Nastro d’Argento per la regia di “La mia Africa”, e un David speciale per “I tre giorni del condor”.

  Membro fondatore, con l’amico e collaboratore Robert Redford (hanno lavorato insieme in ben sette film, dall’immeritatamente dimenticato “Questa ragazza è di tutti” al “Cavaliere elettrico”), del Sundance Institute, Responsabile emerito della American Cinematheque, fondatore e sostenitore dell’Artists’ Rights Board della Director’s Guild e membro del Consiglio dei registi del Film Preservation Board e della Motion Picture and Television Fund Foundation, Pollack aveva recentemente ottenuto il John Huston Award da parte proprio dell’Artists’ Rights Foundation.

  Come produttore, nel 1985, aveva creato la prestigiosa Mirage Productions, un’etichetta che si è imposta subito per la qualità dei prodotti, tra cui “Presunto innocente”, “I favolosi Baker”, “Calda emozione”, “L’altro delitto” (debutto americano di Kenneth Branagh regista), “In cerca di Bobby Fischer” e “Ragione e sentimento”. Come si vede non tutti di grande successo, ma comunque opere fuori dalle regole e dalla tradizionale produzione hollywoodiane.

  Nel 2000, il rimpianto Anthony Minghella era diventato suo socio e insieme hanno poi prodotto “Iris”, “The Quiet American”, “Ritorno a Cold Mountain” (forse il meno riuscito ma il più gettonato) e il sopraccitato “Michael Clayton” che ha partecipato, in concorso, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2007.

  Come altri illustri colleghi della sua generazione, Sydney Pollack si era fatto le ossa sul piccolo schermo dirigendo episodi di serial popolari, oggi cult, come “Alfred Hitchcock presenta”, “Il fuggitivo” e “Ben Casey” (il ‘rivale’ del “Dr. Kildare”).

  Ma aveva fatto i primi passi nel mondo del cinema nella recitazione, infatti seguendo le orme del fratello costumista Bernie, lasciò la provincia per trasferirsi a New York, dove studiò recitazione alla Neighborhood Playhouse, dedicandosi per un breve periodo al teatro e all’insegnamento, prima di passare alla televisione. Da qui il suo stretto rapporto e l’accurato lavoro con gli attori, a cui più di una volta offrì l’occasione di vincere un Oscar.

  Il debutto sul grande schermo avvenne con un piccolo grande dramma thriller “La vita corre sul filo”, che prendeva spunto dal vecchio “Il terrore corre sul filo” di Anatole Litvak, anche se la sceneggiatura di Stirling Silliphant era ispirata a un episodio di cronaca, e vantava le prestazioni di due ottimi attori, allora in irresistibile ascesa sul grande schermo: Anne Bancroft e Sidney Poitier.

  Più impegnativo, soprattutto dal punto di vista produttivo, il suo secondo film tratto da un atto unico di Tennessee Williams e co-sceneggiato da Fred Coe, Edith Summers e dal futuro giovane collega Francis Ford Coppola: “Questa ragazza è di tutti” (This Property Is Condemned) che offrì a Natalie Wood l’opportunità di una delle sue migliori interpretazioni. Pollack, pur rispettando lo spirito del drammaturgo, inizia ad esprimere il disagio di una generazione che mal sopporta le regole e le convenzioni della società, ma sempre e comunque vittima del pregiudizio e del moralismo imperanti.

  Con “Joe Bass l’implacabile” (The Scalphunter) passa, con la terza opera, all’ambiente western in chiave di commedia picaresca per affrontare, tra amarezza e malizia, il razzismo e, di nuovo, il pregiudizio, in questo caso razziale. Infatti, il nero venduto come schiavo si rivela più colto del bianco “eroe” e padrone per caso.

  Nettamente drammatico, e per certi versi tragico, “Ardenne ’44, un inferno” (Castle Keep). Un dramma claustrofobico e cupo ambientato in Europa durante la Seconda guerra mondiale; una riflessione sulla perdita di sensibilità e umanità in tempi di guerra guerra. Ma anche un film sulla distruzione, non solo storica ma anche culturale. Infatti, il dilemma del maggiore americano interpretato da Burt Lancaster che, con i suoi uomini, trova rifugio in un bellissimo castello è: distruggerlo o lasciarlo nelle mani dei nazisti.

