Sergei Mikhailovic Eisenstein

Sergej Mikhailovic Ejzenstejn, più noto nella trascrizione inglese Sergei M. Eisenstein, è il rappresentante per eccellenza del cinema sovietico, anche se condivide l’onore di maestro con i connazionali Dziga Vertov, Aleksandr Dovzenko e Vsevolod Pudovkin. Dovuto, forse, a quel suo amato/odiato “La corazzata Potemkin” che rivoluzionò il linguaggio cinematografico partendo, ovviamente, dal montaggio (delle attrazioni). Un capolavoro che un’altrettanto celebre battuta di “Fantozzi” ha cercato di smitizzare rendendolo ancora più famoso per il pubblico italiano: “La Corazzata Potemkin è una boiata pazzesca”.

S.M. (perciò veniva soprannominato, ora scherzosamente ora spregiativamente, Sua Maestà) Eisenstein, nasce il 23 gennaio 1898 a Riga (Lettonia). Quando la madre, Julia Ejnzenstejn, abbandona il padre, influente architetto, e va a vivere in Francia, Sergej finisce a Riga, in casa di una zia materna e frequenta il liceo scientifico. Dopo aver finito i suoi studi di ingegneria, voleva fare il pittore. Ma ben presto diventa un “topo da cineteca”.

Infatti, dopo la caduta dello zar e arruolatosi nell’Armata Rossa, comincia a disegnare cartelloni, poi scenografie per il cinema e, infine, si dedica alla regia, mettendo in scena alcuni spettacoli per il teatro del Proletkult. Al cinema, dopo una breve gavetta (ha lavorato anche al montaggio della versione russa del “Dr. Mabuse” di Fritz Lang), si improvvisa regista facendo un piccolo film che avrebbe dovuto girare Vertov per una commedia teatrale. Poco dopo, precisamente nel 1924, dirige il suo primo lungometraggio: “Sciopero” in cui applica la sua teoria sul “montaggio delle attrazioni”, facendo il montaggio parallelo del massacro degli operai e delle inquadrature riprese in un mattatoio.

E’ la storia di uno sciopero spietatamente represso, nel 1912 circa, dalla polizia zarista. Così preannunciava la locandina all’uscita del film: “Fa parte di una serie di film sullo sviluppo del movimento operaio. Si divide in 6 parti: 1° La fabbrica in agitazione e il padrone. 2° Le ragioni dello sciopero. 3° La fabbrica si ferma. 4° Le difficoltà dello sciopero. 5° I provocatori all’opera. 6° La repressione. Il film rappresenta una soluzione al problema secolare della creazione drammatica, perché il suo eroe, il suo personaggio principale è la massa”.

L’opera prima di Eisenstein – considerata un suo film ‘minore’ – è, comunque, un film magistrale: una delle più forti denunce contro la repressione – in questo caso operaia – come metodo per fermare/cancellare chi è in prima linea, e intimidire, impaurire e terrorizzare tutti gli altri. Però “Sciopero” è anche un documento storico sulle lotte operaie in Russia prima della Rivoluzione di Ottobre.

Sequenze celebri: Il comizio in fabbrica; le riunioni clandestine nei depositi di ferraglia; gli scioperanti colpiti dal getto delle pompe d’acqua; gli agenti dell’Ochrana che emergono dalle botti seppellite in terreni edificabili e deserti; la carica della polizia a cavallo che sale su per i diversi piani di una casa operaia; il massacro finale a cui si alternano le immagini dei buoi sgozzati al macello.

A quel punto il governo sovietico, in occasione della commemorazione della rivoluzione del 1905, gli commissiona alcuni film. Realizza, allora, l’ormai mitico “La corazzata Potemkin”, negandosi di girare nei teatri di posa, con attori professionisti, trucco, ecc. Proprio quello che, settant’anni dopo, hanno fatto gli autori scandinavi del Dogma, guidati da Lars von Trier. In un certo senso, Eisenstein pretendeva fare un’attualità ricostruita, ovvero quello che oggi viene denominato docu-fiction. E la protagonista del film – come nel precedente – era la sola e unica ‘massa’, il popolo, il proletariato come si diceva allora e fino agli anni Settanta. Ma, come accadeva spesso col cinema sovietico del periodo, la pellicola fu proibita dappertutto, fuorché nell’Urss, ma ovunque gli spettatori si riunirono per applaudirlo in clandestinità. Il divieto decuplicò la sua potenza esplosiva. E persino Goebbels, senza volerlo, gli rese omaggio chiedendo di realizzare una ‘corazzata Potemkin’ del nazismo.

Questo capolavoro lo mette subito in primissimo piano, soprattutto in patria. Il governo gli concede ogni credito, ogni facilitazione e ogni libertà per la realizzazione del successivo film: “Il vecchio e il nuovo”, forse più noto come “La linea generale”, titolo della versione mutilata presentata in Francia. A questo progetto lavora per quattro anni, poi lo distrugge e ricomincia daccapo filmando 10mila metri di pellicola per ricavarne 2.500.

