Roma. La Pittura di un Impero

LA PITTURA DI UN IMPERO, AMMIRATA DA GOETHE E FELLINI

  La Mostra “Roma. La Pittura di un Impero” – in programma, fino al 17 gennaio 2010, alle Scuderie del Quirinale che festeggiano i primi dieci anni di attività con questo omaggio a Roma – ci riporta il fascino della pittura romana in un periodo compreso tra il II secolo a.C. e il IV secolo d.C., dalla formazione dell’Impero con le conquiste dei regni greco-ellenistici d’Oriente, dominati dai successori di Alessandro Magno, fino al suo tramonto. Quella pittura ammirata da Goethe e che Federico Fellini rievocava e rimpiangeva nel suo film-omaggio “Roma”, nella sequenza della costruzione della metropolitana: quando la luce invadeva le stanze gli affreschi scomparivano lentamente portandosi dietro il loro secreto custodito per secoli e secoli.

  Per l’occasione alle Scuderie del Quirinale di Roma sono esposti affreschi, a volte intere pareti, per dare un’idea dei sistemi compositivi, dipinti a tempera e ad encausto (cera fusa), su tavola, su lino o su vetro. Ma anche per trasportarci in un mondo rimasto ancora enigmatico e suggestivo.

  “La perdita della grande pittura greca nel suo complesso – si afferma nella brochure – non deve essere d’impedimento per conoscere ed apprezzare quanto di meglio è stato prodotto in età romana; è anzi l’occasione per esaminare più compiutamente le opere pittoriche superstiti cercando di riflettere sulle continuità formali. Era la pittura la forma artistica prediletta dai greci, ancora più della scultura: eppure, di essa si è preservato pochissimo”. Del tutto perdute sono invece le opere dei rimpianti maestri greci (Polignoto, Parrasio, Zeusi, Apelle), di un livello così alto da essere apprezzate anche a Roma e pagate allora autentiche fortune. Anche dei più famosi pittori romani sono rimaste solo labili tracce. Di pochi di essi conosciamo i nomi: Studius (o Ludius) esperto nella pittura di paesaggi (che nella pittura rinascimentale diventeranno solo sfondo), e Fabullus (o Famulus), autore della decorazione pittorica della Domus Aurea di Nerone.

  Nonostante questo, la ricca documentazione romana superstite, soprattutto a carattere decorativo, ma non priva di altissimi picchi, ci permette in questo modo di avere un quadro abbastanza preciso sull’evoluzione dell’arte pittorica dalla Grecia a Roma. Colori in tutte le loro sfumature (dai toni più vivaci a quelli pastello, a volte trasparenti, quasi e di più dell’acquarello), ombre e luci, rapporto tra figura umana e paesaggio, tecniche pittoriche che passano da una resa grafica e precisa di tutti i dettagli ad una tecnica più veloce, a “macchia”  (chiamata anche “compendiaria”), capace di raggiungere con poche e rapide pennellate un effetto quasi “impressionistico”: sono i risultati finali – i soli meglio conosciuti grazie alle scoperte di Pompei, di Ercolano, di Stabia, di Roma stessa, e dell’Egitto con i magnifici ritratti detti El Fayyum (reduci di un’altra sorprendente mostra di qualche anno fa) – di una cultura artistica che si evolve nel tempo senza soluzione di continuità, e senza perdere il contatto con i grandi maestri del passato.

  Gli sfondi delle pareti delle lussuose ville romane erano spesso monocromatici, con una predilezione per il bianco, il giallo, l’azzurro, il nero ed il rosso. Il mondo antico era un mondo a colori, possiamo azzardare a dire in Technicolor. Colori brillanti e accesi, che risplendevano sulle pareti delle case, sulle facciate delle tombe, all’interno dei templi e degli edifici pubblici, persino sulle statue in marmo o bronzo. Il mondo in calcare e marmi bianchi e lucenti che noi immaginiamo pensando all’antichità non è mai esistito realmente, perché è stato ‘spogliato’ dal tempo e così rimandato da generazione in generazione.