  Subito dopo, il giovane Pollack realizza quello che sarà il suo primo capolavoro e lo metterà all’attenzione del pubblico e della critica internazionale: “Non si uccidono così anche i cavalli?” (They Shoot Horses, Don’t They?) con una superlativa Jane Fonda, da poco rientrata in patria dall’Europa, e un inimitabile Gig Young che si aggiudicò l’Oscar per il miglior attore non protagonista. Anche questo è un dramma esistenziale claustrofobico (tutto si svolge su una pista da ballo), disperato e allucinato, tratto dal romanzo di Horace McCoy, sull’impossibilità di cambiare il proprio destino in un colpo solo. In questo commovente, straziante e lirico film, Pollack fa appello non solo al cinemascope ma anche al flashforward (brevi flash su quello che accadrà in futuro anziché nel passato).

  Ed ecco che – nel 1972 – con “Corvo rosso non avrai il mio scalpo” (Jeremiah Johnson) nasce, anzi si consolida il sodalizio con Robert Redford, comunque iniziato al secondo film e poi interrotto per sei anni.

  Un magnifico western, anomalo e malinconico, in bilico tra avventura e documentario, che riconsidera la condizione degli indiani – revisionata al cinema proprio in quelli anni, ma con meno lucidità -. Anche loro sono ostili ma non inferiori ai bianchi, hanno tutti i difetti e le virtù di ogni uomo. E se vogliamo si tratta anche di un precedente illustre (ecologico) e magistrale del sopravvalutato “Balla coi lupi” di Kevin Costner (realizzato quasi vent’anni dopo), perché illustra la difficile realtà del vivere liberi e selvaggi a contatto con la natura.

  Sull’onda del retrò e della riflessione (socio-politica), si inserisce l’ormai cult-movie “Come eravamo” (The Way We Were), vent’anni di storia americana attraverso il rapporto tra due intellettuali democratici e la difficoltà di essere fedeli ai propri princìpi. Dal 1937, l’amore e i conflitti tra uno scrittore di talento (lui sì disponibile al compromesso) e una giovane ebrea comunista irriducibile e rooseveltiana. Una vicenda dal finale più amaro che dolce, sicuramente nostalgico.

  Dopo le proiezioni-test sono stati tagliati ben 75’ minuti, ovviamente di argomento politico (le non indifferenti conseguenze del maccartismo proprio a Hollywood), mutilando la sceneggiatura (ma in gran parte anche il film) di Arthur Laurents e David Rayfield. Non a caso e nonostante il successo, la pellicola ottenne solo un Oscar per la bella canzone omonima (del titolo originale) musicata da Marvin Hamlisch e interpretata da una stupenda Streisand, che ne è la protagonista con Redford.

  Grande successo internazionale anche per il thriller politico “I tre giorni del condor”, dalla sceneggiatura di ferro di Lorenzo Semple jr. e lo stesso David Rayfield. Un dramma lucido e inquietante che, tratto dal romanzo di James Grady, scopre – se c’era bisogno – i retroscena delle operazioni della Cia e del governo americano, attraverso la vicenda di un uomo braccato senza sapere il perché.

  Sulla scia del successo del precedente, Pollack gira un altro thriller-noir contemporaneo ad alta tensione come “Yakuza”, sull’amicizia e sul confronto di due culture, da una sceneggiatura del futuro regista Paul Schrader e Robert Towne, da una storia di Leonard Schrader, che in passato aveva vissuto in Giappone.

  Due anni dopo firma un mélo d’ambiente automobilistico “Un attimo, una vita” (Bobby Deerfield), tratto dal romanzo di Eric Maria Remarque “Il cielo non ha preferenze”, su misura per il giovane Al Pacino, pilota da corsa. Apparentemente convenzionale ma comunque suggestivo e immeritatamente dimenticato, è il terzo film hollywoodiano dell’attrice Marthe Keller, dopo i ruoli “minori” di “Black Sunday” e “Il maratoneta”.

  Forse in anticipo coi tempi e troppo malinconico, non convinse molti tra critica e pubblico “Il cavaliere elettrico”, un western contemporaneo che mette a confronto il romanticismo anarchico e il ritorno alla natura di un ex campione di rodeo, e l’ipocrisia della società dei consumi e il cinismo dei media, allora in irresistibile ascesa.

  L’impegno torna in primo piano con “Diritto di cronaca” (Absence of Malice), da una storia dell’ex reporter premio Pulitzer Kurt Luedtke, sugli eccessi e sulla manipolazione della stampa. Non troppo originale, forse, ma avvincente, grazie alle performance di un cast di ottimo livello. Oscar per Paul Newman (attore protagonista) e Melinda Dillon (attrice non protagonisti), ma non per la già pluripremiata Sally Field, che lo aveva vinto l’anno prima con “Norma Rae” e lo riavrà tre anni dopo con “Le stagioni del cuore”.

