Gianni Amelio/Albert Camus tra povertà e guerra, tra riflessione e poesia in “Il primo uomo”

A otto mesi dalla sua conclusione arriva finalmente sugli schermi “Il primo uomo” di Gianni Amelio, dal romanzo incompiuto di Albert Camus (Bompiani), che possiamo considerare il miglior film italiano dell’anno. Una coproduzione italo-francese Cattleya, Maison de Cinéma Soudaine Compagnie France 3 Cinéma prodotta con Rai Cinema, e franco-algerina con Laith Media e la partecipazione di Canal + Ciné + Gtsnvr Télévisions Ministère Algérien de la Culture, distribuita da 01 in 70 copie.

“Credo di essere stato scelto per fare il film – esordisce Gianni Amelio -, perché ho in comune con Camus un’infanzia povera, ho conosciuto mio padre in tarda età (l’ho scrittore non l’ha mai conosciuto perché morto nella Grande Guerra ndr.), sono cresciuto con mia mamma e una nonna molto forte e severa, uno zio con cui sono andavo a lavorare d’estate, e sono passato alla scuola media grazie a un bravo e tenace maestro. Ma, secondo me, non bastano le coincidenze di questa natura per fare un film, in quel caso avrei fatto ‘il secondo uomo’ e non ‘il primo’, la mia storia. E’ stato incoraggiante fare il racconto autobiografico di una persona così forte come Camus, questo mi ha dato il coraggio di raccontare certe cose che altrimeni non avrei raccontato. I dialoghi – che i francesi vogliono al di fuori dalla sceneggiatura – sono miei e ritagliati dalle vicende della mia famiglia”.

“La ‘battaglia di Algeri’, invece, è un film fatto a caldo voluto dal governo algerino per celebrare la vittoria – continua -, nasce dalla cronaca. La sua forza sta proprio nella tempestività della cronaca sullo schermo, tanto che allora molti hanno creduto si trattasse di un documentario, perché era un fatto  appena accaduto, in un certo senso girato come i cinegiornale dell’epoca. Il mio film non è sulla guerra di Algeria, ma su una guerra che può dividere le etnie, in questo ho cercato l’attualità. Uno dei problemi più grossi è la difficoltà che due, tre o più etnie diverse convivano nello stesso territorio senza che si verifichino atti di violenza, o che a uno ne segua un altro. E’ tutt’altra cosa, credo sia un film storico come hanno detto due giornalisti algerini, su due posizioni diverse. Da una parte rappresentata da estremisti dell’Algeria francese; dall’altra da quella di Aziz, dal combattente militante. Una posizione mediata dal pensiero di Camus, che diceva sì alla rivoluzione ma no al terrorismo, e come gli diceva il suo insegnante Bernard ‘qualche volta si deve stare dalla parte dei barbari’; per superare il gioco crudele e antistorico del colonialismo, non ci sono che mezzi violenti, violenza dove regna la violenza. Oggi, forse, la posizione è più vicina a Camus, perché la sua figura è stata capita meglio, rispetto agli anni 60,  rispetto a quella di Sartre che sosteneva ‘l’Algeria agli algerini’, una posizione semplificatrice che non teneva conto della complessità della vicenda: Camus non poteva essere semplicistico, non poteva schierarsi da una parte o dall’altra.”

Infatti, lo scrittore-filosofo francese – nato e cresciuto in Algeria – non poteva rinunciare alle sue radici, alla sua terra, dato che non faceva parte dei colonialisti, né aveva mai accettato la loro politica. Era nato in una famiglia di ‘immigrati’, cresciuto nelle stesse condizioni sociali dei locali.

