Gli Ordinamenti di Giustizia e Giano della Bella

 GLI ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA E GIANO DELLA BELLA.

  Il 15 febbraio 1293 – 1292 secondo il conteggio degli anni a partire dall’Incarnazione di Cristo-1 si insediavano nel Comune di Firenze i nuovi priori che avrebbero ricoperto la carica fino al 15 aprile, come stabilito dagli Statuti. Tra i nuovi Signori figurava “un grande e potente cittadino (savio, valente e buono uomo, chiamato Giano della Bella, assai animoso e di buona stirpe…)”2. Giano era stato l’ispiratore delle leggi antimagnatizie contenute nei cosiddetti Ordinamenti di Giustizia, promulgate dai Priori uscenti nel gennaio precedente, e che durante il suo priorato avrebbero subito quei radicali inasprimenti che mutarono il rapporto tra le diverse componenti della società dell’epoca.

  Il Priorato delle Arti, creato nel 1282, era in certo modo il coronamento dei rivolgimenti iniziati nel 1250 quando, dopo la morte di Federico II, la Parte Guelfa s’impose sugli avversari ghibellini dando vita al Primo Popolo che permise ai popolani iscritti alle Arti maggiori di entrare a far parte degli organi di governo. Fu anche istituita la carica di capitano del popolo e fu affiancata a quella del podestà con le sue stesse prerogative. Le leggi emanate dal Primo Popolo esaudivano le esigenze dei grandi mercanti, artigiani e banchieri che avevano compiuto la loro ascesa economica lungo il XII secolo e che fino allora erano stati esclusi dalle alte cariche del Comune. Venivano a trovarsi così equiparati politicamente alla nobiltà inurbata nelle cui mani erano da sempre depositate le redini del potere. La battaglia di Montaperti, vinta dalla ghibellina Siena contro la Lega Guelfa di cui Firenze faceva parte, segnò con la cacciata dei Guelfi la fine del Primo Popolo. L’effimera prevalenza ghibellina ebbe una durata di soli sei anni. Nel 1266, con la discesa del guelfo Carlo I di Angiò che sconfisse a Benevento Manfredi, figlio di Federico II, e a Tagliacozzo sbaragliò le esigue schiere dello sfortunato Corradino di Svevia, la situazione politica in Italia soffrì uno di quei capovolgimenti non infrequenti nell’epoca. A Firenze il ghibellino Guido Novello fu cacciato a furor di popolo, gli sbanditi guelfi tornarono nella loro terra e il potere continuò a concentrarsi nelle mani dei grandi -per grandi o magnati non si intendeva soltanto la nobiltà cavalleresca, ma anche il cosiddetto popolo grasso che, grazie al potere economico, con essa s’imparentava dividendone i privilegi e molti dei suoi membri si armavano cavalieri. Gli Ordinamenti colpivano le casate in cui c’era anche un solo cavaliere-. I cambiamenti negli Statuti operati dal Primo Popolo, oltre a innalzare gli iscritti alle Arti maggiori socialmente e politicamente a livello dei nobili, non avevano avuto altre conseguenze. Firenze continuava a essere periodicamente scossa dalle sanguinose faide tra consorterie che trasformavano vie e piazze in altrettanti campi di battaglia, impedendo il normale svolgimento della vita cittadina, con grande danno per il commercio e l’artigianato. La violenza dei grandi non si esauriva nelle lotte intestine e si scagliava impunita sul popolo minuto, esposto a ogni genere di angherie. Per mettere freno a questo stato di cose, i cui effetti negativi si facevano sentire anche sul terreno economico, nel gennaio 1293 -1292 dall’Incarnazione- furono emanati gli Ordinamenti di Giustizia che limitavano lo strapotere dei grandi ma, soltanto con il priorato di cui faceva parte Giano della Bella queste limitazioni si estesero fin quasi a sfiorare l’ingiustizia.