Nel 1927 lo interrompe per realizzare “Ottobre”. Con “Il vecchio e il nuovo”, Eisenstein aveva voluto fare un inno alla collettivizzazione della terra, ma descrivere la vita di campagna era cosa difficile per lui che era un ‘cittadino’ colto. Sul piano estetico ed stilistico, il montaggio si riduceva a metafore non sempre comprensibili, soprattutto per il ‘popolo’ a cui il film era destinato. Questo però non impedisce alla pellicola di essere uno dei capolavori del cinema muto, in un periodo in cui approdava alla sua fine. Scene come quella del trattore che schiaccia le barriere individuali, della macchina scrematrice mostrata ai contadini meravigliati, ed altre ancora, sono dei bellissimi ‘pezzi’ di cinema. E la ‘massa’ dei primi film aveva lasciato il posto ad una giovane protagonista: la contadina Marla. Comincia così per il regista la ricerca di un protagonista principale delle sue opere.

Infatti, in “Ottobre” era stata ancora la massa, quella che aveva fatto la Rivoluzione, la protagonista principale della pellicola, e l’autore aveva utilizzato ancora il montaggio parallelo.

Dopo un breve soggiorno in Francia, Eisenstein parte per Hollywood, ma qui non vede realizzarsi nessuno dei suoi  numerosi progetti, tra gli altri, “La guerra dei mondi”, da H.G. Wells; “L’oro di Setter”, da Cendrars; “Una tragedia americana”, da Theodore Dreiser (poi realizzato da von Sternberg); “Un moderno ‘crepuscolo degli dei'”; “Napoleone nero” (Black Majesty), sulla rivoluzione haitiana; e “La condizione umana”, sceneggiata da Malraux stesso.

Nel frattempo decide di andare in Messico per girarvi un film con capitali forniti dallo scrittore Upton Sinclair e da alcuni amici. Nel paese latinoamericano trascorre parecchi mesi, girando più di 5mila metri di pellicola spediti a Hollywood. I finanziatori, impazienti, gli chiedono di montare il film, ma la polizia americana sospende il permesso di soggiorno al regista.

Uno dei finanziatori, Sol Lesser, riuscì a far montare un film ‘commerciale’: “Lampi sul Messico”. Però gran parte dei negativi restò inutilizzata. Seguirono altre versioni ed altri montaggi, tra cui – sono degne di attenzione – quelle dei suoi discepoli Marie Seaton (“Time in the Sun”) e Jay Leyda (“Il film messicano di Eisenstein”). La ‘sua’ versione uscirà postuma quasi trent’anni dopo, “Que viva Mexico!”. Ma ogni scena, ogni immagine – ripresa dal fedele e bravissimo direttore della fotografia-operatore Eduard Tissé – resta indelebile nella memoria, perché dicono più di mille parole.

Ritornato a Mosca, nel 1935 comincia un altro film che resterà incompiuto: “Il prato di Bezin”. E il materiale, girato nell’arco di due anni, purtroppo, verrà perso. Negli anni Settanta è stato ‘ricostruito’ da Jutkevic e Klejman con mezz’ora di fotografie e materiali di archivio.

Nel 1938, il regista realizza l’ambizioso “Alessandro Nevsky”, avvicinandosi al genere storico, non nel senso del solito kolossal di cartapesta, ma di analisi storica e studio completo: scenografico, interpretativo, coreografico. Non a caso il risultato finale fa pensare ad un’opera lirica in chiave cinematografica. Indimenticabile, perché splendida, la scena della battaglia sul lago ghiacciato, sulle note di Sergej Prokofiev (che ha composto la cantata omonima appositamente per il film), diventata esempio universale e, quindi, una delle più citate e copiate della storia del cinema, naturalmente, quanto quella della ‘carrozzina’ giù dalle scale di “La corazzata Potemkin”.

Dopo aver abbandonato altri progetti – da un film su Puskin al “Grande canale di Fergana” -, nel 1944, Eisenstein gira il monumentale “Ivan Groznyj” (Ivan il terribile), di cui nei due anni successivi realizza la seconda parte, conosciuta in Italia come “La congiura dei Boiardi”. Sempre nel campo del film nazional-storico, il regista offre una sua rilettura lucida e colta, classica e al tempo stesso innovativa, piena di riferimenti artistici e letterari e sempre interpretata dal grande Nikolaj Cerkasov, che aveva già dato volto ed energia al Nevsky. Ultime ad essere riprese, le accuratissime sequenze a colori, le uniche realizzate dal maestro sovietico. Il montaggio viene portato a termine nel febbraio 1946, ma la sera stessa Eisenstein viene colpito da un grave attacco cardiaco che lo costringe a passare vari mesi in ospedale.

Se la prima parte dell’opera, proiettata alla fine del 1944, aveva vinto nel 1946 il Premio Stalin; la seconda viene condannata dal Comitato centrale del Partito comunista dell’Urss e vedrà la luce, nella versione originale, solo nel settembre del 1958 a Mosca, e poi in tutto il mondo.

Sergej M. Eisenstein muore a Mosca l’11 febbraio 1948, a soli cinquant’anni ma da vent’anni era già un mito.

FILMOGRAFIA

1924 Stacka (Sciopero)

1925 Bronenosec Potemkim (La corazzata Potemkin)

1926 General’naja Linija (La linea generale)

1927 Oktjabr’ (Ottobre)

1929 Staroe i novoe (Il vecchio e il nuovo)

1931 Que viva Mexico!

1937 Bezin Lug (Il prato di Bezin)

1938 Aleksandr Nevskij (Alessandro Nevsky)

1941 Mosca resiste – La guerra contro i nazisti – Il vero volto del fascismo (doc.)

1944 Ivan Groznyj (Ivan il terribile)

1946 Ivan Groznyj – seconda parte (La congiura dei Boiardi)