Orson Welles

Nato a Kenosha, Wiscosin, il 6 maggio 1915, George Orson Welles è stato uno degli autori più rivoluzionari del cinema americano e internazionale, dagli anni Quaranta agli anni Settanta. Un genio che faceva sempre centro al primo colpo. Dal teatro alla radio, dal cinema alla tivù, e oltre.

Frequentò la Todd School a Wodstock – diventata famosa poi per il mitico concerto -, dove debuttò come attore e regista in opere di William Shakespeare e di altri classici. Già a sedici anni era in Europa dove iniziò la sua carriera professionale nel Gate Theatre di Dublino e, non ancora ventenne, si ritrovò sui palcoscenici di Broadway.

Nel 1937, insieme con John Houseman, fonda il Mercury Theatre, dove produce, talvolta come attore-regista, alcuni dei più importanti spettacoli del periodo, tra cui un “Macbeth” interpretato esclusivamente da attori di colore. Celebri anche le sue trasmissioni radiofoniche, spesso con gli stessi attori della sua compagnia, e soprattutto quella su “La guerra dei mondi” che provocò panico e paura fra i radioascoltatori che pensarono ad una vera invasione aliena.

Arrivato a Hollywood nel 1939, con un contratto dell’allora famosa e prolifica Rko, Welles realizza la sua opera prima capolavoro “Quarto potere” (Citizen Kane, 1940), un film che rivoluziona il modo di far cinema, diventando una pietra miliare della cinematografia del Novecento: dalla narrazione alle innovazioni tematiche e, soprattutto, al linguaggio delle immagini. Ancora oggi è considerato al primo posto (secondo sondaggi realizzati ogni dieci anni) fra i dieci migliori film della storia del cinema.

All’opera di esordio seguirono altri capolavori, spesso rimaneggiati dai produttori: “L’orgoglio degli Amberson” (1942), un magistrale saggio cinematografico che l’autore ha disconosciuto perché tagliato (43′), rimontato e con un finale diverso; “Lo straniero” (1946), un film che affronta attraverso l’ombra del nazismo, la guerra come incubo anche in tempo di pace; “La signora di Shanghai” (1947), un’altra opera mitica per diverse ragioni. Infatti si dice che Welles – che stava lavorando con Mike Todd ad una fantasiosa versione teatrale per Broadway de “Il giro del mondo in 80 giorni” – avesse bisogno di soldi per lo spettacolo e si rivolse al produttore Harry Cohn chiedendogli 50mila dollari per finanziarlo. Ma il produttore non voleva saperne finché Welles non gli offrì in cambio di dirigere per lui un film.

Sul soggetto poi si afferma che Welles non sapendo cosa rispondere abbia dato un’occhiata al libro di una guardarobiera, “La signora di Shanghai”, appunto. Altri – tra questi Jackson Leighter – dicono che Welles invento la trama su due piedi, oppure che Errol Flynn gli avesse prestato un libro che lo interessava molto e che poi divenne il canovaccio del film. Ma in realtà la genesi conta poco quando l’autore è uno come il grande Orson e la protagonista l’atomica Rita Hayworth, allora sua moglie. Anche se la loro unione era già incrinata si diceva che sul set i due coniugi si trattassero teneramente: lei lo chiamava papà (daddy), oltre ‘Orsie’, e lui la ricambiava chiamandola mamma (ma’).

“La signora di Shanghai” segnò comunque un cambiamento nella carriera dell’attore-autore. Quella storia da “noir”, divenne nelle mani di Welles qualcosa di più e di meglio, anche se allora fu un vero disastro al botteghino e venne subito liquidato come ‘drammone esotico’. Costata moltissimo per l’epoca, e soprattutto per il protrarsi delle riprese e della faticosa realizzazione, tra San Francisco e le spiagge di Acapulco, la pellicola ne incassò pochissimo. Gli ammiratori di Rita non gradirono il nuovo look dell’attrice e considerarono un oltraggio il taglio di capelli e il biondo platino. E se il suo nome fino ad allora era stato una garanzia di successo, in questo caso servì a poco: la Hayworth non ballava e cantava una sola, ironica, canzone.

