Francesco Hayez

FRANCESCO HAYEZ

GLI STUDI – LE OPERE

  Nel 1809 arrivò a Roma un giovane veneziano che era stato allievo del pittore D. Maggiotto e aveva frequentato corsi di pittura alla vecchia e alla nuova Accademia di Belle Arti di Venezia; veniva a portare a termine la sua formazione nell’ex capitale pontificia, ormai occupata dai francesi.  Aveva diciassette anni e una borsa di studio che gli avrebbe permesso di mantenersi per tre anni. L’anno dopo, Antonio Canova riuscì a ottenere da Napoleone i fondi necessari a rinvigorire la decaduta Accademia di San Luca e a sviluppare un vasto programma che prevedeva corsi gratuiti in tutte le scuole di Belle Arti e cinque premi d’incoraggiamento presso l’Accademia di Palazzo Venezia. Roma riprendeva così il ruolo di fulcro culturale verso il quale confluivano artisti, e aspiranti tali, provenienti da tutta Italia e dall’estero; il giovane veneziano era uno di loro, si chiamava Francesco Hayez.

  L’ambizioso programma del Canova -completato nel 1812 con l’istituzione di due concorsi, annuali e triennali, e due borse di studio presso l’Accademia di San Luca, finanziate da lui stesso sotto lo pseudonimo di “Mecenate anonimo”-s’inseriva nel più vasto disegno educativo napoleonico che poneva al centro della formazione degli artisti il legame tra accademia e museo. Non era una esperienza nuova in Italia: l’Accademia di Belle Arti, costituita a metà del secolo precedente da Filippo di Borbone a Parma, era nata e si era sviluppata congiuntamente con la quadreria in un tutto organico al servizio dell’educazione dei futuri artisti. Allo stesso obiettivo mirava il granduca di Toscana Pietro Leopoldo con la riforma dell’Accademia fiorentina del 1784. Il nuovo indirizzo, pertanto, fu accettato e facilmente inserito nei programmi didattici. La soppressione degli enti religiosi fornì le opere necessarie a organizzare le raccolte, nonostante una parte considerevole dell’immenso patrimonio artistico custodito in chiese e conventi avesse preso la strada d’Oltralpe per finire nelle sale del Louvre e di altri musei di provincia francesi. Agli allievi si chiedeva di studiare e copiare i grandi maestri del passato come momento basilare della loro educazione. Francesco Hayez ricorda nelle sue Memorie con quale sorpresa costatò durante il suo soggiorno romano che le opere più meritevoli di lode erano quelle in cui appariva “…una figura di Raffaello, o una statua antica, insomma che vi fosse del plagio….” Questo “plagio” era, nella concezione didattica dell’epoca, la via maestra che ogni apprendista doveva percorrere per impadronirsi della tecnica del nudo e della composizione, indispensabile per arrivare a possedere uno stile proprio.

  Il giovane Hayez, nonostante le critiche retroattive, percorse per intero quella via -già iniziata a Venezia alla galleria di Palazzo Farsetti, dove si esercitava disegnando le copie in gesso di sculture antiche- sotto la protezione e il consiglio di Antonio Canova, il più alto esponente di quel neoclassicismo che lui era chiamato a superare.

  A tre anni dal suo arrivo a Roma si fece notare con il suo Laocoonte, che si classificò primo ex aequo insieme a un’opera di Antonio de Antoni al concorso di Prima Classe dell’Accademia di Brera, dove al disegno classico si univa già il colore veneziano. Fece seguito Rinaldo e Armida del 1813, con quel magnifico nudo di donna; ma fu nel 1820 che la sua ricerca lo condusse, senza rinnegare del tutto le forme classicheggianti, a trovare nuovi contenuti nella storia nazionale abbandonando i soggetti d’ispirazione mitologica -i quali, più tardi, avrebbe rivisitato in modo rivoluzionario, come la Venere che scherza con due colombe del 1830 che suscitò scalpore e divise la critica- nacque così Pietro Rossi prigioniero degli Scaligeri; il grande consenso ottenuto da questa opera mise Francesco Hayez tra i più apprezzati pittori dell’epoca e lo riaffermò nel suo proposito di addentrarsi nel cammino intrapreso che lo avrebbe portato a diventare il portabandiera del romanticismo pittorico italiano.

