Alberto Lattuada

Alberto Lattuada l’ultimo dei “calligrafici”, uno dei pochi – se non l’unico – registi italiani rimasto fedele ad un cinema di passione e sentimenti. Non a quel sentimentalismo decadente di certi melodrammi vecchi e nuovi, ma a quello dei sentimenti con cui lotta e si dibatte l’uomo (e la donna) del Novecento, in una società sempre meno attenta agli affetti.

Nato a Milano il 13 novembre 1914, figlio del famoso compositore Felice Lattuada, il giovane Alberto si laurea in architettura e poi collabora con due riviste antifasciste, “Camminare” e “Corrente”, per approdare infine al cinema, prima come scenografo (“Cuore rivelatore” di Alberto Mondadori e Cesare Civita, 1933), poi come assistente per il colore (“Il museo dell’amore” di Mario Baffico, 1935). Dopo essere stato uno dei fondatori – con Mario Ferrari e Luigi Comencini – della prima cineteca italiana di Milano ed aver pubblicato il libro di fotografie “L’occhio quadrato”, Lattuada debutta come assistente alla regia in “La danza delle lancette” di Mario Baffico (1936) e come aiuto regista di Mario Soldati nel film “Piccolo mondo antico” (1940) e di Ferdinando M. Poggioli per “Sissignora” (1941). L’esordio come autore è, invece, con “Giacomo l’idealista” (1942), un film “invisibile” in Italia – almeno fino alle soglie del secondo millennio – perché non ne esisteva nemmeno una copia, mentre ne possedeva una la cineteca svizzera. Ora si può trovare in anche in dvd.

Tratto dal romanzo omonimo di Emilio De Marchi, “l’ultimo dei manzoniani”, il film è stato sceneggiato dal regista con Emilio Cecchi e Aldo Buzzi. Nella pellicola ci sono “alcuni segni che testimoniano – dice Filippo M. De Sanctis nella monografia dedicata all’autore (Guanda, 1961) – la presenza di un mondo contenutistico che si ritrova sotto diversi aspetti, in quasi tutto il lavoro di Lattuada”.

Naturalmente si tratta di un’opera prima, con pregi e difetti, che si segnala soprattutto per il gusto dei particolari (l’ambientazione ma anche l’atmosfera) e per il disegno dei personaggi. Come del resto in tutti i film del regista, da “Il bandito” (1946) fino a “La Cicala” (1980).

Un’altra caratteristica dell’opera di Lattuada, perciò spesso etichettata come “accademica”, è l’origine letteraria delle storie raccontate – ottima la trasposizione del “Cappotto” da Gogol, con Renato Rascel (1952) -, ma anche la descrizione – soprattutto a partire dagli anni Sessanta – del mondo adolescenziale femminile. Ma non solo.

Proprio per questa sua predilezione è stato definito il pigmalione delle attrici, perché spesso le ha scoperte e lanciate: dalla giovanissima Catherine Spaak (“I dolci inganni”) a Nastassja Kinski (“Così come sei”); da Jacqueline Sassard (“Guendalina”) a Clio Goldsmith (“La Cicala”).

Il suo primo, grande, successo di pubblico è stato “Il bandito”, un film che in Italia provocò grande commozione e con cui si guadagnò un’affrettata definizione di regista neorealista. Ma in realtà dall’intera opera di Lattuada vengono fuori due temi di fondo ricorrenti: “la ribellione contro l’ipocrisia e la morbidezza degli amori giovanili” (da “Il Cinema”).

Infatti, “Il bandito” è considerato il primo suo primo film neorealista, perché – scritto dal regista con Mino Caudana, Tullio Pinelli, Oreste Biancoli, Ettore M. Margadonna e Piero Tellini (già coautore del soggetto di “Quattro passi fra le nuvole” di Alessandro Blasetti), narra una tipica storia del dopoguerra come i grandi classici della più famosa scuola italiana. Un reduce alle prese con una realtà di vite troncate, miseria e piccola delinquenza.

Una tragedia eccezionale che diventa quotidiana, quella quotidianità che diede vita a una serie di film popolar-veristi e non sempre neorealisti a tutti gli effetti.