Però lei sapeva – e non sbagliava – che il film un giorno sarebbe stato giudicato come meritava, ma sarebbero passati tanti anni prima che venisse rivalutato. In un certo senso, è stata anche la sua rivincita, perché la pellicola distruggeva la falsa immagine che gli studios avevano costruito su di lei. Incluso l’episodio della sua foto sulla bomba ‘atomica’ che non accettò mai, perché – diceva – “ero legata da un contratto e mi minacciarono di sospendermi se mi fossi azzardata a ribellarmi. Harry (Cohn) era… la gestapo della Columbia. Io odio la guerra… quell’affare della bomba mi fece venire il mal di stomaco. I miei due fratelli avevano combattuto in guerra, e dopo non erano mai più stati gli stessi.”

Oggi “La signora di Shanghai” è diventato un cult movie, un classico rivoluzionario ed emblematico del cinema di Welles. Un’opera in anticipo coi tempi che smitizza le illusioni romantiche e le istituzioni su cui poggia la società americana. Welles creò anche un nuovo tipo di dark lady e, soprattutto nella splendida scena finale, riuscì a fondere fantasia e realtà in un sogno-incubo che metteva fine anche al suo rapporto con la Hayworth fuori dal set. Un amore impossibile, oppure i limiti invisibili fra amore e odio, fra attrazione e repulsione.

Una ricerca delle immagini e un’originalissima ambientazione: un noir in piena luce, quella abbagliante del Messico. E il fascino indiscreto del rapporto eros-thanatos.

Con la sua sorprendente versione di “Macbeth” (1948) – realizzato tutto in interni e usando lunghi piani sequenza per rispettare l’origine teatrale del testo -, iniziano i problemi con le produzioni americane. Primo della trilogia sui drammi di Shakespeare, il film però si allontana dallo schema teatrale – oltre che nell’ambientazione cupa e nebbiosa – per le insolite inquadrature, i primi piani e i forti contrasti dell’ottima fotografia in bianco e nero di John L. Russell.

Costretto dal bassissimo budget della Republic, l’autore riesce comunque a darci un adattamento, violento e crudele del dramma che diventa poco a poco riflessione sulle origini della nostra società: la preistoria diventa storia dell’uomo, la cosiddetta civiltà scaturisce dalla sete di potere e dall’omicidio, dalla violenza efferata dell’uomo e dalla sottile perfidia della donna.

Ma ormai per liberarsi da una vera ‘persecuzione’ – tra produttori e maccartismo – Welles decide i prodursi i film da sé e, quando possibile, con il sostegno di produttori europei coraggiosi. Inizia così il suo ‘vagabondare’ artistico. Del 1952 è “Otello” – tornato a nuova vita sul grande schermo nel 1992 in versione restaurata -, seguito da “Rapporto confidenziale” (1954), lo splendido ‘noir’ “L’infernale Quinlan” (1958); “Il processo”, ottima trasposizione del romanzo di Franz Kafka e, a conclusione della trilogia shakespeariana, “Falstaff” (Campanadas a medianoche, 1966), realizzato in Spagna. Ma il suo pellegrinaggio artistico è sempre più faticoso e Welles, nonostante cerchi di racimolare soldi per i suoi progetti, interpretando ogni sorta di film – tra Italia, Francia, Spagna, Gran Bretagna e la stessa Hollywood – riesce a portare a termine solo altri due film: il suggestivo “Storia immortale” (1968), in Francia con Jeanne Moreau, e il suo ultimo “F for Fake” (Verités et mensonges, 1973).

Tanti sono i progetti mai realizzati o non portati a termine: dal “Don Chisciotte” – di cui è uscita nel 1992 una versione restaurata-rimontata “Don Quijote de Orson Welles” e sono rimasti altri spezzoni girati in giro per la Spagna alla ricerca di location e interpreti; ad un film sull’America Latina e particolarmente sul Brasile – commissionata da Nelson Rockefeller nel 1942 – con altrettanto materiale girato e poi rimontato in “It’s All True” (1993) di Bill Krohn, Myron Meisel e Richard Wilson. Ma anche i suoi lavori nel campo del documentario – suoi o prestando la sua voce a quelli di altri – e ruoli di “lusso” persino in film di serie B.