  Del genere storico, molto in voga all’epoca, sono I Vespri Siciliani del 1822 -di cui avrebbe eseguito più di una versione- e La congiura di Fiesco del 1826, per il banchiere genovese Francesco Peloso; tuttavia, il vero capolavoro del romanticismo storico, Hayez lo realizzò tra il 1826 e il 1829. L’assassinio di Galeazzo Maria Sforza per mano di tre giovani nobili incitati dal loro maestro, l’umanista Cola Montano, gli offrì il materiale per sviluppare il tema dell’uccisione del tiranno, caro alla gioventù del primo Risorgimento. L’omicidio avvenne il 27 dicembre 1476 nella chiesa di Santo Stefano a Milano. La tela era destinata a Teresa Borri, allora vedova del conte Stefano Decio Stampa e più tardi seconda moglie di Alessandro Manzoni; doveva sostituire il Ritratto di gruppo della famiglia Borri Stampa che alla contessa non era piaciuto per via di un troppo realistico gozzo con cui era stata ritratta. La congiura dei Lampugnani o la congiura di Cola Montano è un quadro di grande bellezza, intensità emotiva e movimento. La scena in primo piano sorprende i congiurati, Giovanni Andrea Lampugnani, Girolamo Olgiate, Carlo Visconti e Carlo Montano, nei concitati momenti che precedono l’azione. I giovani sono allineati trasversalmente sui gradini della scala che porta al basamento della statua di Sant’Ambrogio -peraltro mai trovatasi nella chiesa di Santo Stefano- hanno sfoderato i pugnali e sono pronti a lanciarsi verso il duca la cui figura distante s’intravede in mezzo al corteo, nella penombra della chiesa. Il brusco slancio con cui il giovane in primissimo piano si gira verso il suo obiettivo, il frettoloso commiato del secondo giovane dal suo maestro che, inginocchiato, invoca la protezione del santo e l’incipiente corsa del terzo cospiratore con il pugnale stretto al petto, danno alla scena un ritmo vertiginoso in contrapposizione all’ignaro e solenne incedere dello Sforza e del suo seguito. L’illuminazione accentua la drammaticità del momento con una sapiente distribuzione di luci alte e ombre profonde. Il quadro è percorso dallo stesso anelito di libertà e di volontà di sacrificio per raggiungerla che animava le imprese dei patrioti risorgimentali. Con questa tela la pittura di genere storico arriva ai più alti livelli di espressività, d’innovazione e di eccellenza nell’esecuzione.

  Un capolavoro di tutt’altro genere è sicuramente Venere che scherza con due colombe. Qui Hayez si divertì a infrangere regole non solo pittoriche, ritraendo nei panni di una divinità olimpica anziché un personaggio di alto rango, come tradizione stabiliva, una ballerina di dubbi costumi, amante del conte Gerolamo Malfatti: la bella Carlotta Chabert. La presentazione del quadro a Brera nel 1830 suscitò infuocate polemiche. I sostenitori della bellezza idealizzata secondo i canoni della estetica classica, infierirono contro la terrena, imperfetta -e proprio per questo più sensuale e scandalosa- avvenenza della Venere hayeziana. La risposta dei romantici fu immediata: coloro che vedevano in Hayez un esponente di spicco di quella rottura dell’arte con le rigidità classiciste in cui le nuove generazioni non si identificavano più, scesero in campo agguerriti in difesa del loro pittore. Si crearono così due schieramenti che si batterono a suon di articoli sui giornali milanesi. Hayez nelle sue memorie ricorda come per i tradizionalisti quella da lui raffigurata non era una dea ma una “schifosa donna del volgo” senza armonia, “due donne messe insieme” con “la metà sopra più scarna di quella sotto”. Forse a mettere più a disagio i detrattori era proprio la metà di sotto, con quel sontuoso sedere reso con tanto imbarazzante e provocatorio naturalismo. La polemica ebbe corta durata: il dipinto fu presto portato a Trento presso la residenza privata del committente, il conte Malfatti, già felice possessore delle grazie dell’originale. Del quadro, quindi, non si  parlò più fino a quando, nel 1923, fu esposto a Ca’ Pesaro nella grande Mostra del Ritratto Veneziano dell’Ottocento, organizzata da Nino Barbantini. Grazie a quella rassegna il mondo dell’arte ricuperò uno dei più significativi capolavori della pittura ottocentesca europea.

