Dal Festival di Venezia alle sale, ecco “L’arrivo di Wang” dei Manetti Bros.

Presentata all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione “Controcampo italiano”, la nuova opera – scritta, prodotta e diretta dagli intraprendenti Manetti Bros., “L’arrivo di Wang”, approda ora nelle sale
Da registi/cinefili, i fratelli terribili del cinema (anche televisione, corti e videoclip) italiano continuano la loro ricerca tentando di rinverdire le sorti del cinema italiano di genere, quello che ormai non si fa più da almeno trent’anni, ma che è fonte di ispirazione, addirittura, di e per i nuovi registi, non solo americani, capeggiati da Quentin Tarantino.
La pellicola narra la misteriosa vicenda in cui viene coinvolta una giovane interprete di cinese, Gaia (efficace Francesca Cuttica che il cinese l’ha imparato veramente). Infatti, la ragazza viene contattata in fretta e in furia per una traduzione urgentissima e segretissima. Arrivata in un luogo che non conosce (vi è stata portata con gli occhi bendati) si troverà davanti Curti (un sempre inedito Ennio Fantastichini), un agente – probabilmente dei servizi segreti – privo di scrupoli, e dovrà fare da interprete al fantomatico signor Wang (voce di Li Yong), in una sala completamente buia, dove Gaia non solo non riesce a vedere l’interlocutore ma nemmeno a tradurre molto bene.
“E’ sempre difficile dire a una ragazza di fare una traduzione al buio – dicono -, soprattutto se crede di trovarsi davanti un cinese ma in realtà è ET. Anche capire come una persona, un umano possa reagire in maniera realistica in una situazione del genere. Se chiedi in giro tutti rispondono che lo farebbero in modo ‘normale’ e positivo, ma è, comunque, difficilissimo immaginarlo. Il film è stato riconosciuto anche in Italia, tanto che è partito da Venezia. Ma oggi noi e (Federico) Zampaglione ci sentiamo un po’ come campioni di baseball, saper di fare bene un tipo di sport che in Italia non è apprezzato, perché è un paese dove conta solo il calcio. Abbiamo avuti tanti riconoscimenti all’estero, al di là dei grossi studios di Hollywood, c’è stata una grossa attenzione in Inghilterra, a Sidney, Porto Alegre, Sitges; e bellissime recensioni. Il film parla anche del ‘pregiudizio’. Attraverso una visione, non solo italiana o europea, una visione diversa della fantascienza. Contenuto e storia sono importanti, e noi ci teniamo molto. E sì fantascienza ma anche un film d’attori, ne abbiamo tre”.
“E’ stato produtto esclusivamente da noi per tre società (Dania Film di Luciano Martino, Pepito Produzioni e Surf Film ndr.). Abbiamo fatto una sorta di patto con i finanziatori che hanno deciso di scommettere sulla nostra fantasia, magari con un budget più piccolo, e fare il film. Un rapporto eccezionale, siamo stati sempre appoggiati, mai messi in discussione dalla Dania di Martino che ha un’esperienza che non ha più nessuno (è stato uno dei più prolifici sceneggiatore, produttore e regista, non solo di film di genere ndr.). Il fatto è che da noi c’è terrore e pregiudizio soprattutto sul pubblico, spesso considerato ‘scemo’.”
Dopo il non dimenticato esordio nell’horror con “Zora la vampira” e il riuscito esempio di commedia/giallo/thriller “Piano 17”, i fratelli registi si cimentano nella fantascienza made in Italy, uno dei generi meno gettonati dai nostri produttori e registi, nemmeno nei gloriosi anni ’60/’70, anche se Mario Bava, Antonio Margheriti (alias Anthony M. Dawson), Luigi Cozzi (Louis Coates) e lo stesso Martino vi si cimentarono con discreto successo anche all’estero.
“La fantascienza è stata sempre usata come metafora – proseguono -, perché parla molto della realtà in cui viviamo, guardate Asimov. E’ un modo per amplificare la riflessione sull’incomunicabilità; amplificandolo, il problema si trasforma in spettacolo emozionante e molto adatto al grande schermo. Facendo una strada più o meno nuova, siamo cresciuti prendendo sul serio certo cinema. E’ naturale riflettere con dei film che fanno uso del mezzo non sempre e non solo realistico. La metafora della Cina è casuale, abbiamo scelto il cinese perché ha bisogno di un’interprete, anche quando lei non è abituata a farlo. Probabilmente i servizi italiani ne avranno, non di cinese, però si ricordano di lei. L’alieno l’ha imparato perché è la lingua più parlata del mondo, ma in realtà non la parla nessuno tranne i cinesi. Anche noi siamo avversi al pregiudizio, sia quello di Curti, sia quello dell’interprete che è sempre buonista (fa addirittura appello ad Amnesty International ndr.). Il diverso, l’essere, ogni persona va conosciuta prima di dare un giudizio”.