Un genio incompreso che lottava contro tutto e tutti per portare sullo schermo i suoi ambiziosi progetti, “grandiosi” come li definivano i produttori, anche con un budget ridotto. Esemplare la realizzazione di “Otello”, travagliata e tormentata, ma comunque portata a termine come se si trattasse di una semplice produzione dozzinale, ma con risultati che superano i più grandi capolavori. Scene girate in paesi diversi (poi unite magnificamente nel tempo e nello spazio tramite il montaggio), scenari e costumi “arrangiati” sul momento, facendo della necessità virtù (quando i soldi di un produttore finivano si continuava con quelli propri o di altri); interruzioni (nelle quali Welles approfittava per interpretare qualche ‘particina’ in film altrui), e così via.

I suoi film sono lo specchio dell’uomo moderno, dell’eterna lotta tra l’oscurità (il Male) e la luce (il Bene); la ricerca di se stessi; l’ambiguità della vita e lo scopo dell’esistenza umana.

Un autore che la mecca del cinema ha ‘sprecato’ scandalosamente, ma che non è riuscita a far tacere. Un regista e un attore instancabile come pochi. Le sue regie, come le sue interpretazioni, anche quelle parodistiche in film della cosiddetta serie B (vedi lo spaghetti western “Tepepa”), restano indimenticabili.

Oggi, dopo la sua morte – avvenuta improvvisa il 10 ottobre 1985, per un attacco di cuore proprio a Hollywood -, è stato possibile recuperare da più parti la sua immensa opera – ma purtroppo non tutta – disseminata nel mondo. Non solo film e documentari, ma anche spezzoni, progetti, interviste, programmi radiofonici, commenti; mentre è un po’ difficile raccogliere le sue migliaia di interpretazioni cinematografiche e televisive, un mestiere che continuò a fare – sempre e comunque – fino agli ultimi mesi di vita. Però basta la sua opera prima-capolavoro “Quarto potere”, a rappresentarla, perché racchiude in sé tutta la sostanza e tutta la ricchezza del suo percorso artistico.

E a proposito di “Quarto potere”, il grande scrittore e poeta argentino Jorge Luis Borges ha dichiarato, a quasi quarant’anni dalla sua ‘recensione’ sulla rivista Sur: “Ricordo che è molto bello. C’è una cosa che mi aveva colpito: la descrizione della grande solitudine americana. Gli americani si sentono molto soli e cercano di riempire il vuoto della loro vita accumulando milioni di dollari e di oggetti, ma non sanno che farsene. In realtà, non ne godono, come Kane. Quest’uomo, nella sua memoria cerca continuamente il significato di un nome: Rosebud. Solo alla fine lo trova, prima di morire. E’ un po’ come in certe opere di Victor Hugo, o di Thomas de Quincey, o di Franz Kafka… Questo film è ricco di immagini molto belle. Credo che Orson Welles abbia continuato la grande linea di Joseph Von Sternberg. Quest’opera è uno splendido incubo del nostro tempo e specialmente dell’America del Nord. Citizen Kane fa una specie di esaltazione dell’individuo. Kane è molto solo, molto ricco. Infine, costruisce un orribile palazzo, che è il simbolo della sua vita. Qui accumula ogni sorta di oggetti, che, alla sua morte, saranno bruciati. Tutto scompare e si trova il bandolo della sua esistenza: il significato della parola Rosebud, che dà il via all’inchiesta all’inizio del film. Rosebud è il nome dello slittino appartenuto al piccolo Kane… Vidi il film tre o quattro volte. Ne rimasi molto colpito. E’ completamente diverso dagli altri. Assai differente dal cinema russo, per esempio. Ripeto, Welles riceve l’eredità di Von Sternberg. Prima di lui si pensava a un film più come a una storia raccontata attraverso le immagini, non si dava importanza all’immagine per se stessa. (intervista televisiva inedita, pubblicata da Panorama l’8/07/1999, in occasione del centenario dello scrittore).

FILMOGRAFIA

1940 Quarto potere

1942 L’orgoglio degli Amberson

1946 Lo straniero

1947 La signora di Shanghai

1948 Macbeth

1952 Otello

1954 Rapporto confidenziale (Mr. Arkadin)

1958 L’infernale Quinlan

1962 Il processo

1966 Falstaff

1968 Storia immortale

1973 F for Fake (F per falso)

1978 Filming Othello (doc. backstage)

1992 Don Quijote de Orson Welles (Don Chisciotte) – postumo

1993 It’s All True (E’ tutto vero), firmato dai ‘ricostruttori’ Krohn, Meisel e Wilson – postumo

1999 Moby Dick (da spettacolo teatrale del 1978) – postumo