Calvino e l’Orlando furioso

Calvino e l’ “Orlando furioso”

  “Tra tutti i poeti della nostra tradizione, quello che sento più vicino e allo stesso tempo più oscuramente affascinante è Ludovico Ariosto, e non mi stanco di rileggerlo”. Così afferma Calvino in Tre correnti del romanzo d’oggi nel ‘59, confermando il fascino sempre su di lui esercitato dal poema ariostesco.  Ad esso dedicherà nel ‘68 un ciclo di trasmissioni radiofoniche, chiarendo così i motivi della sua predilezione per l’autore rinascimentale: “E’ evasione il mio amore per l’Ariosto? No, egli ci insegna come l’intelligenza viva, e soprattutto, di fantasia, d’ironia, d’accuratezza formale” non siano “ doti fini a se stesse”, ma come esse possano “entrare a far parte di una concezione del mondo … lezioni attuali e necessarie” in quanto “e’ un’energia  volta  verso il futuro quella che muove Orlando, Angelica, Ruggero, Bradamante, Astolfo”.

  Più tardi, nell’intervista Vent’anni al Duemila, Calvino ritorna all’inscindibilità  del legame fantasia-rigore che l’Ariosto insegna, affermando che senza esattezza e metodo la creatività si traduce in privazione di solidità: “se non puoi farla star su, tutto diventa uniforme come il mondo più grigio”. Che l’esattezza sia elemento imprescindibile  della narrazione sarà ribadito nelle sue Lezioni americane laddove Calvino afferma che, come insegna  la egizia dea Maat, solo nella precisione del dettaglio può definirsi la materia, aggiungendo che dare consistenza  al narrato prevede di necessità la compresenza di “fiamma e cristallo”: fantasia e definizione calcolata sia dell’opera che della parola, la quale ultima “permette di avvicinarsi alle cose con discrezione e cautela, col rispetto che le cose comunicano senza parole”  giacché “le mot juste” collega “ la traccia visibile alla cosa invisibile”. In linea con tale consapevolezza, l’autore aveva intanto dato alle stampe un testo interamente dedicato al poema: Orlando furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino, in cui ricorda che fra la prima e la terza stesura Ariosto aveva continuato a “dedicarsi alla politura e messa a punto di lingua e versificazione” e  che lo  aveva ampliato  “creando nuove simmetrie e nuovi contrasti”.

  Ma cos’altro aveva portato Calvino a decidere la pubblicazione di quello che con un understatement chiamò racconto, e proprio nel ‘70, epoca ancora impregnata tardivamente di Neorealismo? Innanzi tutto il desiderio di affermare quanto moderno fosse il procedere a zig zag dell’opera ariostesca, i cui personaggi percorrono il mondo orizzontalmente seguendo un destino ignoto “nelle intermittenze del cuore umano”, aprendo così al romanzo moderno, come l’autore del Novecento esemplificherà  in Se una notte d’inverno  un viaggiatore. In tal senso lapidarie sono, nel racconto dedicato all’ Orlando furioso, le sue osservazioni sull’intreccio,  il quale “si gioca sulla carta geografica del mondo … dipanandosi  in tante partite simultanee”, mentre Orlando si trasforma da nobile paladino in un attuale sans papier, diremmo oggi: perso il senno per amore di Angelica e denudatosi, egli commette ogni sorta di atti irrazionali. Colpa di quella “giostra delle illusioni” che è il mondo ariostesco,  riflette con moderna consapevolezza Calvino.

  Riteniamo che di qui germogli l’onnicomprensivo abbraccio calviniano dell’ impianto dell’opera: trascinati verso avventure inesplicabili, i suoi personaggi seguono/inseguono le vicende più diverse in labirinti assai simili a quello borgesiano de La muerte y la brucola in Ficciones, inaccessibile tanto quanto quello delineato da Platone: infinite linee orizzontali da cui è impossibile uscire per definizione, precisa l’autore argentino. A dispetto di ciò, personaggi come Bradamante ed Astolfo  si muovono nel labirinto della vita con dimestichezza, fra incantesimi ed oggetti magici: l’Ippogrifo, l’anello fatato di Angelica, il librone di Atlante che predice il futuro, la vittoria inaspettata di Bradamante sul potente mago che le si rivela nient’altro che un povero vecchietto, l’Alcina d’ispirazione omerica  che trasforma in pesci chi si lascia irretire dalle brame della maga cattiva-cattiva. Antesignani, possiamo ben dire, del Post-moderno, Bradamante, Astolfo, Ruggero, Logistilla, lo stesso Ariosto (narratore, personaggio esterno di primo grado ed insieme personaggio interno), di fronte all’irrazionale non si scompongono più di tanto: nella realtà tutto può avvenire, proprio come in una  pièce di Jonesco.

  A differenza dei testi del commediografo francese, nel poema tutto ciò si traduce in sorniona levità, quella ben conosciuta qualità ariostesca che è dettame letterario da cui Calvino parte per la costruzione de Il barone rampante,  Il cavaliere inesistente, Le città invisibili , infine de  Il castello dei destini incrociati. Le ragioni che nel tempo portano Calvino a prediligere sopra ogni altra un’ impronta stilistica tanto raffinata sono complesse ed articolate. Esse sono indissolubilmente legate al lungo percorso di un narratore che, partito  dall’oggettività postbellica de Il sentiero dei nidi di ragno, approderà prima al surrealismo de Le cosmicomiche, poi all’astrattismo del Signor Palomar. Levità ariostesca e concetto calviniano di leggerezza, divertita ironia e pensosità senza peso:  vocazioni narratologiche  dei due autori che potranno essere oggetto di un nostro  prossimo incontro.

Antonella Micone