Storia della caienna post-unitaria

STORIA DELLA CAIENNA POST-UNITARIA:

UN PASTICCIO ALLL’ITALIANA

  “Guantanamo non è un’idea di Bush junior, il sistema era stato abbondantemente collaudato dagli europei con una sorta di auto-potatura etnica: espellere dal corpo sociale la parte peggiore, o ritenuta tale, relegandola in luoghi lontani” dice Pino Aprile in “Terroni”, Piemme 2010. L’èscamotage  che, utile ad allontanare i pericoli legati alle turbolenze di oppositori politici e delinquenti comuni, assicurava anche una colonia alla madre-patria, ci era noto come mossa strategica delle grandi potenze coloniali, ad iniziare dalla Gran Bretagna. Al contrario, era ignoto ai più che ciò riguardasse anche i disegni politici dell’Italia appena fatta, così come ignoravamo che fra la fine degli anni ’60 ed i primi del ’70 tale disegno fosse ritenuto una priorità assoluta.

  Ad illuminare un tratto  tanto poco esemplare del passato post-risorgimentale con il suo “I prigionieri dei Savoia”, Sugarco 2011, è Giuseppe Novero, giornalista, vincitore per le sue ricerche storiche del “Premio Mario Soldati 2010”, che da anni lavora nell’editoria, nella carta stampata, in Rai, poi alle Reti Mediaset. Il testo affronta con documenti provenienti dagli archivi ministeriali uno degli aspetti più oscuri del processo unitario ed illustra, con dovizia di particolari, il fallito tentativo italiano di fondare una colonia penale nelle Indie Portoghesi, in Eritrea, Patagonia, Tunisia, infine in Estremo Oriente.

  Ma cosa spinse i diversi ministeri ad azzardare più volte un progetto tanto poco realista ed oneroso? Sul quesito l’Autore è chiaro sin dalla prima pagina, allorché afferma senza mezzi termini che “la conquista militare” portò con sé una vera e propria “guerra civile che durò quasi dieci anni ed insanguinò tutto il Mezzogiorno”, producendo una massa di prigionieri tale da tradursi in un problema sia finanziario che di ordine pubblico. Si tratta dunque di una delle innumerevoli sfaccettature che nel tempo assunse la irrisolta Questione Meridionale.

  Per guidare il lettore nella conoscenza ragionata del fenomeno, Novero dedica più della metà del testo alle campagne che vanno dallo sbarco dei Mille alla definitiva sconfitta del brigantaggio, soffermandosi su aspetti che gettano luce su una congerie di elementi (politici, territoriali, culturali, morali, psicologici) i quali analizzano in dettaglio il rapporto fra Savoia e Borbone  motivandone le risultanze. E così atti di coraggio e di vigliaccheria, connivenze, raggiri, calcoli politici e casualità prendono vita in un affresco niente affatto romanzato, scevro da ideologismi, condotto infine con rigore storico e consequenzialità narrativa.

  Sono queste le pagine più intense, rese in sequenze veloci sia attraverso un tempo accorciato dal presente storico che dal ritmo incalzante dei periodi brevi, pagine che discutono uno dei quesiti più scottanti dell’Unità: si tradusse essa in un’opera di liberazione dall’ancien regime, in un’azione di sia pur parziale risanamento socio-economico, oppure in una conquista territoriale meramente predatoria?

  Tutto questo Novero analizza pacatamente, appoggiandosi ad una vasta bibliografia che individua il divario fra la realtà e l’immagine agiografica del Risorgimento che accompagnò per generazioni la formazione scolastica, non “per denigrare il Risorgimento, bensì metterlo in una luce obiettiva, per recuperarlo nella coscienza di tutti”,  afferma in un’introduzione al testo che instrada verso i falsi storici che accompagnarono la propaganda risorgimentale, a cominciare dalla situazione socio-economica del Regno delle Due Sicilie.

