Julio Cortazar

BESTIARIO DI JULIO CORTAZAR: UNA CERTA IDEA DEL FANTASTICO

  Nel suo Del cuento breve y sus alrededores nel 1969 Cortàzar afferma: “ll racconto nasce da uno stato di trance che i Francesi chiamano état second”, di qui quell’idea di Fantastico che l’autore argentino a tale genere letterario attribuì affinché potesse ritenersi compiuto: una percezione del dato reale, sia dell’autore che del protagonista, scaturita dal sentimento di non essere mai del tutto aderente ad un loro hinc et nunc.

  Ne consegue una scelta narrativa precisa: i personaggi, i quali prendono forma, consistenza e senso da un violento senso di straniamento, sono avvolti dal non-detto legato ad una realtà all’insegna della stessa insicurezza, della medesima inquietudine che attanaglia i protagonisti. Da ciò origina il nucleo vitale del racconto cortazariano, una ricerca letteraria in chiave fantastica dell’aspetto labirintico e multiforme del subconscio, da cui nascono gli sdoppiamenti di personalità, le presenze invadenti e misteriose (costituiti tutti di materia concreta e più concreti della materia stessa) che marcano la raccolta.

  I cuentos, carichi di un’atmosfera contrassegnata dall’irrazionale che irrompe nel quotidiano, sono marcati dalla deformazione dell’oggetto, che si trasforma in sostanza incoerente ed intangibile. Quanto al lettore modello, egli nutrirà sì il desiderio di avventurarsi nei meandri di una psiche perturbata, ma la potenza dell’irrazionale si insinuerà in lui tanto subdolamente ed attraverso elementi tanto oggettivi, che anch’egli darà per reale il surreale, il quale si immette nella narrazione in punta di piedi ma inesorabilmente, come i coniglietti rigurgitati dal protagonista di Lettera a una signorina a Parigi.

  Essi, vomitati dal protagonista attraverso una specie di parto orale dettato da scadenza giornaliera, sono accettati quietamente, quasi con letizia: “Lo poso sul palmo della mano, gli sollevo il pelo con una carezza delle dita, il coniglietto sembra soddisfatto di essere nato, e freme e frega il musetto contro la mia pelle”, dice l’anonimo protagonista da poco trasferitosi in una concretissima Baires, mentre il lettore sceglie di non darsi delle spiegazioni, preso com’è anche lui dall’unica aspirazione del giovane: che la strana abitudine non venga scoperta dalla domestica. In tal modo l’autore riesce nell’ intento di creare una tacita complicità fra narratore e lettore nell’accettazione del dato irrazionale.

  Quando poi le nascite aumenteranno di frequenza ed i coniglietti devasteranno l’appartamento affittato in via Suipacha (“saltano lungo il tappeto e sulle sedie” fino a riempire l’appartamento come una “costellazione di macchie bianche, grigie e nere”) chi legge reagirà di nuovo sul piano della realtà, sarà tentato di suggerire al giovane di sbarazzarsene o di “confessare”, giacchè l’angoscia di quest’ultimo è marcata a tal punto da non offrire altra via di fuga. Ed ecco il colpo di scena: laddove il lettore-personaggio, che ha accettato il patto di sospensione dell’incredulità, si aspetta che il protagonista agisca pragmaticamente facendo fuori i piccoli intrusi, quest’ultimo termina la lettera da cui il racconto prende il titolo prefigurando con determinazione il proprio suicidio. Si tratta sì di un finale a sorpresa, è certamente un coup de théâtre, eppure nessun’altra soluzione era ipotizzabile, in virtù sia della metamorfosi di una creatura benevola in mostro, che dell’osmosi fra lettore ed io-narrante, lui stesso monstrum nel senso più etimologico del termine.

  Anche in “Cefalea”, il quinto racconto della raccolta, il fatto irreale non appare nell’incipit né salta fuori inaspettato dall’excipit, ma si accumula nel corpo del racconto come spaesamento progressivo del personaggio, il quale non si riconosce nel territorio che abita. La vicenda ruota intorno ai quattro lavoranti di un allevamento di preziose mancuspie i quali, in condizione di estrema sofferenza fisica, fanno fatica ad occuparsene. Nonostante il ricorso costante a rimedi omeopatici per sé e per le bestiole ammalate, la situazione nell’allevamento degenera rapidamente: i personaggi, turbati dalle difficoltà che incontrano, nutrono una paura mano a mano più forte degli animaletti, che ai loro occhi si trasformano in pericolose creature in un crescendo lacerante. Alla fine l’io-narrante, in preda ad una condizione mentale instabile o meglio, ad “un’inquietudine inconfessata”, preferisce fuggire dall’allevamento assieme ai tre compagni di lavoro, dato che l’insicurezza che la componente oggettiva provoca sopprime in lui ogni possibilità di riscatto.

