Alexandr Dovzenko

Maestro di scuola, addetto d’ambasciata, caricaturista, e infine sceneggiatore, il grande regista sovietico Aleksandr Dovzenko – nato a Sosnitsa (Chernigov) l’11 settembre 1894 – esordisce nella regia nel 1926 con “I frutti dell’amore”, un breve film decisamente comico che mette alla berlina alcuni aspetti della piccola borghesia, subito dopo il dramma “Vasya il riformatore”; e nel 1927 firma, invece, un dramma poliziesco intitolato “La valigia diplomatica”. Ma la sua vera e propria opera prima è “Zvenigora” del 1928, definita dai colleghi Eisenstein e Pudovkin come la rivelazione di “una forza nuova”.

Un film che mostrava – con quello che diverrà l’inimitabile stile dell’autore, ovvero con particolari e primi piani che rasentano la poesia cinematografica -, vari episodi di vita ucraina, dall’epoca degli sciiti alla società contemporanea, ovvero il secolo scorso, gli anni Trenta del Novecento per la precisione. Un grande poema dedicato all’Ucraina e alla nuova nazione socialista che, allora, doveva affrontare il problema dell’ingombrante passato, la vecchia mentalità e anche i sabotatori. “Zvenigora” è un paesino ucraino dove un vecchio conserva un tesoro degli sciiti per parecchi anni e, nel frattempo, evoca i tempi della guerra civile.

Nel 1929 firma – il cult dei cinefili impegnati degli anni Settanta – “Arsenale”, film appassionato e poetico che narra episodi della guerra del 1914, dei suoi orrori e della miseria nelle campagne. Al centro della vicenda si trovano i contadini di fronte all’isterismo nazionalista, ma soprattutto la confusione dei combattimenti e la reazione ai borghesi, con uno sciopero degli operai dell’arsenale. La borghesia è preoccupata e “i bianchi” intervengono per reprimere i manifestanti. Un’opera in raro equilibrio tra poesia e politica, tra storia e cinema.

In “Zemlja” (La Terra, 1930), un altro capolavoro – se non il suo capolavoro in assoluto -, Dovzenko ricorre ai tre grandi temi del lirismo: l’amore, la morte e la natura inesauribilmente feconda. Il tema era quello della collettivizzazione della terra, le lotte e le difficoltà per raggiungerla, argomento che già aveva tentato di affrontare l’illustre collega Eisenstein in “La linea generale”. Ma se l’ambiente era estraneo ad Eisenstein, non lo era affatto per Dovzenko che riesce a dipingere un grande quadro, emozionante e commovente per la sua sincerità, la sua passione e la sua poesia: la terra arata sotto grandi cieli nuvolosi, il grano ondeggiante, i meli sotto la pioggia, i girasoli. Ma anche i corpi umani – c’è uno dei nudi femminili più belli e ‘naturali’ della storia del cinema -, i suoi particolari, l’effetto di raro lirismo che dona ad essi la luce e l’acqua. Protagonista principale è la natura, ovviamente, presente fin dal titolo ed in ogni inquadratura: gli alberi carichi di frutti, la campagna, la pioggia, ma anche le masse più che i singoli personaggi – che non mancano – e, tra l’altro, interpretati in gran parte da attori non professionisti.

Non a caso il suo cinema aprì una nuova strada nel cinema mondiale influenzando i giovani registi, soprattutto in Francia e Inghilterra, e principalmente quelli della scuola documentaristica, che precedentemente avevano come riferimento il denominato ‘cine-occhio’ di Vertov, altro maestro del cinema sovietico.

E il suo ‘messaggio’ non era mai pessimistico, la morte è una tappa della vita; si lotta per un futuro migliore e, se si muore, altri continuano il lavoro. Insomma, la vita continua.

Nel 1932, l’autore realizza “Ivan” e nel 1935 “Aerograd”, ancora due film realistici che mostrano la lotta dei rivoluzionari, principalmente nell’Ucraina, la sua amata terra di origine. Durante la Seconda guerra mondiale, Dovzenko si dedica principalmente ai documentari. Infatti, nel 1940 firma “Liberazione” e nel 1943 “La battaglia per l’Ucraina Sovietica” come supervisore e co-regista. Ruolo che continuerà a ricoprire, anche come sceneggiatore e partner anche sul lavoro della moglie Julija Solnceva.

Aleksandr (Petrovich) Dovzenko muore il 25 novembre 1956, a soli sessant’anni. Ma, dato che era anche un instancabile sceneggiatore, le sue storie sono state portate sul grande schermo sovietico dalla moglie, fino ai tardi anni Sessanta, tra rifacimenti e storie inedite. E i suoi tre capolavori – “Zvenigora”, “Arsenale” e “La terra” – restano irraggiungibili. Vederli per crederci!

 

FILMOGRAFIA

1926 I frutti dell’amore (cm); Vasya il riformatore

1927 La valigia diplomatica

1928 Zvenigora

1929 Arsenale

1930 La terra

1932 Ivan

1935 Aerograd

1939 Bukovina, terra ucraina (doc., co-regia Julija Solnceva); Shchors (co-regia)

1940 Liberazione

1943 La battaglia per l’Ucraina Sovietica

1945 Strana Rodnaya (t.l. Terra sovietica); Pobeda na Pravoberezhnoi Ukraine

i izgnaniye nemetsikh zakhvatchicov za predeli Ukrainskih sovietskikh zemel

(t.l. Vittoria in Ucraina ed espulsione dei tedeschi dai confini dell’Ucraina

Sovietica; co-regia)

1948 Michurin

1949 Farewell, America

1956 Poema o more (Poema del mare, finito dalla moglie co-regista nel 1959)