Stefano Sollima e i suoi attori presentano “ACAB” tratto dal romanzo omonimo di Carlo Bonini

Dal piccolo al grande schermo, Stefano Sollima ripropone il mondo violento della metropoli, ma stavolta contemporaneo e dal punto di vista dei poliziotti, anzi dei celerini, sulla società multietnica e, quindi, multiviolenta senza retorica né falso moralismo. Tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini (Einaudi), il film è basato su una storia vera. “ACAB” è l’acronimo di “All Cops Are Bastards” (Tutti i poliziotti sono bastardi) un motto che, nato dal movimento skinhead inglese anni ’70, è diventato nel tempo un richiamo universale alla guerriglia nelle città, nelle strade, negli stadi. Un film prodotto da Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini, Marco Chimenz per Cattleya (già produttrice del serial dall’incredibile successo “Romanzo Criminale”, diretto dallo stesso Sollima), con Babe Films (Francia), in associazione con FastFilm e in collaborazione con Rai Cinema, che sarà nelle sale italiane da venerdì 27 gennaio, distribuito da 01 in 300 copie.
“L’idea era quella di fare un film di genere – e il reparto mobile della polizia si presta, afferma il regista -; un film intelligente che affrontasse lateralmente alcuni temi importanti della nostra realtà, ma anche un prodotto di intrattenimento, sulla scia del poliziesco anni settanta. La vicinanza allo spirito gladiatorio c’era già nel riferimento al graffito del Cobra. E come impressione la semplicità, un film maschile sui corpi maschili, sull’adrenalina che si portano sempre appresso”.
“Non abbiamo avuto contributi dalle forze dell’ordine né mezzi né caserme – ribatte il produttore Chimenz -, ma non ci hanno nemmeno ostacolato, dato che avevamo due scene critiche, una davanti al Parlamento, l’altra al Quirinale (dimostrazioni degli stessi poliziotti ndr.). Hanno avuto un atteggiamento di distanza dal film, l’hanno visto vari esponenti della polizia, ma non sappiamo a quale livello. Però non abbiamo mai avuto una reazione d’insieme, ma su tutta la gamma. Alcuni poliziotti sostengono che è la verità, altri che non corrisponde per niente all’oggi, anche perché nel corso degli ultimi 6/7 anni la situazione è molto cambiata”.
“Mi sono addestrato, soprattutto nell’aspetto sportivo col rugby – afferma Pierfrancesco Favino che è Cobra -, poi siamo stati aiutati in qualche modo a capire quali siano le tecniche di difesa e d’attacco. La formazione della squadra di rugby conta perché in essa l’aspetto fisico è importante. Prima affronti il lavoro su personaggi così delicati per la morale pubblica, poi spontaneamente alcune sensazioni nascono dentro di te, perché finché non minacciano la tua famiglia non sai mai come reagirai. Ti chiedi cosa può accadere nel corpo, nel fisico e nella mente in questi momenti così drammatici, e devi simulare qualcosa di questo tipo. Bandisco i casi limiti perché non hanno niente a che fare col film. Quando sei dietro uno scudo e dall’altra parte ti spinge un numero superiore di contendenti anche a te attore, persona, ti provoca qualcosa. L’aggressività è normale nell’uomo, e non siamo addestrati per controllarla. Cosa cambia passando dai panni del Libanese con la pistola, al Cobra che ha un manganello in mano? Cambio anche fisicamente e non solo in testa. Un’idea generalizzata è sempre sbagliata, conta la mia opinione personale, ideologica e morale”.
“Devo dire che un pregiudizio ce l’avevo – dichiara Filippo Nigro nel ruolo di Negro -, ma loro devono usare la violenza, quando i limiti con cui viene usata è poco precisato. E’ uno stato personale, loro non sono dei celerini qualsiasi, sono reduci di un G8 anche se non lo raccontano spesso, ed è tutto compresso in quattro personaggi. Non penso che siano santi, ma la mia percezione è cambiata. E’ la simulazione di un fatto umano, rispondere con violenza e odio ad un attacco, se si viene aggrediti. La preparazione fisica col rugby ci ha aiutato ad unirci come gruppo, al di là dell’aspetto fisico, dentro la caserma, nel Ducato. Stare con questi poliziotti parecchio tempo insieme”.
“Ero quello più in forma nonostante questi 48 e più anni – ribatte Marco Giallini che è Mazinga -, mi sono controllato con una dieta a base di riso e tonno. Figuriamoci non avevo preso i cazzotti da quelli col casco, ma io già li prendevo di mio. Ci siamo preparati bene e siamo diventati un gruppo, ci telefoniamo ancora due volte al giorno. Ma io non ho mai avuto a che fare col celere, con un altro tipo di polizia sì”.

