Vsevolod Pudovkin

Nato a Penza nel 1893, il regista sovietico Vsevolod Pudovkin era figlio – secondo lui stesso – di un uomo di estrazione contadina piuttosto che piccolo-borghese, che da commesso passò a commesso viaggiatore portandolo con sé a Mosca nel 1897. Qui il giovanissimo Vsevolod frequentò il liceo e poi l’università, nella sezione scienze naturali, facoltà di matematica e fisica. Ingegnere chimico, quindi, poi musicista, infine attore dilettante, il giovane Pudovkin partecipa ad un film sulla carestia nella regione del Volga.

Nel 1922 entra a far parte dello studio Kulesov come sceneggiatore ed attore, quindi, esordisce nella regia firmando il documentario scientifico “La meccanica del cervello” e realizzando, subito dopo, un film comico, “La febbre degli scacchi”.

Però è del 1926 la sua vera opera prima-capolavoro “La madre” (Mat), adattamento cinematografico del celebre romanzo omonimo di Maksim Gorkij.

I suoi film però sono opere lungamente elaborate. La sceneggiatura condiziona e determina il montaggio che è di una perfezione magistrale. Infatti, con il suo primo film, Pudovkin supera il suo maestro Kulesov. Introduce, intreccia e sviluppa due o tre temi con una precisione matematica del contrappunto, che non diventa mai fredda meccanica perché guidata dall’amore dell’uomo.

Moussinac, paragonandolo con il celebre collega, diceva: “Mentre un film di Eisenstein è un grido, quelli di Pudovkin sono canti modulati e avvincenti”. E gli oggetti nei suoi film sono protagonisti e non semplici accessori. Possono assumere un significato simbolico ma, al contrario di quello che accade nel Kammerspiel tedesco dove erano l’immagine della fatalità, in Pudovkin l’oggetto tipico “è il sasso che i prigionieri politici raccolgono per trasformarlo in arma”.

Poi, la molteplicità di luoghi è quasi costante e questo gli permette di portare alle masse (il pubblico) un caso tipico (ma non individuale) e per intrecciare e combinare metaforicamente i suoi temi preferiti.

L’analisi psicologica si collega strettamente con l’ambiente come, per esempio, i sobborghi ne “La madre”, la borsa e i quartieri operai in “La fine di San Pietroburgo”. Il fatto che ci siano dei punti in comune tra Eisenstein e Pudovkin non vuol dire che non siano due registi essenzialmente diversi e quasi in opposizione su punti fondamentali dei loro stili.

L’intera opera di uno dei tre grandi maestri del cinema sovietico – con Eisenstein e Dovzenko – è, comunque, vasta ma quella più importante è senz’altro la trilogia di capolavori “La madre”, “La fine di San Pietroburgo” e “Tempesta sull’Asia” (L’erede di Genghis Khan).

Successivamente, il maestro riprende a fare l’attore in film altrui (da “Il cadavere vivente” di Ozep, da Tolstoi, a “La Nuova Babilonia” di Kozintzev e Trauberg), il co-regista di Doller e firma ancora qualche opera da solo. Ma poi riprende la strada della co-regia sempre con Doller, dopo con Vasiliev e, infine, con Jutkevic.

Nel 1953 realizza “Il ritorno di Vasili Bortnikov”, però il film seppur ambizioso – come quelli precedenti – non riesce a raggiungere la forza drammatica e la grandezza visiva della celebre trilogia, nemmeno nel contenuto o nella forma, anche se le sue sono sempre pellicole di elevata qualità estetica. Opere di un vero artista del grande schermo.

Pudovkin è stato anche un ‘teorico’ del cinema come arte attraverso i suoi scritti, che non sono (solo) una serie di consigli pratici e tecnici, ma la postulazione di validi principi estetici. E sono stati pubblicati anche in Italia (a cura di Umberto Barbaro) col titolo “La settima arte”, appunto, da Editori Riuniti nel 1961 e, in seconda edizione, nel 1974.

“Eliminate le circostanze generiche e accidentali – scriveva -, l’apparire sullo schermo di un particolare, colto in profondità, ottiene e raggiunge nel film il più alto grado di espressività. Il film toglie allo spettatore tutto il lavoro di selezione e di eliminazione, dal campo visivo del superfluo per mostrargli solo quello che è essenziale, privo di qualsiasi cornice. Quest’eliminazione risparmia le forze dello spettatore e porta a conseguire la massima esattezza ed efficacia”.

Ma non solo, Pudovkin ha studiato ed analizzato nei minimi particolari la sceneggiatura, il montaggio, il lavoro degli attori (tipi, caratteri e anche i piani), il suono e l’immagine, e il suo stesso lavoro di regista. Tutto per sostenere, argomentandolo con la sua intera opera, che il cinema è veramente l’indiscussa ‘settima arte’.

José de Arcangelo

FILMOGRAFIA

1925 La febbre degli scacchi (co-regia N. Scpikovski)

1926 La meccanica del cervello (Il meccanismo del cervello);

Mat (La madre)

1927 La fine di San Pietroburgo

1928 Tempeste sull’Asia – L’erede di Genghis Khan

1929 Il cadavere vivente (Germania) di Fedor Ozep (solo attore)

1932 Un caso semplice (co-regia con M. Doller)

1933 Il disertore

1938 Vittoria (co-regia con M. Doller)

1939 Minin i Pogiarsky (co-regia con Doller)

1940 Venti anni di cinema (doc. di montaggio)

1941 Suvorov; Festa a Zirmunhe (co-regia con M. Doller)

1942 Gli assassini scendono per strada (mai distribuito)

1943 In nome della patria (co-regia con Vasiliev)

1947 Admiral Nakimov (co-regia con Tanic)

1950 Tre incontri (co-regia con Jutkevic e Ptushko)

1951 Zibprskju (co-regia con Vasiliev)

1953 Il ritorno di Vasili Bortnikov