La pazzia di Dio

“LA PAZZIA DI DIO” DI LUIGI DE PASCALIS;
una rechèrche fra i monti abruzzesi
 

  ”disegnai Lampo, che era marrone lucente, e Melba che era bianca e  nera… Disegnavo… perché m’incantavano cose del mondo per le quali Roccapuzza, Camillo, Peppino De Carolis e perfino Mimmina e Cicco non provavano il minimo interesse. Avevo scoperto la solitudine. Ho speso una vita  ad abituarmici”. Così dichiara Andrea, protagonista di La pazzia di Dio, la terza opera narrativa dedicata da Luigi De Pascalis alla saga della famiglia Sarra: romanzo esistenziale, bildungsroman ed insieme disegno puntuale di una generazione alle prese con gli sconvolgimenti epocali che segnano i primi decenni del ‘900.

   La vicenda prende le mosse  da  un mondo contadino ancora integro e dai personaggi che lo costellano,  parti  integranti della vita dell’io narrante, mentre  il colore neo-realista che di primo acchitto sembra dipingere con l’uso del dialetto l’Abruzzo di Borgo San Rocco, dove da sempre vivono i Sarra, cede il passo  alla rappresentazione di una terra magica ricca di superstizioni contadine laddove il discorso narrativo si incentra sulla vita interiore di Andrea, esplicitandosi attraverso uno scandaglio analitico di reminiscenze moderniste. Uno scandaglio aperto al dialogo fecondo ed incessante con la realtà, che permette al giovane personaggio di cercarsi attraverso l’altro, da cui apprende ed esplora, che siano Mastr’Alfredo lo scarparo, Donna Irene, z’prevete  o “la brezza che spirava dal monte e sapeva di roccia”.

  Sguardo fiducioso  a mano a mano ferito dalla vita, Andrea scopre che il mondo che anima i suoi disegni e quello mitico di Carminuccia che lo accudisce, quello di Abebath la “regina” abissina che sorride da una foto ingiallita e quello concretamente fattivo dello zio medico sono circondati da vuoti oscuri e crudeltà  inutili, come quelle vissute alla cupa “corte” napoletana degli  “scarrafoni”, i religiosi che segneranno la sua adolescenza. Ma “non tutta l’ombra è ombra… l’ombra dove si nasce, per esempio, … allatta le radici dell’albero che sei”, e con la coscienza che “in certe ombre speciali ci stanno le stelle”, Andrea vive il sesso di Cesira che ignaro condivide con “lo scarrafone capo”, la pelle innamorata di Rosa, le interminabili chiacchierate, che formano il primo abbozzo della sua coscienza civile, con Polpetta,  il compagno di stanza con cui dà ”stura all’anima”. E così la Storia irrompe prepotente nella sua ottica: guerra di Libia, Giolitti, Patto Gentiloni, Suffragio Universale, vissuti con una modernità di disincanto che stupisce: “Gennarino ‘o cucchiere? Come fa a capire lui… che quelli come Don Russo … lo prenderanno sempre per il culo?… su otto milioni di elettori quanti Gennarini ci sono: cinque, sei milioni? Sono sei milioni di voti regalati ai farabutti che possono comprarsi un posto in Parlamento … prima c’è bisogno di scuola e di libri. Poi, se mai, di democrazia.”

  Intanto la foga interventista dilaga anche in collegio, in “un’apoteosi di stellette e galloni, di speroni e sciabole”, ricorda ironicamente il protagonista. ‘Tutti al fronte’ è la parola d’ordine che spinge non solo l’esaltato e detestato Peppemerda ma anche Polpetta a seguire “un futuro di gloria”, mentre il lettore che conosce il sistema di pensiero del protagonista si aspetta  da lui altre scelte. Ma Andrea ha un conto da regolare con se stesso: tenere testa alla ammirazione affascinata e sottomessa che nutre nei confronti di suo padre, agendo nel modo in cui egli desiderava senza chiederglielo: partire come volontario “per mantenere il primato nel cuore di papà”.

  Ed è guerra di trincea, la sua, con ”il cuore che doleva da cani”, in un’ interminabile sequela di disillusioni e morti inutili, una guerra sulle spalle dei “Gennarini” del mondo proprio “come la democrazia”, una “batracomiomachia” da cui Andrea tornerà a casa spaesato ed alieno alla piccola comunità famigliare in cui non trova più il suo posto perché “il tempo era passato senza di me”.  Da ora in poi un’ombra incessante lo accompagna, in una indifferenza cosciente e disperata verso ciò che vive, a cominciare dalla epidemia di Spagnola che inghiottirà, assieme a gran parte dei suoi cari, Borgo San Rocco.