  Volendo noi escludere le riflessioni profetiche dei capp. 2-5 de Il gattopardo, ignorate dalla critica degli anni ’50/’60, la storiografia ha dimostrato solo negli ultimi decenni che pochi mesi prima dell’impresa dei Mille i bilanci dell’import-export si erano chiusi più che in attivo, che i titoli borbonici erano molto ben quotati alla borsa di Parigi e che i testimoni, il capitano piemontese Bianco di Saint Jorioz ad esempio, avevano trovato, “un popolo … vestito, calzato, industre, con riserve economiche”.  Tuttavia era meno noto  fino a che punto le casse piemontesi fossero vuote e quanto a lungo, chiarisce Novero, “si volle far credere che il Regno delle Due Sicilie fosse amministrato dalla corruzione e nel lassismo si”. Sapevamo poi che molte ombre gravano sulla progressiva marcia di Garibaldi verso Nord, ma non eravamo tutti al corrente di quanti prigionieri “laceri, affamati” fossero stati successivamente ammassati prima nelle carceri napoletane, poi in quelle piemontesi.

  Queste pagine, copiose, ad una prima lettura lasciano perplesso il lettore:  perché soffermarsi così a lungo sui dettagli delle singole battaglie, perché dare tanto spazio alla solida organizzazione dell’esercito e della marina borbonici, eludendo il soggetto promesso dal titolo? In realtà, quando terminiamo i primi capitoli comprendiamo la ragion d’essere di un’analisi tanto accurata: si tratta della ricostruzione puntuale di una realtà impensata per i Savoia, i quali si troveranno ad affrontare dopo la resa una situazione cui non erano affatto preparati. Ci riferiamo all’estesa ostilità della popolazione che si tradusse anche nel fenomeno del brigantaggio (sappiamo che le epurazioni sanguinose si dimostrarono insufficienti), espressione esso sia di atavica sfiducia in un’organizzazione statale che in un esercito straniero il quale aveva commesso oltraggi  tali da portare Garibaldi ad affermare, com’è noto : “Non rifarei oggi la via dell’ Italia Meridionale, … essendosi colà cagionato solo squallore”.  Sta di fatto che i “dieci-quindicimila prigionieri di guerra”, i quali creano problemi non solo di finanze ma di ordine pubblico, non si sa più dove ammucchiarli: le carceri piemontesi di S. Maurizio e di Fenestrelle superano abbondantemente il limite della loro capienza, né a tal fine giova “l’atteggiamento vessatorio” dei quadri savoiardi nei confronti degli ufficiali borbonici e garibaldini dapprima disponibili ad entrare nelle fila del nuovo esercito.

  Degenerando la situazione, si trova opportuno ricorrere ad una strategia consolidata: offrire una colonia penale alla massa di disperati “che assediano il Governo”. Così scatta il progetto dei ministeri che si susseguono fra il 1862 ed il 1873: proteggere la sicurezza dello Stato attraverso l’allontanamento di elementi pericolosi. Inizia così un lavorio diplomatico con le potenze coloniali “in direzione dell’Africa, verso l’estremo Oriente, in Sud America”, finché nel ‘68 “la ricerca frenetica di Menabrea ” si dirige con decisione verso il suolo tunisino. Tuttavia la flotta è dimezzata, navi a disposizione per il perlustramento delle coste africane non ce ne sono. C’è la “Principessa Clotilde” che si era salvata dal disastro di Lissa, ma la corvetta si trova in Oriente: che fare? Niente paura: il Governo decide che sia là che si dirigano d’ora in poi le ricerche, dandone esplicito mandato al comandante del bastimento. Di lì a poco lo stesso Menabrea affida segretamente ad un esploratore, tale Giovanni Cerruti cui si dà completa discrezionalità di condurre trattative a nome dello Stato, il compito di “ricercare in giro per il mondo un luogo destinato a diventare colonia penale”. Ma come mai l’Italia, si chiede Novero, fa ricorso ad un privato con un mandato identico a quello affidato all’ignaro comandante della Marina Carlo Alberto Racchia? Al quesito non c’è risposta, mentre dal testo apprendiamo che l’operazione si tradusse in quello che l’Autore definisce “un pasticcio”. Dalle isole Kay, alle Batiane, alle Aru Cerruti, che decanta immaginarie qualità della zona, stipula convenzioni di cessione con sultani e rajah locali, incurante di stabilire rapporti diplomatici con Inghilterra, Danimarca e Olanda. Si rischia l’incidente diplomatico, il Governo abbandona Cerruti al suo destino ed affida a Racchia “l’operazione Borneo”, condotta fra il ‘70 ed il ’73.