  Giano -“antico e nobile popolano e ricco e possente….” Così lo descrive Giovanni Villani nel libro ottavo delle sue Croniche-, nonostante le sue origini, si fece rappresentante e capo del popolo minuto. Con il termine popolo minuto s’intendeva gli iscritti alle Arti minori che in quel momento premevano per entrare con pieni diritti nella vita pubblica. Questo “tradimento” alla propria classe valse a Giano il sospetto e anche l’inimicizia di quella parte del popolo grasso che, per non avere cavalieri nelle sue casate, non era colpita dalle nuove leggi.

  I nuovi Ordinamenti punivano duramente ogni violenza commessa dai grandi nei confronti dei popolani e del misfatto compiuto da un solo membro doveva rispondere l’intera consorteria. Le pene, a carico dei grandi, per i delitti comuni si raddoppiavano e per essere condannati bastava come prova la dichiarazione di due testimoni di pubblica voce e fama; si toglieva in questo modo all’imputato ogni possibilità di difesa e non è difficile immaginare gli eccessi che una tale disposizione autorizzava, soprattutto nel clima di faziosità vendicativa in cui si viveva. Ai grandi veniva inoltre vietato l’accesso a qualsiasi funzione amministrativa e di governo, pure nel caso non raro che esercitassero un’arte. Per eseguire le sentenze contro i grandi, si nominò un gonfaloniere di giustizia che, allo stesso modo dei priori, cambiava ogni due mesi e  rappresentava di volta in volta un diverso sestiere della città; il gonfalone di giustizia portava croce vermiglia in campo bianco. Il gonfaloniere contava su una milizia di mille fanti, scelti in tutti i sestieri e organizzati per contrada in corpi di cinquanta uomini armati, ogni gruppo sotto la propria bandiera e portando una croce sulla soprasberga3 e sullo scudo. Questa milizia fu in seguito raddoppiata per ben due volte, fino a raggiungere quattromila uomini. Il primo gonfaloniere fu Baldo Ruffoli del sesto di Porta al Duomo e la prima consorteria a vedere le sue case distrutte in virtù dei nuovi Ordinamenti, fu quella dei Galligai4 di Por Santa Maria: un loro parente aveva ucciso, nel corso di una rissa, un figlio del mercante Ugolino Benivieni, nel regno di Francia. Il fatto è riportato nella sua Cronaca da Dino Compagni che al tempo era gonfaloniere e, in tale qualità, portò il gonfalone con la croce vermiglia davanti alle case da abbattere. La distruzione ebbe luogo tra il giugno e l’agosto 1293, periodo in cui il Compagni occupò la carica di gonfaloniere per il sesto di Borgo.

  A rendere possibile l’emanazione degli Ordinamenti furono le faide che in quel momento dividevano le casate magnatizie.  Come racconta il Villani c’era guerra tra gli Adimari e i Tosinghi, i Rossi e i Tornaquinci, i Bardi e i Mozzi, Gherardini e Manieri, Buondelmonti e Cavalcanti, per citare soltanto alcuni nomi dei contendenti, tratti da una lunga lista.  I grandi, la cui potenza si disperdeva nei molti conflitti privati, non furono in grado di impedire la promulgazione di una legge che tanto li danneggiava; senza queste lotte faziose, difficilmente gli Ordinamenti di Giustizia avrebbero visto la luce.

  L’applicazione della legge consentì si perpetuassero molti eccessi -come lo stesso Dino Compagni, amico e sostenitore di Giano, è costretto ad ammettere-. Gli esecutori per timore del popolo minuto   esageravano nell’applicazione delle pene: incriminato voleva dire condannato. Non poche devono essere state le vendette personali compiute sotto la maschera della giustizia; lo stesso Giano, a torto o a ragione, veniva accusato di approfittare della legge da lui auspicata per punire i propri nemici. Firenze, caduta in un clima di perenne sospetto, vedeva crollare davanti all’implacabile gonfaloniere di giustizia le sue più belle dimore; nel caso dei Buondelmonti, unico del genere riportato dalle cronache, il Comune fu costretto a risarcire la casata per l’ingiusto abbattimento delle sue proprietà.