“Più che cambiata è arricchita – dice Andrea Sartoretti nel ruolo di Carletto -, io ho partecipano alle prove non alle cariche perché il mio personaggio è un ex celerino. Dovevo capire da dove venivo, percepivo la tensione immensa che vivono loro, pagati per affrontare una guerra civile quotidiana. Ora la mia opinione ha più colori”.
“Entrare nella parte del poliziotto – ribatte il giovane Domenico Diele che è la recluta Adriano -, comprendere più a fondo, capire le ragioni di queste persone. La mia opinione è quella di prima, ma ho più strumenti per valutare le singole posizioni”.
“E’ tratto da un libro – riprende il regista .-, non credo sia un film in mezzo (fra “Diaz”, alla Berlinale, e “Romanzo di una strage di prossima uscita ndr.) -, la nostra è un’uscita casuale, difficile da spiegare. Il materiale è di 4/5 anni fa. Il fatto di Genova non è raccontato direttamente, ed è già molto rappresentato, non potrei aggiungere niente. Non è un film sulla celere, nemmeno a favore. Non c’entrano niente, il G8 è un fatto eccezionale che è giusto raccontare. Noi raccontiamo dei celerini, l’odio in cui viviamo, l’intolleranza, la violenza che ogni giorno c’è in città. Questo mondo da un punto di vista inusuale, che non appartiene né alla letteratura né al cinema”.
“E’ fedele allo spirito del libro – confessa l’autore Bonini – non avevo l’ambizione di provare niente, volevo scartare la lettura bianca o nera. Credo che nel film ci sia un’assoluta fedeltà nell’approccio e nello sguardo. Dietro una visiera di plexiglass è più complicato raccontare la realtà, la durezza dell’oggetto moltiplica l’effetto emotivo, e dobbiamo fare i conti con una parte di noi che rifiutiamo. Di fronte alla scena in cui vengono brutalizzati i tre rumeni che a loro volta avevano brutalizzato gli immigrati, pensi ‘stanno facendo bene’ ma poi ti trattieni. Non è possibile, c’era un rischio morale, già quando uscì il libro. Credo che quando scrivi o fai un film ti devi liberare dal ricatto, in senso buono del termine, sennò non racconti mai niente, e se lo fai deve essere funzionale a quello di cui sei convinto. Ho conosciuto i tre protagonisti del libro (nel film sono 4 ndr.), ho fatto un’operazione su me stesso non da ridere. Allora mi dava fastidio solo ascoltare, credo sia un passaggio obbligato. Il film è assolutamente fedele e ha una potenza che il libro non ha, quella delle immagini che non hanno bisogno delle parole”.
“E’ molto difficile generalizzare – conclude Sollima -, scegliere chi mandare, ma è ovvio che conta la loro attitudine, perché vengono chiamati ad esercitare questo servizio. Tutte le persone che ho incontrato sono completamente diverse fra di loro, ognuno ha una posizione diversa. I celerini sono centinaia di migliaia non volevo criminalizzarli, non potevo immaginarli tutti così. L’irruzione nel covo e gli altri episodi, sono fatti veri, non criminalizziamo, ma abbiamo mostrato delle cose, pezzi della nostra storia raccontati con correttezza, evitando il quadro troppo ideologizzato. Il film, nonostante sia immerso nei fatti più sanguinosi ed inquietanti degli ultimi anni, non vuole essere un film di denuncia sociale, o meglio, non solo. Il problema è il moralismo, che ora si sta scatenando su internet sul tema, chi dice di essere dalla parte Bianca chi dalla parte Nera”.
“Un atteggiamento che il film non ha – ribatte Favino -, è un discorso morale, non da parolaccia. Mostra la realtà così com’è, non quella di chi dice ‘guarda come sono brutti, o quanto sono belli’, quello è moralismo, e crediamo riguardi non solo i celerini, ma anche tifosi, rumeni, persino quello che colpisce col crick per un parcheggio. Una rappresentazione della violenza per consentirci di perdonarci, senza chiedere mai di prendere le parti, perché ormai non si capisce più la differenza tra moralismo e morale”.
“Rispetto il lavoro del regista, degli attori – conclude Bonini -, non ho mai chiesto di intervenire. Prima della stesura del copione ho parlato con gli sceneggiatori (Daniele Cesarano, Barbara Petronio, Leonardo Valenti), soprattutto su cosa avevo messo e su cosa era rimasto fuori dal libro. Credo che la scelta degli attori sia assolutamente corretta, perché dovevano attraversare un’esperienza come è accaduto a me quando dovevo scrivere il libro. La mia presenza sul set sarebbe stata un elemento di disturbo. Penso sia giusto così”.