Biancaneve

Ritorna la celeberrima fiaba di Biancaneve – forse tanto quanto “Cappuccetto Rosso”, però non immortalata da Disney – ‘riletta e corretta’ con intelligenza e ironia tutte contemporanee, perché il regista Tarsem Singh (da “The Cell – La cellula” a “Immortals”) e la sceneggiatrice (con Jason Keller) Melisa Wallack sono andati alle fonti (tante e diverse) della favola riscoprendo o recuperando dettagli, personaggi e fatti diversi o dimenticati delle versioni popolari europee tramandate attraverso i secoli.
E, come in alcune delle prime versioni trascritte, i nani – emarginati perché diversi – si mantengono facendo i briganti; una terribile bestia che regna nella foresta prende – in ex aequo col servitore Brighton – il posto del famoso cacciatore (che è invece protagonista dell’imminente “Biancaneve e il cacciatore”, appunto, con Charlize Theron), e, infine, è stato ampliato il ruolo del Re (Sean Bean). Il resto poi è tutta farina del sacco, anzi della fantasia dello stravagante Singh che dichiara: “Sin dall’inizio sapevo che il centro della storia sarebbe stato il rapporto tra la Regina (l’ex “Pretty Woman” Julia Roberts), Biancaneve (Lily Collins, da “The Blind Side” ad “Abduction”) e il Principe (Armie Hammer, visto in “J.Edgar”, nel ruolo di Clyde Tolson, suo assistente/amante).
Infatti, dopo la misteriosa scomparsa dell’amatissimo Re, la tanto perfida quanto bella moglie, la Regina, assume il controllo del regno e tiene la bellissima figliastra diciottenne, Biancaneve, rinchiusa nel castello. Però quando la principessa, fuggita di nascosto, conquista il cuore di un affascinante e ricco Principe, incontrato per caso nel bosco, la Regina, in preda alla gelosia e tormentata dal passare del tempo, relega la ragazza nella foresta in preda alla Bestia.
Ma la giovane, anziché morire, trova ospitalità presso una simpatica e scalcinata banda di sette nani ladri, ribelli e generosi, che l’aiuteranno a salvare l’intero paese dalle grinfie (e dalle tasse!) della Regina tanto affascinante quanto cattiva. Spinta dai suoi nuovi amici, Biancaneve partirà alla riconquista del trono e del cuore dell’adorato Principe che, vittima di un incantesimo, è diventato una sorta di fedele cagnolino della matrigna.

Una godibilissima commedia fra avventura e magia, azione e divertimento, sorprese e ironia anche grazie alla splendida e coloratissima cornice. E visto che gli argomenti centrali della storia sono vanità e potere, i rimandi all’attualità non sono pochi. Perciò la Regina Roberts diventa protagonista assoluta perché “ciò che la spinge è la brama del potere: vuole controllare il regno e la sua bellezza è il mezzo giusto per ottenere questo scopo”. Però gli anni passano per tutti, anche per lei, e per la bellezza/giovinezza non ci sono magie/lifting che tengano. Anche quando si possiede il fascino di Julia Roberts. E, per la cronaca, il titolo originale è “Mirror Mirror” ovvero “Specchio specchio”. Gran finale con ballo in stile Bollywood sui titoli di coda.
Nel cast anche l’inimitabile caratterista Nathan Lane (Brighton, il servo della regina), da “Piume di struzzo” ad “Appuntamento da sogno”; Mare Winningham (Margaret), da “Wyatt Earp” a “Georgia”; Michael Lerner (il Barone), da “Barton Fink” a “Harlem Nights”; Robert Emms (Charles Renbock), dal successo televisivo “Glee” ad “Anonymous” e “War Horse”. E poi i sette nani: Jordan Prentice (Napoleon), Mark Povinelli (Half-Pint – Mezza Pinta), Joe Gnoffo (Grub), Danny Woodburn (Grimm), Sebastian Saraceno (Wolf – Lupo), Martin Klebba (Butcher – Macellaio), Ronald Lee Clark (Chuckles).
Bella e luccicante la fotografia di Brendan Galvin (da “Dietro le linee nemiche” a “Immortals”), stupendi e opulenti i costumi di Eiko Ishioka (da “Mishima” a “Dracula di Bram Stoker”), giusti e precisi trucco e acconciature di Felicity Bowring, affascinanti le scenografie di Tom Foden (da “The Cell” a “The Village”), buono il montaggio di Nick Moore e Robert Duffy. Le musiche sono dell’illustre Alan Menken, autore delle colonne sonore dei cartoni della Disney e vincitore di 8 Oscar; e le coreografia di Paul Becker.