  Il popolo minuto, capeggiato da Giano, da suo fratello Taldo e da altri mercanti che li appoggiavano, per più di due anni, dettò legge nel Comune; i grandi reagirono appianando le controversie, unendosi e congiurando contro Giano; intanto, quella parte di popolo grasso non toccata dalla legge, stava a guardare, cercando di trarre il maggior profitto dalla congiuntura e pronta a intervenire  non appena sentisse minacciati i propri interessi.

  Dino Compagni descrive Giano della Bella come uomo virile e di grande animo, ma lo ritiene anche più ardito che savio. La congiura dei magnati, che in un primo momento aveva deciso di ucciderlo, decisione poi abbandonata per timore della reazione popolare, seppe bene sfruttare questi tratti ardimentosi e alquanto ingenui nel carattere del paladino delle arti minori. Per sconfiggere Giano e riconquistare gli antichi privilegi, era indispensabile dividerlo dalla fonte del suo potere: il popolo minuto. Con quest’obiettivo, i cavalieri stabilirono, saggiamente, di lasciare la spada nel fodero che in quel momento, lungi dal dividere, avrebbe unito con più forza e misero mano a un’altra arma, indegna di un cavaliere, ma molto più efficace: la diceria.

  Infiltrarono uomini tra gli accoliti di Giano e, approfittando della sua ardente sete di giustizia, accusavano i beccai di alzare ingiustificatamente il prezzo della carne o i giudici di allungare  interessatamente il corso della giustizia e quando Giano tuonava chiedendo leggi che impedissero tali abusi, correvano dagli interessati a raccontare che Giano voleva leggi contro di loro; finivano la loro opera spargendo la voce, tra il popolo minuto, che i beccai volevano alzare i prezzi, violando la legge e appoggiati da Giano.

  La città cadde in uno stato di perenne diffidenza, di rancore e insicurezza, alimentato dai congiurati che non disdegnavano mezzo che aumentasse la tensione. In questo clima esasperato il Consiglio dei Cento convocò un’assemblea di quattordici popolani prestigiosi, tra questi Giano della Bella, per redigere lo Statuto per l’anno venturo. L’assemblea si riuniva nel convento degli Umiliati di Ognissanti; molti dei loro membri partecipavano alla congiura dei grandi e per loro auspicio si propose di includere nel nuovo Statuto un’ambigua disposizione in merito alla quale si sarebbe ritenuto nemico, ogni città o castello che accogliesse gli sbanditi fiorentini. Niente poteva essere meno gradito al popolo minuto di una tale disposizione, memore dell’inutile e onerosa guerra contro Pisa, da non molto conclusa. I congiurati confidavano nel poco accorto radicalismo di Giano che lo avrebbe spinto ad appoggiare la proposta, loro si sarebbero in seguito incaricati di dargli la paternità di una disposizione tanto inopportuna. Avvisato da Dino Compagni del tranello, Giano andò su tutte le furie, minacciò di morte i congiurati e, insieme ai suoi sostenitori, si ritirò lasciando l’assemblea in mano agli avversari. Il paziente lavoro sotterraneo dei magnati cominciava a dare frutti e da lì a non molto i fatti lo avrebbero dimostrato.