  Dunque il dato reale è ben riconoscibile, tuttavia quello surreale ha il sopravvento perché esso è frutto di una concretezza più potente della materia. Ancora una volta, il cuento si conclude con la sopraffazione del malessere interiore, con la vittoria dell’incubo su una realtà che non è realtà: l’ululare di animali inesistenti come le mancuspie, assenti da qualsivoglia dizionario di zoologia, come gli stessi protagonisti sospettiamo che sappiano.

  Nell’ultimo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, l’elemento irrazionale è determinato da un’ospite della casa in cui si svolge il racconto. Si tratta di una tigre, invisibile ma sempre presente, che con i suoi movimenti scandisce la vita di tutti. E mentre volta per volta il fattore segnala con serena naturalezza la presenza della tigre in biblioteca o nel living, chi legge ha il sentore che qualcosa di inespresso muova sia la presenza che gli spostamenti della fiera.

  Intanto Isabel, la piccola protagonista, osserva sadicamente il lento arrancare di uno stuolo di formiche sulle pareti di un contenitore di vetro, va a caccia di disgustose mamborètas con il coetaneo Nino e si stringe a Rema, la mamma del bimbo, di cui percepisce la fredda disperazione mentre la donna accarezza lumache. Così, quasi senza rendersene conto, apprende assieme a noi molte cose sugli adulti che popolano la casa, fino a far ribaltare il piano reale e quello fantastico: la tigre che si aggira per casa diventa meno perturbante della realtà quotidiana, carica di segreti e di nodi profondi. Pian piano all’interno della torrida atmosfera rarefatta della casa dei Funes intuiamo che un rancore senza quartiere lega Nene a sua moglie Rema ed al cognato Luis, mentre il piccolo Nino non è indifferente, come dà a vedere, alle percosse del padre. La tigre intanto diventa imprevedibile in orari e movimenti: meglio non fare uso del giardino, saggio restare in cucina a preparare limonate.

  Le ore scivolano via tranquille nella penombra del manto rassicurante di Rema, ma quanto più rallentano i ritmi, tanto più “la vita è triste qui”, scrive nel suo diario la piccola ospite dei Funes, la quale “vede facce nell’oscurità… con una sorridente espressione di complici”. Il tempo al rallentit, scandito dai gesti confortanti di una piccola comunità di benestanti, sembra accompagni una anormalità vissuta come tranquilla abitudine finchè Rema, perduta nello studio delle lumache che iniziano a “lanciare occhiate a Rema, a fuggirne come una ventata”, rimane impassibile “al primo urlo del Nene… come se non udisse il secondo urlo soffocato”. Con una mossa apparentemente inaspettata, la belva ha colpito, mentre Rema accarezza la piccola Isabel col suo “balbettare come di gratitudine, di innominabile acquiescenza” nel trambusto del cadavere straziato. Dunque ancora una volta i fantasmi interiori hanno avuto la meglio, denudando l’intimità esacerbata di esseri trasformati nella forma animale che li simboleggia.

  Una particolare idea di Fantastico dunque è quella di Cortàzar, un’idea che si regge solo e tutta sulla precarietà della psiche umana, la quale opera in un quotidiano tanto ordinario da risultare pregno di fragilità e di pericoli. Un’operazione di per sé non semplice che potrebbe sconfinare nel facile psicologismo, se Cortàzar non possedesse tutti gli strumenti necessari per costruire una narrazione ricca di talento. Essa si dispiega attraverso una cifra stilistica essenziale, ma niente affatto nuda, costruita con sapienza artigianale attraverso quegli strumenti di cui l’autore porteño tratta in due suoi saggi: significazione, intensità e tensione, ovvero scelta di un tema che vada oltre l’aneddoto, economia espressiva ed un’atmosfera carica di turbamento crescente.

  Sono proprio questi tre elementi a dare vita al “Fantastico senza fantasmi” di cui parla Ernesto Franco nella sua prefazione al testo Einaudi, sono proprio essi che, come dice Sebastian Salazar Bondy in Sudamericana nel 1951, “costituiscono l’incanto di Bestiario, libro nella cui lettura si cela l’insolito gusto di qualcosa a cui, per puro piacere, prima o poi è necessario tornare”.

Antonella Micone,
Agosto 2011