Henri-Georges Clouzot

Etichettato subito come specialista del poliziesco, anzi del noir visto che era francese – nato a Niort il 20 novembre 1907 -, Henri-Georges Clouzot è stato uno degli autori (avendo iniziato come sceneggiatore continuò a farlo anche per i suoi film) più volte innalzato e poi spodestato dalla critica, forse per il suo cinema troppo estetizzante, a volte “diabolico” – parafrasando uno dei suoi thriller più celebri e inquietanti, “I diabolici” appunto  -, ma caratterizzato da una ricerca delle atmosfere e da un’indagine sui sentimenti.

Uno dei suoi scrittori preferiti era il belga Stanislas André Steeman che, dopo aver ispirato la sua opera prima “L’assassin habite au 21” (L’assassino abita al 21, 1941), è stato fonte per “Quai des Orfèvres” (Legittima difesa, 1947), considerato il suo film migliore, assieme a “Le Corbeau” (Il corvo, 1943) nel quale sposta l’indagine ambientale nel mondo della giustizia.

“L’assassino abita al 21” è incentrato sull’investigatore Wens, interpretato dal mitico Pierre Fresnay, alle prese con un misterioso caso da risolvere. Un discreto “noir” che preannunciava le successive ricerche dell’autore: le immagini tra luce e ombra e il “montaggio degli scontri”, come lui stesso amava chiamarlo. Cinema di contrasti, bianco e nero, bene e male, ma anche di sfumature tante quante sono quelle dell’animo umano.

“Legittima difesa” è interessante, anzi particolare, perché in esso sono presenti i temi che il regista svilupperà nelle sue opere successive: la morte e l’amore, il secondo come causa della prima, ovviamente. Eros e Thanatos, un tema non nuovo, quindi, ma che offre l’occasione di una vera ‘indagine’ prima sentimentale poi psicologica e infine poliziesca.

La trama, infatti, può sembrare banale ma raccontata da un maestro del cinema nero francese non lo è mai del tutto. Maurice sa che la moglie lo tradisce e vuole uccidere il rivale, ma lo trova già morto. Fugge. Un’amica poi lo convince che è stata proprio sua moglie ad ucciderlo ma un commissario riuscirà, alla fine, a scoprire chi è il vero assassino. Il commissario è interpretato da Louis Jouvet, uno degli attori più bravi e prolifici del periodo, anche e soprattutto in palcoscenico.

La pellicola si svolge in ambienti popolari com’era abitudine in quelli anni nel cinema francese, solo che in questo caso lo sfondo sociale è un pretesto, fa parte della scenografia, è la cornice insomma. L’uso della suspense, tanto caro a Clouzot, serve invece per affrontare l’intreccio poliziesco. Quello che conta per il regista è il racconto morale, la indagine psicologica dei personaggi, il thriller dei sentimenti e della passione: ognuno di noi può essere colpevole di omicidio anche se solo lo pensa e non lo commette veramente. E l’amore è spesso la molla che può scatenare la violenza inaudita, così come possono diventare belle le cose più brutte. Nel film anche l’allora giovanissimo Bernard Blier nel ruolo del marito tradito, diventato popolarissimo anche dai noi quando era ormai anziano, soprattutto per la sua partecipazione a commedie come “Amici miei”.

Nel 1948 Clouzot firma una versione contemporanea del classico della letteratura “Manon Lescaut” dell’abate Prévost, che allora fece scalpore, e non solo in patria. Un melodramma fra romanticismo lirico e noir dell’anima che vinse il Leone d’oro a Venezia 1949. Non a caso si tratta di una storia d’amore oltre ogni limite.

Ma, come si dice, il tempo è stato galantuomo con questo grande autore del cinema mondiale, lo dimostra il fatto che due sue pellicole, anzi due suoi capolavori, sono stati rifatti a Hollywood negli ultimi trent’anni (“Vite vendute” che ha recuperato in Italia il titolo dell’originale “Il salario della paura”, firmato William Friedkin 1977, e “Diabolique” di Jeremiah Chechik con il trio Isabelle Adjani-Sharon Stone-Chazz Palminteri, 1996); mentre il maestro Claude Chabrol nel 1993 ha recuperato una sua sceneggiatura, di un film abbandonato per problemi di salute prima del protagonista poi del regista stesso, per quel thriller sull’amore che è “L’enfer – L’inferno”.