Ma “L’arrivo di Wang” gioca con altri ingredienti del cinema di genere – oltre i buoni effetti speciali visivi della Palantir Digital con la supervisione di Simone Silvestri – come la suspense, il dubbio, il doppio gioco e i colpi di scena, che danno alla prima parte una patina di thriller intrigante, inquietante e coinvolgente. Ottimo, soprattutto visivamente, il finale che però non possiamo svelarvi.

“E’ stata un’esperienza folgorante – confessa Fantastichini -, anche perché sono un patito di fantascienza e mi ero rassegnato a non farla mai. Una proposta bellissima, mi sono innamorato del copione perché si discosta dal consueto prodotto di genere, è fantascienza da camera, unico. Un racconto pericoloso, un budget basso. Ero preoccupato solo perché il personaggio è diviso tra autorevolezza e turbamento, sofferenza, dolore. Poi è molto faticoso lavorare in un unico ambiente. Ora vorrei tanto fare un film muto, esprimermi solo attraverso l’immagine, che è di importanza primaria. Lavorare fra due confini, tra rappresentazione di racconto e linguaggio, avviluppando un unico linguaggio. Se uno fa l’attore come si facesse il manovale, senza poesia, perde la passione e muore”.
Nel film, dopo aver a lungo insistito, la donna viene accontentata, la luce viene accesa e Gaia scopre l’identità tenuta finora segreta di Wang: un alieno (creatura 3D di Maurizio Memoli) che dice di essere atterrato in pace, ma che ha imparato soltanto il cinese perché è la lingua più parlata del nostro Pianeta…
“E stata un’occasione alla mia età avere un ruolo così particolare – ribatte Francesca Cuttica -, Gaia è interessante perché pecca di buonismo, come la riflessione che c’è dietro, ma c’era il rischio di cadere in un inghippo. Dovevo mettere l’accento sull’innocenza di una donna che ancora deve capire tutto dalla vita, un argomento davvero interessante su cui lavorare. Sarebbe stato bello avere più tempo per impararlo più a fondo (il cinese ndr.), e immergersi nel mondo di un altro personaggio”.
“Noi non giudichiamo i personaggi – aggiungono i Manetti – perché sono genitori, fratelli, figli, amici. Li amiamo con tutta l’arroganza violenta o buonista”.
“Non è stato così difficile – dichiara Juliet Esey Joseph che è la signora Amounike – perché ho sempre lavorato con loro, è una cosa naturale”. Anche perché dei fratelli registi, è la moglie di uno e la cognata dell’altro.
“Come dicono gli stessi autori si tratta “dell’incontro fra tre persone. E’ una storia psicologica di tensione in cui tre personalità enormemente diverse si confrontano manifestando poco a poco le proprie caratteristiche. Il concetto che ci interessava raccontare è se chi ci è accanto tutti i giorni può essere più diverso di chi viene da un altro pianeta”.
E, infatti, il film funziona quando si occupa soprattutto di questo incontro/scontro, perché ognuno ha il suo punto di vista, ognuno la sua versione della (presunta) verità che però non è mai assoluta né uguale per tutti. Tra dubbio e fiducia, ci saranno – soprattutto per Gaia – delle sconcertanti scoperte, dei segreti tenuti nascosti, di pregiudizi – giusti o sbagliati che siano – e, nel bene e nel male, dei rischi.
“Non siamo citazionisti – concludono i Manetti Bros., registi anche del serial tivù “L’ispettore Coliandro” -, ma spettatori innamorati del cinema. Se ci sono riferimenti sono inconsci, amiamo ogni forma di spettacolo, e non è solo un’invenzione americana. Molta influenza viene, invece, dai serial che crediamo che negli ultimi anni abbiano superato il cinema (vedi “24”), ma in noi non esiste una volontà copiativa. Pensiamo che il cinema italiano abbia un po’ perso la visionarietà, in generale per tutto. Con inquadrature che raccontano solo la sceneggiatura, e siamo il paese di Fellini! E’ un peccato, avevamo un talento visivo spaventoso e ce lo dimentichiamo. Tanto che spesso parlano più della fotografia che di noi”.
Da parte nostra non resta che augurarli un ‘in bocca al lupo’ col pubblico, visto che per il cinema di genere italiano non è facile nemmeno trovare distribuzione. Loro, dopo qualche mese, l’hanno trovata nella sempre coraggiosa Iris Film con un listino che anche Christian Lelli – fondatore della società – definisce da ‘baseball’. E ora gli autori stanno già lavorando al missaggio di “L’ombra dell’orco” che distribuirà Medusa, probabilmente a settembre. “Un film horror più vicino al mercato”. E poi ancora fantascienza, sorta di sequel, quindi, siamo sempre in area ‘baseball’.
Firmano la fotografia Alessandro Chiodo, il montaggio Federico Maria Maneschi, la scenografia Noemi Marchica, e i costumi Patrizia Mazzon. Le musiche originali sono di Pivio & Aldo De Scalzi. Nei ruoli davvero secondari, quasi camei, Antonello Morroni (Max), Jader Giraldi (Falco), Carmen Giardina (dottoressa), Rodolfo Baldini (De Renzi), Angelo Nicotra (generale), Massimo Triggiani (Riboldi) e Furio Ferrari Pocoleri (Torricelli).