  Anch’essa tuttavia si tradurrà in un fallimento, a causa degli errori compiuti dalla “conduzione… pasticciata, confusa, incerta, della diplomazia italiana”, che da una parte fornisce informazioni riservate ispirando un velenoso articolo del Times, dall’altra dimostra passività nell’estenuante attesa di un placet britannico, dall’altra ancora ignora la presenza olandese, precisa Novero. A noi sembra che a ciò si possa aggiungere un altro dato di fatto: il realismo di traduzione cavouriana che, diceva Rosario Romeo, “punta sulla sapiente combinazione di forze convergenti con gli interessi italiani piuttosto che sul peso politico e militare del nuovo stato” cede ora il passo ad un velleitarismo incapace di misurarsi con la realtà, lo stesso che produrrà tanti danni nei decenni a venire, lo stesso che, come dice l’Autore, riflette “l’immaturità che era all’origine stessa del tentativo coloniale”.

  Agli esperimenti relativi al Borneo altri ancora seguiranno in Estremo Oriente: si ripete che si tratta di un’ esigenza assoluta, di “una questione di civiltà, di dovere, di onore. Noi dobbiamo introdurre nel nostro Codice penale la pena della deportazione, e per poterlo fare dobbiamo in prima assicurarci di un luogo conveniente”, scrive Cadorna nel ‘73,  “tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione … atterrisce più della pena di morte”, dichiara a sua volta il ministro Visconti Venosta, precisando: “sono atterriti dall’idea di andare a finire i loro giorni in paesi lontani”. Ma il tempo non gli darà ragione.

  Anche i successivi tentativi in Banguey non andranno a buon fine, mentre si farà strada nel Governo la certezza che una forma di deportazione meno deprecabile avrebbe potuto risolvere la questione sociale. Si dà così inizio all’emigrazione italiana, assai spesso coatta, che nasce come fenomeno sociale proprio dopo il fallimento delle imprese coloniali descritte: “una scrematura sociale”, ebbe modo di definire l’emigrazione Sonnino, che assicurerà allo Stato sia ordine pubblico che copiose rimesse.

  Alla fine della lettura de “I prigionieri dei Savoia” ci si potrebbe domandare se si tratta di un testo “revisionista”. Fermo restando che la Storia è di necessità, e per fortuna,  “revisionista”,  quelle indagini storiografiche che vengono condotte con rigore portano inevitabilmente ad esplorare zone d’ombra non tanto al fine di raggiungere l’oggettività (unica per definizione è quella ideologizzata), quanto di  conoscere, riflettere e far riflettere. Proprio quello che fa Novero, ben lontano da operazioni riduttive o da contestazioni di comodo, che così chiarisce il suo pensiero: “Il Risorgimento … è il dramma del nostro travagliato sorgere a nazione, con le sue luci e le sue ombre, i suoi tormenti e le sue colpe, i suoi vizi e i suoi errori”.

  A questa condivisa osservazione ci sentiamo di aggiungere che se, forse con eccessiva naïvetè, Salvatorelli definiva il Risorgimento “un processo di carattere spirituale”, di fronte alle più recenti teorie negazioniste non ci dispiace pensarla come Cattaneo: “ora è tempo che le genti si stringano ad un patto di mutua tolleranza”, se non altro in nome di quella verantwortungsethisch, di quell’etica della responsabilità mutuata da Fichte, della cui imprescindibile necessità nell’ agire comunitario parlava Max Weber.

Antonella Micone

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