  Grande successo al botteghino anche per “Tootsie”, intelligente e divertente commedia sulla femminilità, sui rapporti fra i sessi e sulle soap opera, da una storia di Larry Gelbart e Don McGuire, sceneggiata dallo stesso Gelbart con Murray Schisgal. Merito anche di un Dustin Hoffman in grande forma che esprime con lusso di particolari la scoperta del suo lato femminile e del rispetto per l’altro sesso. Niente Oscar per lui ma in compenso una statuetta è andata alla non protagonista Jessica Lange. E il regista si è ritagliato il ruolo dell’agente.

  Dell’enorme successo, in piena era reaganiana, di “La mia Africa” abbiamo già parlato, mentre bisognerà aspettare ben cinque anni per ritrovare il Pollack regista di un dramma sentimental-politico, il malinconico “Havana”, che è stato, sbrigativamente, paragonato a “Casablanca”. Invece Pollack, sotto l’apparente freddezza del tocco, rappresenta tutto il disagio e l’angoscia di un amore impossibile.

  “Il socio”, realizzato tre anni dopo, è invece una delle più riuscite (se non la più riuscita in assoluto) trasposizione di un romanzo di John Grisham, anche se il finale è stato “adattato” alla morale hollywoodiana. Primo ruolo di spessore per l’attore (cioè non ancora divo) in ascesa Tom Cruise.

  Ovviamente deludente il remake del capolavoro della commedia sentimentale del maestro Billy Wilder, “Sabrina”, apprezzato da chi “non aveva visto e amato” l’originale. Anche perché tra i protagonisti del rifacimento e quelli dell’originale non c’è paragone. Infatti si tratta di Harrison Ford (seppure bravo) al posto dell’insostituibile Bogey, ma soprattutto della giovane Julia Ormond che non possiede la deliziosa prestanza e il fascino inimitabile della “principessa del grande schermo” Audrey Hepburn.

  Quattro anni dopo, con “Destini incrociati”, ci troviamo dalle parti del mélo contemporaneo, costruito con sicuro mestiere e su misura per la coppia protagonista: Harrison Ford-Kristin Scott-Thomas. Incontro casuale tra due vedovi che scoprono il tradimento dei loro rispettivi coniugi.

  Sei anni dopo, invece, Pollack torna dietro la macchina da presa per l’ultima diva, Nicole Kidman, protagonista con Sean Penn del thriller mozzafiato “The Interpreter”. Ma il vero addio cinematografico del regista è stato l’originale e colto documentario “Frank Gehry, creatore di sogni” (Sketches of Frank Gehry).

  Ironico e rilassato nella vita come sul set, Pollack si mostrava sempre simpatico e disponibile, senza la presunzione divistica né l’arroganza dell’autore. Un artista che non sapeva o addirittura negava di esserlo.

  Proprio durante la sua visita a Roma aveva dichiarato: “Per me l’arte più pura è la scrittura. Invidio tante persone ma soprattutto gli scrittori, non i pittori. Scrivere o dirigere (gli attori) si fa da soli, ma il cinema è invece un’opera collettiva, ci lavorano centinaia di persone. Gehry lavora comunque con uno staff di assistenti. Durante le riprese del documentario ho imparato che ci sono più somiglianze (con l’architettura ndr.) di quelle che pensavo, prima fra tutte la luce. Ho capito che in architettura, come nel cinema, si crea una sorta di mosaico, si assemblano insieme pezzi di altre discipline.”

  Poco dopo, il regista ci ha lasciato all’improvviso, a 73 anni portati benissimo ma segnati dal cancro: è morto nella sua casa di Pacific Palisades, a Los Angeles, il 26 maggio 2008.

José de Arcangelo

FILMOGRAFIA (Regista)

1965 La vita corre sul filo

1966 Questa ragazza è di tutti

1968 Joe Bass l’implacabile

1969 Ardenne ’44, un inferno

1969 Non si uccidono così anche i cavalli?

1972 Corvo rosso non avrai il mio scalpo

1973 Come eravamo

1974 Yakuza

1975 I tre giorni del condor

1977 Un attimo, una vita

1979 Il cavaliere elettrico

1981 Diritto di cronaca

1982 Tootsie

1985 La mia Africa

1990 Havana

1993 Il socio

1995 Sabrina

1999 Destini incrociati

2005 The Interpreter

2006 Frank Gehry – Creatore di sogni