“Non sono state riflessioni di partenza – prosegue il regista sui riferimenti all’attualità -, no mi metto a tavolino col bilancino da farmascista per vedere quanto c’è di attuale o meno; i film si fanno con la pancia dopo aver molto pensato. Tutto ciò che può arrivare allo spettatore c’è, ma non è stato messo espressamente; sono contro con i film a tesi da sviluppare, calcolati a freddo per spiegare delle cose, ma a favore di film che emozionino e trovino nello spettatore un complice. Anche gli avventimenti, la Storia con la s maiuscola deve passare attraverso la storia di un uomo piccolo; il ‘primo uomo’ siamo tutti noi, noi di oggi”.

“Sono arrivata in questa atmosfera precaria e al tempo stesso meravigliosa del set – confessa Maya Sansa -, dove tutti erano innamorati di Gianni, e anch’io, mi sono trovata benissimo, eravamo tutti attori senza pretese né privilegi. Il mio incontro con Gianni è stato in un periodo in cui non lavoravo in Italia (si è trasferita a Parigi ndr.) da molto tempo e avevo un po’ di nostalgia. Dopo averci parlato ero già entusiasta di farlo, anche se non si è girato subito, infatti ogni tanto lo sentivo per sapere quando avremmo iniziato a girare. Avevo letto ‘Lo sconosciuto’, ‘La peste’, ma questo libro non l’avevo letto, anzi non ne conoscevo l’esistenza, l’ho scoperto attraverso la conversazione con Gianni. E mi ha fatto onore lavorare con lui e incarnare anche la sua mamma, non solo quella di Camus”.

“Stava per uscire in Francia anche ora – confessa Amelio -, ma poi hanno detto che non è la stagione adatta, credo abbiano rimandato ad ottobre. Dopo 50 anni, le ferite della rivoluzione algerina, forse, sono riemarginate, non so. Finora nessun giornalista francese ne ha parlato, ma è stato molto recensito dai giornali algerini sul web, molti articoli in arabo che mi sono fatto leggere. Sembra sia visto come un film pro-algerino, che difende le ragioni dell’indipendenza algerina. La dichiarazione di Camus alla radio è un primo piano con macchina fissa, ma è stata la sequenza più difficile. Ringrazio il giovane regista Francesco Munzi, che ricorda quando un giorno al CSC ho detto ‘dimenticate la macchina da presa dopo aver costruito quello che dovete raccontare e, se non sapete cosa fare, chiamate la sarta’, tanto che l’ha ripetuto in una conferenza stampa. E’ stata anche la più dura, l’ho scritta con l’assistente franco-algerino, supervisionata dal produttore cento volte, ma l’ho riscritta il giorno prima della ripresa pensando le parole, inventando dei modi camusiani, per sgombrare il campo dalla frase a lui attribuita ‘tra la giustizia e mia madre, scelgo mia madre’ che non sono riuscito a decifrare. Io dico ‘se fate del male a mia madre, che ha sofferto quanto voi le stesse privazioni, sarò in guerra con voi’. La madre aveva dato il consenso alla sceneggiatura di Luchino Visconti (da ‘Lo straniero’ ndr.), ma la figlia di Camus aveva detto al produttore che si riservava il dirittto di far scomparire il titolo e i riferimenti al padre se il film non fosse stato quello che si aspettava. Ma l’aveva detto a lui che l’ha detto a me solo quando stavo finendo il film. Per fortuna, dopo averlo visto, lei mi ha scritto una lettera straordinaria, ha compreso la doppia biografia, condiviso  l’approfondimento della vita del padre e della famiglia. E’ rimasta incantata da Jacques Gamblin (interpreta Camus adulto ndr.), anche perché lei mi aveva suggerito un altro attore che, secondo me, non era giusto. L’ha accettato come suo padre fin dal primo fotogramma, quando entra in campo nel cimitero. Tutto il rapporto con la guerra di Algeria, ma niente di quello che gli hanno accreditato sia da destra che da sinistra. Erano tutti contro Camus, da entrambi le parti volevano che il colonialismo continuasse. Lui diceva ‘Sì’ alla fine del colonialismo antistorico, ma non alla politica che significava far pagare il conto agli innocenti. Il terrorismo non risolve nulla e la storia ce l’ha detto, il maestro dice che in Algeria, forse, era l’unico metodo, ma come si fa a non pensare che prima o poi la morte ci tocca tutti. Dal film esce anche la posizione della madre che non vuole andare in Francia, al sicuro; ‘la Francia è bella – dice – ma non ci sono gli arabi”.

