Un sabato in libertà con A Roma Insieme

Occhi chiari e lineamenti delicati, Daisy è assai schiva, ma quando sa che di te può fidarsi si apre al sorriso, condividendo i giochi dei suoi coetanei. Anche lei, come loro, vive a Rebibbia, nella cella in cui è detenuta la mamma ma la sua, di vita, è ancora più complessa di quella degli altri piccoli ospiti. Difatti la normativa, la quale prevede che su richiesta della madre il bimbo risieda con lei da 0 a tre anni (molto spesso la famiglia di provenienza è inesistente), nel suo caso fa sì che anche Daisy sia sottoposta al regime d’isolamento cui è di necessità vincolata la mamma, pentita di un’associazione a delinquere. Dunque niente kindergarten né notte di Natale sotto l’albero allestito all’interno delle mura, assieme agli altri bambini detenuti loro malgrado nella Casa Circondariale Femminile di Roma.

Ciononostante, persino Daisy vive qualche ora senza sbarre: le ore trascorse a zonzo per la città con A Roma insieme, l’associazione che si batte dal 1991 per migliorare la condizione dei piccoli reclusi, costretti in un ambiente degradato come il carcere proprio nei primi, delicatissimi, trentasei mesi di vita.

Per questo l’Associazione preleva di sabato (un bambino per ogni adulto) i bimbi di Rebibbia e li conduce all’aperto: al mare, in campagna, nei parchi cittadini, dove è consentito loro di vivere momenti di normalità all’interno del mondo reale, grazie sia alla disponibilità di quelle famiglie ed enti che mettono a disposizione dei piccoli i loro spazi, che alla presenza di volontari e volontarie di tutte le età, che condividono con loro una giornata di gioia e di allegria.

Ispiratrice e motore incessante di un’idea così brillante è Leda Colombini che, dall’alto dei suoi ottantadue anni suonati spesi prima nella Resistenza, poi nei movimenti spontanei femminili, poi in Parlamento, infine nel social work, mi dice: “Non è momento questo di stare nelle aule di Montecitorio: per migliorare la società ora dobbiamo lavorare dal basso, con pazienza e tenacia. Senza mai mollare.”

E così Leda, assieme al team forense di A Roma Insieme, continua a stimolare da una parte il dibattito sui temi del carcere, dall’altra l’adozione di una legislazione che preveda misure alternative volte a raggiungere l’obiettivo che nessun bambino varchi più la soglia di una prigione. E poiché la composizione etnica dell’ala femminile è mutata nel tempo, l’Associazione si batte affinché il legislatore prenda atto della nuova realtà carceraria attraverso misure adeguate, ad esempio quella di togliere l’automaticità dell’espulsione della madre straniera e del suo bambino a fine pena (come prevede la legge Bossi-Fini), dando la possibilità al giudice di valutare caso per caso il percorso compiuto durante la detenzione, percorso che può consentire il rilascio del permesso di soggiorno.

Quanto a noi volontari, cerchiamo di metterci a disposizione per assicurare il più possibile una vita normale ad Alicia, Daisy, Fabrizio, Morena ed agli altri loro piccoli compagni di celle anche attraverso le feste di compleanno e gli affidi individuali, sia domenicali che estivi. Alcuni di noi, poi, si danno da fare nell’ organizzare attività creative per le mamme, nella caparbia consapevolezza che, crescendo l’auto-stima, una volta fuori diminuirà l’influenza esercitata su di loro dagli ambienti degradati da cui esse provengono.

Come conseguenza dell’assenza di una normativa capace di tutelare adeguatamente le necessità del minore, gli obiettivi da raggiungere sono a lungo termine e prevedono impegno costante e risorse, tuttavia la posta in gioco (la serenità di un piccolo assieme alla possibilità che colui che domani sarà un adulto acquisti stabilità emotiva) è troppo grossa per ammettere tentennamenti. Né c’è bisogno di ricorrere al sociologo, per comprendere che una buona ricaduta sul mondo di domani è l’unico investimento sicuro che un’era di crisi come la nostra possa assicurare.

E così, in attesa che presto vedano orizzonti privi di sbarre, Daisy ed i suoi amici scorazzano per la città, pronti a cogliere tutti gli stimoli che offre la vita di chi ha la fortuna di non vivere in una casa di detenzione. E non è bello che la Direzione di Rebibbia, fuori da quelle mura e sotto la responsabilità dell’Associazione, accetti che una volta alla settimana la bimba venga sottratta al regime di segregazione?

Durante la giornata si fa tutto quello che “fuori” farebbe un bambino: correre, cantare, andare in altalena, pasticciare la creta con i compagni, arrampicarsi col nostro aiuto sui giochi del parco, incontrare nuovi amici, pranzare tutti insieme e fare il pisolino fra le braccia della mamma di turno. Chi ci incontra poi, chiedendosi quale mai sia questo strano asilo fornito di maestri tanto diversi fra loro, dà inconsapevolmente il suo contributo di coccole, cioccolatini e sorrisi: un altro modo che fa sì che i piccoli non si sentano dei diversi.

La giornata scorre veloce fra risate, capriccetti, chiacchiere e riflessioni di volontari ed ospiti (non ultime le guardie di sicurezza che il Presidente Napolitano mette a disposizione nella tenuta di Castelporziano), mentre i piccoli ci bombardano con tutte le domande che accompagnano la prima fase della vita.

Si fa sera, sono le 18, il cancello del penitenziario si sta aprendo; Daisy non è del tutto sicura di voler tornare “a casa”, come noi definiamo Rebibbia per i piccoli reclusi, eppure Daisy ha riacquistato quel suo bel sorriso aperto, stringendo felice uno dei palloncini colorati che qualcuno di noi ha portato ai giovani amici.

Anche questo ho imparato da lei: davvero i piccini non hanno bisogno di costosi giocattoli o di tristissime Barbie: è la loro immaginazione ad animare il petalo di papavero avvolto attorno al dito di Giovanni, che da sette anni ogni sabato se ne va per Roma con i piccoli detenuti, patrimonio d’apprendimento e di condivisione costanti.

Antonella Micone