Un film diverso perché realizzato in un periodo diverso, quello del passaggio dalla guerra al dopoguerra. Un periodo particolare, segnato da contraddizioni e amarezze, da speranze e delusioni. In questo senso, l’opera – come altre dell’epoca – se non eguaglia i capolavori del neorealismo, fotografa un ambiente e dei personaggi allora di scottante attualità. Il ritorno e l’impossibilità di riadattamento alla vita civile di un ex prigioniero di guerra. La storia di una coppia di disperati, Ernesto e Lydia, piccoli capi di una banda di scalcinati fuorilegge. Un melodramma sociale, ma anche un film d’azione, allora rarissimi nel nostro cinema.

Presentato al festival di Cannes, “apparve a certuni un po’ forzato nei suoi accenni drammatici, ma fu salutato nel complesso dalla critica come un’opera di notevole rilievo e Georges Sadoul, l’autorevolissimo critico francese, ebbe a scrivere ch’esso era rivelatore d’un temperamento, di un paese, di un’epoca e d’una scuola di stile nuovo” (da Diorama, Milano, 1962).

E, a proposito degli attacchi di cui fu oggetto, lo stesso autore, in un’intervista con Laura Ballio, sull’Europeo del 26-12-87, dichiarava: “Non rinnego nulla dei miei film, delle mie scelte, della mia vita. Ma io storie impegnate le ho raccontate sempre. Vogliamo ricordare ‘Il bandito’, con Amedeo Nazzari e Anna Magnani? Era il 1946. Oppure parliamo del ‘Mafioso’, del 1962. E il pacifista ‘Fraulein Doktor’? Ho sempre fatto quello che ho voluto, film sull’adolescenza e sull’amore e storie serie. Ma siccome i critici amano etichettare tutto, a me hanno appiccicato la targhetta del talent-scout”.

Già come dicevamo, negli ultimi trent’anni della sua carriera, è stato considerato il nostro “regista delle donne”, anzi delle ragazze, quello che ha scoperto (o riscoperto) attrici come Marina Berti, Giovanna Ralli, Carla Gravina, Valeria Moriconi, fino a Barbara De Rossi. Restano, in questo versante, indimenticabili film come il mitico “Anna” (1952) con Silvana Mangano, “La spiaggia” (1954) con Martine Carol, fino a “Lettere di una novizia” (1960) e l’anticipatore (della commedia in costume) “La mandragola” (1965) con Rosanna Schiaffino, dal testo di Machiavelli, sceneggiato dal regista con Luigi Magni e Stefano Strucchi. Ma non vanno dimenticati “Senza pietà” (1947) e “La lupa” (1953) con l’indiana Kerima e la svedese Maj Britt, dal racconto di Verga.

E, infatti, Lattuada è un regista inclassificabile, buono per ogni stagione, ma nel miglior senso del termine. Storie di uomini e, soprattutto, di donne in un cinema avaro – allora come oggi – di personaggi femminili importanti. Infatti, in quegli anni, solo Antonio Pietrangeli (con cui, agli esordi, Lattuada lavorò a un progetto mai realizzato) puntava il suo obiettivo esclusivamente sul cosiddetto Pianeta Venere. Lattuada, da parte sua, divenne saggio osservatore di episodi dell’adolescenza, anzi di quel passaggio particolare dall’adolescenza alla giovinezza.

“Mafioso” (1962), nonostante la presenza di Alberto Sordi, non è affatto una commedia all’italiana, bensì una gelida, crudele e nerissima favola contemporanea, scritta – non a caso – con Marco Ferreri, Rafael Azcona, Age e Scarpelli. E, nella “Storia di un italiano” di Albertone è, forse, questo il ritratto più ‘immorale’ della sua intera galleria.

Infatti, se negli anni Sessanta e Settanta, l’autore si avvicina alla commedia graffiante (vedi “Venga a prendere il caffè da noi” con Ugo Tognazzi), oppure a quella in bilico fra grottesco e tragedia di “Sono stato io” con Giancarlo Giannini, non è nemmeno allora uno dei registi della cosiddetta “commedia all’italiana”. I suoi film dosano ottimamente satira e commedia, realismo e surrealismo, ma non appartengono a nessuna scuola né filone. Sono soprattutto opere personalissime che illustrano l’Italia nell’arco di quarant’anni (dai Cinquanta agli ultimi Ottanta), attraverso personaggi e situazioni di ordinaria quotidianità. Certo erano gli anni del trionfo al botteghino del genere e dei mattatori.