  Dopo Grande Guerra e Spagnola (“pazzia di Dio in quanto proiezione degli uomini” precisa l’autore)  niente sarà più lo stesso, e non solo dentro di lui. Spazzata via la generazione degli anziani, custodi di tradizione e memoria, nel paesino abruzzese è in ascesa un manipolo di individui senza scrupoli che cavalcano il momento politico per scalzare la vecchia dirigenza, trasversale alle classi sociali, il cui senso etico aveva improntato  rapporti ed affari.  “Sono tempi d’arroganza” in cui  Andrea vede sgretolarsi quello che aveva conosciuto:  i “fili d’Arianna”,  gli “ aghi di bussola” utili a non perdersi,  mentre è costretto ad una profonda revisione delle proprie certezze, ad iniziare dalla stima nei confronti dei compaesani superstiti che a Borgo San Rocco come in Italia tacciono, giacchè il nostro è “un popolo che  chiacchiera a sproposito … ma sta zitto quando deve parlare”, riflette il protagonista (o l’autore-modello?) con amarezza quanto mai attuale.

  Il romanzo termina con un coûp de thèatre: al quesito impellente che si affaccia alla sua coscienza   (deve rimanere o andarsene?), Andrea risponde partendo per Zanzibar, terra della misteriosa Abebath amata da suo padre. Alla base di tale scelta estrema risiede  la consapevolezza  acquisita che  sia che vada via o che rimanga al fine di custodire la memoria dei Sarra, egli porterà con sé la libertà di non aver paura di perdere ciò che lo circonda, poiché tutto ciò che gli serve lo serberà  dentro di sé attraverso quello che gli ha insegnato la memoria. Lo guideranno da un parte la sua metafora della vita (una montagna “che il cielo, invece che sopra, se lo porta dentro come fosse un sogno”), dall’altra  il desiderio di impiegare il resto della vita stessa a cercarla.

  A fine lettura una riflessione  su quanto echeggia nel romanzo si impone. Quale letteratura ha ispirato, consapevolmente o inconsapevolmente, De Pascalis? Mentre il suggerito accostamento a Tolkien appare improbabile tanto quanto quello a Marquez (dove sono caverne e tunnel, dove il titanismo ed il lieto fine del britannico fantasy-writer? E Borgo San Rocco è davvero impregnato dell’aura magica di Macondo?),  notevoli sono le sintonie intellettuali fra l’Autore e Lampedusa, ad esempio per quanto concerne il concetto di Storia.  Come ne Il gattopardo,  in La pazzia di Dio la Storia  si traduce in un Risorgimento fallito. Come in Tomasi la vita si risolve in thanatos, l’oblio della memoria che  induce Concetta a lanciare un imbalsamato Bendicò nel vuoto, qui  la follia umana cancella preziose memorie. Come in Tomasi, nel testo scompare un mondo assieme al suo codice etico, e se la sostituzione di ceti su cui riflette Don Fabrizio  porta in auge “sciacalletti” come Calogero Sedara, qui il nuovo elettorato si riconosce “nella rozzezza, nell’arroganza e nella mancanza di scrupoli” di Peppe Cipolla, neo-sindaco fascista di Borgo San Rocco, o in un “furetto” come il  Ceccoboni, mentre Andrea percepisce la trascendenza della natura ed  insieme agogna la montagna  ‘col cielo dentro’  tanto quanto Fabrizio agogna le stelle.

  Tuttavia quando traccia le somme della  vicenda umana, Andrea perviene a  riflessioni lontane da quelle di Salina, difatti se per il gattopardo la vita è l’anfanare di un treno “per disperati dirupi”, per lui “è l’invenzione più bella”; se Fabrizio in punto di morte attende con ansia la giovane donna inguantata che ghermirà il suo corpo, Andrea sceglie di portare con sé Mimmina, per tramandare il senso di una comunità che lo aveva nutrito.

  Un’ultima osservazione riguarda  l’impronta  del personaggio. Andrea non è affatto, come scrive qualcuno, l’eroe passivo di tanta letteratura del Novecento, non presenta alcun elemento distintivo degli inetti di Musil, di Svevo o di Moravia.  Andrea agisce, reagisce, riflette, comunica, ed in primis sposa il credo di Mastr’Alfredo: “Nun te fa fotte da lu silenzio. La vita è musica, oppuramente colore. Ma nun è silenzio. Mai!”

Antonella Micone
Aprile 2011