  “Prevale nella decorazione delle case romane – si legge nella presentazione – la rappresentazione di un mondo di sogno. E’ come se ogni romano, a seconda delle sue ricchezze, tentasse di riprodurre entro le sue residenze il lusso dei palazzi dei principi d’Oriente, o meglio, delle dimore degli dei. Paesaggi fantastici, costruiti utilizzando ‘schemi tipo’, cioè temi di repertorio mutuati dalla tradizione greca e inseriti di volta in volta entro nuovi contesti con un felice senso per originali contaminazioni; nature morte che riproducono le vivande preferite durante i banchetti dell’aristocrazia; scene mitologiche tra le quali prevalgono figure aeree e prive di peso, librate nell’aria e realizzate quasi nella stessa serena essenza dell’aria: è questo ambiente fantastico e irreale che finisce con il creare uno stile autenticamente ‘romano’, in quanto romane sono la committenza e l’ideologia di fondo”.

  Le opere esposte, provenienti da musei e collezioni italiani ed europei, sono state suddivise in sezioni in base a criteri tematici e cronologici. Al primo piano, è prevalente un’ottica che privilegia i contesti decorativi: si possono così ammirare intere grandi pareti, con le loro decorazioni scandite da colonne, pilastri, cariatidi, della Villa Farnesiana a Roma e di quella di Boscotrecase a Pompei, per la prima volta fianco a fianco. I lavori provenienti da due grandi ville databili alla prima età imperiale. Proprio per queste decorazioni, giustamente, è stato fatto il nome di Studius, il grande pittore di paesaggi fantastici noto attraverso il trattato di storia naturale di Plinio il Vecchio. I singoli “quadri” tematici sono qui visibili nel più ampio campo delle pareti entro le quali erano a quei tempi inserite.

  Al secondo piano, prevale invece un punto di vista strettamente tematico, in cui i soggetti sono del tutto estrapolati dai loro sistemi decorativi. E’ possibile esaminare così, con maggiore precisione, scene mitologiche, paesaggi, nature morte, scene di vita quotidiana, senza che l’occhio sia condizionato dal sistema parietale entro cui in origine erano inserite. Si possono ammirare, dunque, le immagini mitologiche, di Polifemo, Galatea, Zefiro, Venere e le Tre Grazie.

  Chiude questo ‘viaggio nell’Impero Romano’, la sezione interamente dedicata al repertorio ritrattistica, dove è possibile ammirare l’altissimo livello raggiunto in pittura dal ritratto romano, e in alcuni casi, forse, ancora più che in scultura: dai magnifici esemplari pompeiani, ai malinconici ed espressivi volti su legno o lino del Fayyum, fino agli splendidi ritratti dorati su vetro di età tardo antica, considerati tra i più alti raggiungimenti dell’arte di età romana.

  Circa cento opere di straordinaria eleganza e raffinatezza organizzate in cinque diverse sezioni, per ricostruire, quindi, la complessità di una scuola figurativa da cui deriva lo sviluppo dei generi pittorici moderni a partire da Botticelli e Raffaello, solo per citare due grandi maestri. Tutti prestiti provenienti dai più importanti siti archeologici e musei del mondo, tra cui il Louvre di Parigi, il British Museum di Londra, i musei archeologici di Monaco, Francoforte, Zurigo ma anche il Museo Archeologico di Napoli, gli Scavi di Pompei, il Museo Nazionale Romano, i Musei Vaticani e i Musei Capitolini di Roma, musei famosi e molto frequentati in cui a volte, però, le singole opere possono perdersi, passare inosservate.

  L’importanza della mostra risiede, infatti, nel ‘rivelare’ pezzi magnifici e famosi, mettendoli  sotto una luce di interpretazione del tutto nuova e allestite in una scenografia ideata dal grande regista Luca Ronconi che torna (con Margherita Palli), ancora una volta, a curare l’allestimento di una grande mostra.

  “Roma. La pittura di un Impero” è stata curata da Eugenio La Rocca, Serena Ensoli, Stefano Tortorella e Massimiliano Papini

José de Arcangelo

 

Orari: da domenica a giovedì 10.00-20.00; venerdi e sabato 10.00-22.30

Prezzi: Intero €10; Ridotto € 7,50