Però, il regista – senza fare troppi compromessi – ha firmato anche “Bianco, rosso e…” (1972) con la coppia Loren-Celentano, scritto appositamente per la diva da Tonino Guerra, Iaia Fiastri e Ruggero Maccari, sulla scia del successo di “La moglie del prete” di Dino Risi (1970); e poi “Le farò da padre” (1974) con Luigi Proietti, che trasferiva il mondo adolescenziale nella commedia sexy, allora in ascesa, per parlare di interessi (economici), amore e sesso; mentre con “Oh, Serafina!” (1976) torna alla fonte letteraria, il romanzo di Giuseppe Berto (sceneggiato con Enrico Vanzina), per una fiaba contemporanea crudele e grottesca al tempo stesso e su misura per il giovane Renato Pozzetto, che si dibatte tra goffaggine ed erotismo.

Dello stesso anno è, infatti, l’ambizioso “Cuore di cane”, dal romanzo omonimo di Mikhail A. Bulgakov, adattato con Mario Gallo e Viveca Melander, con un inedito ed efficace Cochi Ponzoni e Max Von Sydow. Una rilettura intelligente ed originale, purtroppo presto dimenticata (anche se si trova in dvd) che, nonostante non sia nelle corde del regista, diventa un’inquietante favola in raro equilibrio fra grottesco e horror e sul filo dell’autoironia.

“Lattuada – afferma ancora Filippo M. De Sanctis – rappresenta con la sua biofilmografia uno dei casi più tipici della condizione del regista cinematografico, situato tra l’interdipendenza degli elementi generativi del film e l’integrazione dell’individuo nella società. La posizione intellettuale di Lattuada, le ‘rese’ e le ‘resistenze’ al condizionamento economico, il suo impegno ‘sociale’ trovano conferma nelle sue pellicole”.

Nel 1978, Lattuada torna sul tema dell’adolescenza femminile e affronta un tema scabroso, ma con la sua solita leggerezza e senza costrizioni morali, l’incesto in “Così come sei” con Nastassja Kinski (che aveva debuttato, non accreditata, nel ruolo della figlia di “Aguirre furore di Dio” di Werner Herzog e poi, senza clamore, con Wim Wenders in “Falso movimento”) e Marcello Mastroianni. Infatti, solo dopo questo film la Kinski è stata notata anche sul piano internazionale, in questo tardo (per l’autore) inno all’erotismo senza volgarità né eccessi, anzi.

Dopo “La Cicala” (1980), come è successo a tanti suoi illustri colleghi, il lavoro sul grande schermo del regista si fa sempre più sporadico e, come per loro, il passaggio alla televisione è quasi obbligato. E così, dopo il successo internazionale del “Cristoforo Colombo”, firmato per il piccolo schermo, Lattuada ritorna al cinema e al dramma d’origine letterario con “Una spina nel cuore”, dal romanzo di Piero Chiara, trasportandolo però dagli anni Trenta agli Ottanta. La pellicola, con la giovanissima attrice francese Sophie Duez e il figlio d’arte Anthony Delon, non ha però la forza drammatica né l’ironia dei precedenti lavori dell’autore. Resta un’illustrazione bella e curatissima, come di consueto, dal punto di vista visivo, ma debole nell’insieme.

Il regista torna in tivù due anni dopo per dirigere l’intenso e avvincente “Fratelli”, il suo vero testamento artistico; anche se nel 1989 partecipa al progetto “12 registi per 12 città”, realizzato in occasione  dei Mondiali di Calcio 1990. Ormai lontano sia dal grande e che dal piccolo schermo, Alberto Lattuada muore il 3 luglio 2005.

FILMOGRAFIA

1942 Giacomo l’idealista

1943 La freccia nel fianco

1945 La nostra guerra (doc.)

1946 Il bandito

1947 Il delitto di Giovanni Episcopo; Senza pietà

1949 Il mulino del Po

1950 Luci del varietà (co-regia Federico Fellini)

1951 Anna

1952 Il cappotto

1953 La lupa

1954 Scuola elementare

1957 Guendalina

1958 La tempesta

1960 Dolci inganni

1961 L’imprevisto

1962 Mafioso; La steppa

1965 La mandragola

1967 Don Giovanni in Sicilia; Matchless

1968 Fraulein Doktor

1969 L’amica

1970 Venga a prendere il caffè da noi

1972 Bianco, rosso e…

1973 Sono stato io

1974 Le farò da padre

1976 Cuore di cane; Oh, Serafina

1978 Così come sei

1980 La Cicala

1981 Nudo di donna (finito e firmato da Nino Manfredi)

1985 Cristoforo Colombo (tv)

1986 Una spina nel cuore

1988 Fratelli (tv)

1989 12 registi per 12 città (Genova), doc. per i Mondiali di Calcio