  Nel dicembre del 1294, Corso Donati, l’eroe di Campaldino e uno dei più compiuti rappresentanti dei grandi, con alcuni dei suoi uomini, assalì messer Simone Galastrone, suo parente e consorte. Nella mischia fu ucciso un famiglio del Galastrone ed entrambi i contendenti sporsero denuncia al podestà accusandosi a vicenda. Mancavano pochi giorni perché l’allora podestà, messer Pino Vernacci da Cremona, terminasse il suo mandato e decise di lasciare al suo successore, messer Giovanni di Lucio da Como, l’onere di districare la complicata vicenda. Nel frattempo Corso, seguendo una sua inveterata consuetudine, aveva corrotto un giudice che presentò al nuovo podestà una versione capovolta dei fatti.  Messer Giovanni di Lucio, in assoluta buona fede, assolse Corso e condannò il Galastrone a morte e alla confisca dei beni. L’intera città sapeva come erano andate le cose e una così clamorosa ingiustizia a beneficio dell’odiato, ammirato e temuto Corso Donati -che tutti chiamavano “il barone” e la sua casata “malefame”- diede origine a una furiosa reazione popolare. La turba capeggiata da Taldo della Bella corse in armi al palazzo podestarile urlando giustizia e, nell’impossibilità di forzarle, appiccò il fuoco alle porte. Giano si recò precipitosamente a cavallo convinto di poter sedare la sommossa e salvare il podestà, che nel frattempo era fuggito con la moglie da una porta secondaria, ma i rivoltosi gli voltarono le lance contro e dovette allontanarsi.

  Quella parte del popolo grasso che non si era ancora schierata contro Giano, capì che ormai il popolo minuto sfuggiva a ogni autorità e diventava incontrollabile e si decise a dare tutto l’appoggio ai nemici del della Bella.

  Un’altra causa della presa di posizione contro Giano da chi fino allora si era mantenuto neutrale o lo aveva appoggiato, va ricercata nel suo tentativo di confiscare il patrimonio alla Parte Guelfa a beneficio del Comune e di toglierle il sigillo con l’arme, concesso da Papa Clemente IV, che la Parte usava per sigillare i documenti come se fosse un comune o un re. La Parte guelfa era il fulcro del potere magnatizio e la sua enorme influenza politica poggiava sulle sue ingenti ricchezze accumulate con i beni confiscati ai ghibellini, uccisi o sbanditi, fin dall’epoca della calata in Italia di Carlo d’Angiò. Colpire la Parte Guelfa significava colpire al cuore il potere dei grandi, ma anche alienarsi il favore della maggioranza dei fiorentini che in essa vedevano l’emblema della propria identità politica e della propria ubicazione nel conflitto che da anni divideva la città e il resto del paese.

  Accanto a Giano erano rimasti pochi fedelissimi e non fu in grado di condizionare la scelta dei priori che si insediarono il 15 febbraio 1295 -1294 dall’Incarnazione- come faceva da due anni. Il primo a essere eletto fu Lippo dei Velluti, esponente di una potente casata mercantile di Oltrarno, acerrimo nemico del della Bella come il resto dei priori che furono eletti in seguito. Pochi giorni dopo Giano fu chiamato dai priori, d’accordo con il podestà, a rispondere dei tumulti di gennaio, nonostante, lungi dal provocarli, avesse tentato invano di sedarli. Il popolo minuto reagì andando a casa di Giano disposto a difenderlo con le armi e seguì Taldo della Bella che portò il gonfalone del popolo a Or San Michele. Giano, di fronte al pericolo di scatenare una guerra civile dall’esito incerto e temendo per la propria persona, lasciò Firenze il 5 marzo. Si trasferì in Francia dove lavorò nella compagnia dei Pazzi fino alla morte. Dopo la sua partenza, il Comune lo condannò al bando e alla confisca dei beni, insieme ai suoi sostenitori.

  Finì così la vicenda di un uomo che, nonostante la sua nascita, si era fatto paladino dei più deboli che, grazie alla sua guida, per la prima volta riuscirono a far valere i propri diritti e a far sentire la loro presenza nel governo del Comune. Dopo la caduta di Giano il popolo minuto perdette le conquiste ottenute e il potere ritornò saldamente nelle mani dei grandi.

Gladis Alicia Pereyra