“Il festival di Venezia non l’ha voluto – afferma per la mancata presentazione -, addirittura dopo averlo selezionato e della telefonata del direttore stesso al produttore francese, è stato cancellato due giorni dopo. Per il festival di Roma, Piera Detassis mi ha telefonato perché molto sorpresa dal fatto che non fosse andato al Lido, e mi ha detto ‘se vuoi lo presentiamo a Roma’. Io ho risposto ‘no grazie’. Toronto (ha vinto il premio della critica internazionale ndr.) è stata una scelta del produttore e io non c’ero. Secondo me andava proposto a Berlino, per il fatto che l’uscita non era poi così immediata. Anche perché era già stato deciso che senza Venezia non si uscisse subito nelle sale; se non dobbiamo uscire perché non Berlino – ho chiesto -, ma non mi è stata data risposta e così è stato presentato a Bari vicino all’uscita. Se l’uscita non è immediata, infatti, la gente se ne scorda, visto che escono talmente tanti film, che si fa fatica a ricordarsi che ha avuto un premio a Toronto. Secondo i francesi doveva andare a Venezia, ma non è stato preso, perché ‘c’erano film più belli’, è stata la giustificazione”.

Sarà, ma a noi non risulta. Ma si sa nei festival internazionali le selezioni spesso sono legate ad altre ragioni, non esclusivamente ‘artistiche e culturali’, quando non si punta sulle ‘anteprime’ non c’erto d’autore.

“Sono arrivato non come camusiano a priori – aggiunge -, sono stato scelto dal produttore (francese Bruno Pesery ndr.) che è l’inizio dell’impresa, dopo l’uscita del libro era riuscito ad avere i diritti, nel 1995. Allora ero giurato a Cannes ed è venuto con una copia del libro in francese, e volevamo farne un film. Poi lui mi ha detto che Catherine (la figlia di Camus ndr.) non voleva più, ma nel 2003 – contattata da altri produttori – ha voluto ridargli a lui a cui li aveva concesso prima, ma con una strettissima sorveglianza sulla sceneggiatura. Pensavo bastasse, ma si è tenuto un ulteriore passo per accettare il film. L’ho scritto da solo nel mio francese maccheronico per abituarmi alla lingua e a pensarlo in francese, man mano aggiungevo qualcosa, tagliavo qualcos’altro, e Catherine era il  mio punto di riferimento. La scena che rimandavo sempre è quella in cui il funzionario del Ministero parla a Camus sul giovane terrorista condannato a morte – per cui aveva scritto a Mitterrand, allora Ministro della Giustizia – perché non riuscivo a verificarla. Una lettera di suo padre era stata scritta davvero a Mitterrand, l’avevo vista tra i fogli rovistati a casa sua. Catherine diceva ‘non è possibile, mai avuto una cosa del genere’, poi invece si è ricordata, ha trovato due fogli e me li ha mandati. Mi sono serviti per scrivere la scena come l’avete vista. Lei era non tanto inquieta per possibili errori di natura politica, riguardante la figura pubblica, perché erano state dette di cotte e di crude che non avrebbero tanta smosse le cose. Era concentrata sull’aspetto personale privato famigliare, temeva venissero rappresentati in maniera distorta, che una diva avesse interpretato persone che ha visto, conosciuto, a lei care. Terrorizzata che suo padre diventasse una figura convenzionale, com’è risultato da una fiction francese, dove il padre passa per uno che fuma e fa l’amore tutto il giorno, calcando sulla prima sigaretta e l’ultima con lo zio. Io volevo discostarmi dalla convenzionalità dell’immagine, quasi un’icona, infatti, tutte le sue foto sono con la sigaretta in bocca (quasi fosse un testimonial). Poi la madre (sua nonna), quella giovane non se la ricorda, sua nonna quando aveva l’età di Catherine Solà (che la interpreta nel film ndr.) sì; una donna di poche parole, analfabeta ma capace di grandi gesti e fierezza, non caratterialmente fragile, dal fatto di dover lavorare (pulire i pavimenti, lavare i panni), incapace di alzare troppo la testa, anche quando suo figlio vinse il premio Nobel”.