Ora il lungometraggio rimasto incompiuto è stato presentato al Festival di Cannes 2009, nell’ambito di Cannes-Classics in una versione restaurata e completata, utilizzando provini e scene tagliate, da Serge Bromberg e Ruxandra Medrea. L’omaggio si è esteso anche alla protagonista, la rimpianta Romy Schneider, a cui il regista aveva dedicato una serie di sequenze ora oniriche ora realistiche di grande suggestione e bellezza.

E infatti “Vite vendute” (1953), dal romanzo di Georges Arnaud, e “I diabolici” (1955), dal libro dei celebri Pierre Boileau e Thomas Narcejac, sono i due film che ancora mantengono intatto il loro fascino, la loro suggestione e la loro magistrale perfezione. L’ambiguità dei rapporti umani e l’enigmatica attività della mente (e/o dell’anima), che tutto rielabora e reinventa attraverso la psiche. E l’imprevedibilità dei fatti.

Dopo “I diabolici” e prima di “La verità”, il regista adatta (con Jérome Geronimi) un romanzo di Egon Hostovski per “Le spie” (1957). Una spy story dalle atmosfere kafkiane, fra manierismo e grottesco, non del tutto riuscita ma sempre interessante. Anche perché per Clouzot l’indagine, la narrazione e la ricerca stilistica vanno avanti sempre parallelamente.

“La verità” (1960), invece, ha per protagonista il sex symbol Brigitte Bardot – allora all’apice della sua bellezza e della sua sensualità ‑ per la prima volta in un ruolo di vittima predestinata, anche se considerata carnefice dal generale linciaggio morale che ne subisce. Infatti, il film –  premio Oscar per il miglior film straniero – narra le vicende di una ragazza libera e spregiudicata che viene processata perché accusata dell’omicidio dell’amante. Finirà per suicidarsi prima del verdetto.

Un melodramma freddo diviso tra ricerca stilistica ed esigenze di mercato che non convince pienamente, anche quando offre una delle migliori interpretazioni della mitica BB. Già perché l’autore era un grande regista di attori e ha sempre lavorato con i migliori interpreti francesi, dalla stessa moglie Vera Clouzot (purtroppo morta prematuramente) e Simone Signoret, entrambe intense e inimitabili nei “Diabolici”, a Yves Montand che si affermò definitivamente con “Vite vendute”.

Il regista, se successivamente non portò a termine “L’inferno”, riprese a lavorare, realizzando nel 1968, “La prigioniera”, ancora un gelido dramma sulla sessualità nella società dell’alienazione e dei consumi (allora alla ‘preistoria’). Un’opera che è – visivamente – ispirata all’arte ottico-cinetica di Vasarely e ottimamente fotografata da Andreas Winding – e resta come uno dei più alti esempi della sperimentazione dell’autore, spesso accusato da ‘accademismo’ dalla stessa Nouvelle Vague.

Clouzot, ormai lontano dal cinema da un decennio ma non dimenticato – anzi allora spesso ricordato -, morì a Parigi il 12 gennaio 1977.

 

FILMOGRAFIA

1931 La Terreur des Batignolles (cm.)

1933 Caprice de princesse (co-regia Karl Hartl) ; Tou pour l’amour (co-regia Joe May)

1942 L’assassino abita al 21 (L’assassin habite au 21)

1943 Il corvo (Le corbeau)

1947 Legittima difesa (Quai des Orfèvres)

1948 Manon

1949 Ritorna la vita (co-regia Georges Lampin, André Cayatte)

1950 Voyage en Brésil (incompiuto); Un marito per mia madre (Miquette)

1953 Vite vendute (Le salaire de la peur)

1955 I diabolici (Les diaboliques)

1957 Le spie (Les spions)

1960 La verità (La verité)

1964 L’enfer (incompiuto)

1967 Messa da Requiem von Giuseppe Verdi (direttore Herbert von Karajan, con Luciano Pavarotti)

1968 La prigioniera (La prisonnière)