  Il quadro suggerisce emozioni che toccano la sfera dei sensi: la morbida opulenza del nudo, pieno di richiami erotici, il candore del drappo dallo splendido panneggio, su cui Venere si abbandona, la  frescura dell’acqua, quieta acqua di fontana che nondimeno ricorda quel mare primordiale da dove la dea era sorta. In questa esaltazione sensuale, le due piccole colombe, sacre a Venere, inseriscono una nota giocosa e tenera.

  Vorrei concludere queste rapide note sugli studi compiuti da Francesco Hayez e su alcuni dei suoi dipinti -quelli che secondo il mio parere sono i più rappresentativi, per carica espressiva e resa pittorica, dei principali filoni con cui si misurò il genio dell’artista- con un’opera che segna un  particolare momento nella scelta figurativa del pittore.

  Siamo nel 1851; la prima guerra d’indipendenza, dichiarata da Carlo Alberto all’Austria, poco dopo la fine delle Cinque giornate di Milano nel marzo del ’48, era terminata con la sconfitta dell’esercito sabaudo nella battaglia di Novara. La debacle militare aveva portato all’abdicazione del re in favore del figlio Vittorio Emanuele II che aveva firmato con gli austriaci l’armistizio di Vignale, il 26 marzo del ‘49. Da due anni sul Lombardo-Veneto, tornato sotto il governo austriaco, dopo l’effimero assaggio di libertà, il feldmaresciallo Radetsky aveva scatenato la più brutale repressione. Le impiccagioni dei patrioti si susseguivano con efferata frequenza, a migliaia gli esuli si sparpagliavano per l’Europa mentre i loro beni venivano confiscati. Alla speranza si era sostituito lo sconforto. Le persecuzioni favorivano lo svilupparsi del sospetto e della delazione. Nella cultura, il romanticismo in declino, esaurito il filone storico degli eroi solari disposti a immolarsi per la libertà, risentiva dell’asfittico clima nuovo che gravava sulle città e nel tema della vendetta per l’amore tradito veicolava incertezze e paure. Nell’immaginario tardoromantico, scenario per eccellenza di questi intrighi che mischiavano affari di cuore e di stato, era Venezia, l’ultima delle città italiane ad arrendersi allo straniero, dopo lunghissima ed eroica resistenza, stremata dalla fame e dal colera.

  E’ proprio a Venezia, durante il carnevale, che si svolge la losca trama di Consiglio alla vendetta, presentato a Brera alla mostra di quell’anno. In questo capolavoro, un Hayez sessantenne rende in modo mirabile la straziante lotta interna del suo personaggio; a ispirarlo fu una romanza ancora inedita di Andrea Maffei, il cui verso “Via dal mio cuore sì vil pensiero” era inciso sulla cornice originale del dipinto. Nell’opera del Maffei, Rachele convince Maria a denunciare alla polizia austriaca l’amante che l’ha tradita. La tela ricrea il momento in cui Rachele insidia Maria, avvolgendola nel fitto parlare maligno, tutta protesa sul corpo dell’amica che sembra non voler ascoltare, mentre la sua mano si allunga verso la lettera che contiene la denuncia e non si sa se per prenderla o per respingerla, in una geniale sintesi figurativa del suo stato d’animo. Sul volto della giovane, incorniciato dai bandeaux e aureolato dal lungo velo fluttuante, colpiscono gli occhi segnati da un accenno di occhiaie che suggeriscono una notte insonne e lo sguardo intenso, ostinatamente fisso, tutto rivolto verso l’intimo ribollire di passioni in contrasto. Nella mano ha la maschera che ormai si è tolta. La figura di Rachele, al contrario, è resa più inquietante dalla bautta  nera che su di lei si carica di significati sinistri. Un cielo dai colori pastello, leggermente velato da nuvole rose, l’acqua di un canale, lo scorcio di un palazzo, è una placida giornata sulla laguna come tante altre, a far da sfondo al torbido intrigo ordito in primo piano.

  Il quadro fa parte di un trittico iniziato tre anni prima con L’accusa segreta che coglie Maria nell’attimo di consegnare la lettera alla bocca del leone marmoreo utilizzato per raccogliere le denunce anonime. Completa il trittico La vendetta di una rivale o Le veneziane.

Gladis Alicia Pereyra

Capolavori di Francesco Hayez