“I miei finali sono sempre in calando, però mai con una frase significativa – confessa -. E’ un mio vezzo, non significa niente se non per la persona che la dice, in questo caso sua madre, ‘chissà se ci tagliano la luce quest’inverno, io credo di no’. Non c’è nel romanzo, ho dovuto fare una scelta. Il libro è una saga enorme, non so come sarebbe stato integralmente, perché comincia nel 1848, quando i coloni arrivano nel Magreb, c’è una serie di altre cose sull’infanzia e sull’adolescenza (dai 10 anni in poi sono quasi mezzo libro). Io ho scelto solo l’anno del passaggio dalla quinta elementare alla scuola media, che era a pagamento. Poi parte dal 1957, forse nell’arco di un mese e mezzo, da ridurre a livello temporale e farne scaturire il senso che volevo dare storia”.

“Credo che tutti i miei montaggi siano stati abbastanza veloci – conclude l’autore -, ci è voluto una settimana per metterlo insieme, poi ho limato limato limato. Avevo iniziato pensando di dover girare ancora un’altra settimana, eravamo d’accordo (con il montatore Carlo Simeoni e il produttore ndr.) che prima avrei montato e dopo avremo girate altre scene. Ma alla fine mi sono detto ‘perché aggiungere queste scene se non servono veramente’. Per arrivare all’inquadratura finale ci sono volute un paio di settimane, sono andato a togliere, ho lavorato più sugli incastri, e la resa è abbastanza fluida, nonostante l’odissea. Ora sto vedendo se trovo un editore (italiano ndr.), anche subito, per il libro scritto dalla mamma del bambino protagonista (Nino Jouglet, scelto senza provino com’è sua abitudine, ‘all’italiana’ dopo che il responsabile del casting gli aveva proposto un migliaio ndr.), sorta di diario della lavorazione, un racconto attraverso fotografie inedite (della stessa Marie-Claude Jouglet), completato con i disegni che il bambino faceva durante le pause. Un volume pubblicato con pochi soldi propri, in provincia, che sarebbe un ottimo extra per il dvd, anche perché non abbiamo un backstage. Persino per le fotografie di scena, il fotografo non è stato là tutto il tempo, perché il nostro budget era a risparmio. In tutto si sono volute 9 settimane e qualche giorno”.

“… e mezza”, ribatte qualcuno dalla platea.

Nel cast di questo coinvolgente, poetico film, anche Ulla Baugué (la nonna), Mohammed Boubker (l’accalappiacani), Nicolas Giraud (lo zio Etienne, 1924), Djamel Said (Hamoud bambino), Deis Podalydés (il maestro Bernard), della ‘Comedie Française’; Abdelkarim Behabboucha (Hamoud adulto, 1957), Sacha Petronijevi (il funzionario), Hachemi Abdelmalek (Aziz), Jean-Paul Bonnaire (lo zio Etienne, 1957) e Jean-François Stévenin (l padrone della fattoria). La voce di Camus, e quindi di Jacques Gamblin, nella versione italiana è di Pierfrancesco Favino.

Le musiche originali sono di Franco Piersanti e nella colonna sonora ci sono  “Marjolaine” cantata da Francis Lemarque, “Bonjour Tristesse” da Juliette Gréco, “Maria Marì” da Beniamino Gigli, “Ramona” da Fred Goulin. Brani dai film “Il padrone delle ferriere” di Eugenio Perego (1919) e “Les fantomes” di anonimo.