John Ford

John Ford, di indiscusse origini irlandesi, è nato il 1° febbraio 1894 a Cape Elizabeth nel Maine, negli Stati Uniti ed entrò al cinema sulle orme di uno dei suoi fratelli, che faceva l’attore. Ha vinto sei premi Oscar contando – come diceva lui – i due ottenuti per i documentari realizzati durante la Seconda guerra mondiale. Un giovane artigiano che divenne pian piano artista, maestro indiscusso del cinema americano e mondiale, ancora oggi ammirato ed omaggiato (vedi “Appaloosa” di Ed Harris, per restare nel western).

“Prendi tutto quello che sai – diceva James Stewart –, tutto quello che hai sentito… e moltiplicalo circa un centinaio di volte, e ancora non avrai un ritratto di John Ford”.

E, infatti, se Ford è conosciuto come “il maestro del western”, questo genere arrivò tardi nella sua carriera e, allora, non lo considerava “serio” nemmeno lui, visto che nella sua lunga vita per il cinema ha diretto drammi, commedie, film bellici e avventurosi, persino i cosiddetti film esotici che andavano per la maggiore negli anni Trenta-Quaranta. Per non parlare di quelli di ambiente irlandese, da “Com’era verde la mia valle” a “Un uomo tranquillo”; o dei drammi a sfondo sociale come “Furore”, dal romanzo di John Steinbeck, e “La via del tabacco”, da Erskine Caldwell.

John Ford è stato anche il fotografo dell’Ovest americano, soprattutto della Monument Valley che tanto amava, quello degli splendidi campi lunghi e della sperimentazione-improvvisazione. Tanto che è lui stesso a confessarlo a Peter Bogdanovich (“Il Cinema secondo John Ford”, Fraticelli Editrice) a proposito del “Traditore”, tratto da romanzo di Liam O’Flaherty e sceneggiato da Dudley Nichols: “Tutta la scena fu improvvisata (quella del processo ndr.), fatta direttamente sul set. Gli dissi: ‘Victor (McLaglen), interrompilo – dì Tu sei un bugiardo, un bugiardo – interrompilo quando vuoi. Non ci sono battute nella sceneggiatura che io ti possa dare, devi immedesimarti nella situazione; loro ti hanno preso e tu cerchi di uscirne tramite la tua capacità dialettica’. Preston Foster era un attore piuttosto bravo, e io gli dissi: ‘Aiuta Victor più che puoi, improvvisa un po’, dagli qualche battuta, interrompilo’. Andò abbastanza bene.”

E, a proposito delle riprese “fatte dalla parte sbagliata” o comunque fuori dalle regole (su “Ombre rosse”), dichiarò al giovane futuro collega: “Vuoi dire andare da destra a sinistra invece che da sinistra a destra? Lo feci perché stava diventando tardi e se fossi rimasto sul lato gusto i cavalli sarebbero stati in controluce, e non avrei potuto mostrare la loro velocità. Così girai sull’altro lato, dove la luce stava illuminando in pieno i cavalli. Non m’importò un accidente, in quel caso: infrango abitualmente le regole convenzionali e a volte deliberatamente: Una volta Frank Nugent stava parlandomi del film, e mi disse: ‘C’è solo una cosa che non riesco a capire, Jack: perché gli indiani non spararono ai cavalli che tiravano la diligenza?’. Ed io gli risposi: ‘Nella realtà è ciò che sarebbe probabilmente accaduto, Frank, ma se lo avessimo fatto il film sarebbe finito subito, non credi?’.”

Sul regista, il critico Callisto Cosulich ha scritto (nel 1992 su Paese Sera): “John Ford è stato il regista che ha dato il maggiore contributo alla funzione primaria del cinema americano. Ha anche teorizzato il principio in una famosa battuta de ‘L’uomo che uccise Liberty Valance’: ‘Quando la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda”. E lo ha applicato in modo emblematico in opere come “Il massacro di Fort Apache”, dove il colonnello responsabile del massacro viene glorificato dopo la morte per il bene della Nazione. Ford, non a caso, è stato il regista che ha dato il maggiore sviluppo alla ‘cinefilia’. Molti critici e operatori del settore, anche italiani, hanno imparato ad amare il cinema attraverso i suoi film: la vecchia generazione vedendo “La pattuglia sperduta”, “Il traditore” e “Un uomo tranquillo”; i più giovani innamorandosi di “Sentieri selvaggi”.

I suoi temi più cari, oltre l’Irlanda degli avi, sono il viaggio, la famiglia, la lotta per la sopravvivenza, la ricerca della “terra promessa”. Tutti argomenti che, in gran parte, hanno a che fare con l’odissea degli emigrati-immigrati che era, ed è ancora oggi (vedi i messicani, non solo), all’origine della maggioranza del popolo americano.

A Ford, come al proprio nonno, bisogna anche perdonarli il suo scoperto militarismo, il patriottismo senza frontiere. Ma, come tutti i “buoni conservatori”, Ford è stato pure il regista di “Furore”, dei film di protesta sociale più “schierati” che Hollywood abbia mai prodotto. Senza scordarsi che lui, intervenendo con poche, semplici, ma definitive parole, impedì che, nel corso di una incandescente assemblea, i suoi colleghi maccartisti espellessero dalla loro associazione di categoria cineasti sospettati di simpatia per il comunismo. E ciò avvenne nel 1950, nel momento peggiore della “guerra fredda”.

John Ford, che in realtà si chiamava Sean Aloysius O’Feeney – ma registrato all’anagrafe John Martin Feeney -, era il tredicesimo e ultimo figlio, di genitori arrivati in America direttamente dall’Irlanda. Al cinema arrivò giovanissimo facendo gavetta come stuntman, operaio, attrezzista, aiuto regista e controfigura di suo fratello attore e regista – al suo debutto a teatro Francis Feeney sostituì lo sconosciuto Frank Ford ed andò così bene che gli rimase il suo nome -. Però John divenne regista per caso, facendosi chiamare prima Jack Ford; quasi come aveva fatto il fratello diventando attore e poi regista, da cui prese il cognome d’arte.

Un giorno, quando il produttore Carl Laemmle visitava il set, il regista non si era ancora fatto vedere e Ford, rimasto a dormire nello studio dopo un party, fu spinto a fare le sue veci. A Laemmle piacque – soprattutto ‘come gridava’ – e lo contrattò. Il resto è storia, perché da quel momento – era il 1917 – Jack-John non smise mai più di girare fino alla fine degli anni Sessanta e oltre, dato che produsse e diresse anche dei documentari. Infatti nel 1976, tre anni dopo la sua morte, è stato ultimato il documentario “Chesty: A Tribute to a Legend”, un omaggio al pluridecorato generale Lewis B. “Chesty” Puller, intervistato da lui stesso. Il narratore era il suo attore feticcio e amico John Wayne.

L’ultimo film da lui interamente girato è “Missione in Manciuria” (7 Women, 1966), interpretato da sette attrici, tra cui una giovane Anne Bancroft. Morì (per un cancro allo stomaco) quasi ottantenne a Palm Desert, in California, il 31 agosto 1973, quando ormai era diventato un monumento vivente come la sua adorata “Valley”. Ha avuto una sola moglie (Mary), sposata il 3 luglio 1920, e due figli, un maschio e una femmina. Il nipote Dan Ford ha scritto una biografia sull’illustre nonno.

FILMOGRAFIA

Tra il 1917 e il 1923 realizzò una cinquantina di film con il nome di Jack Ford

1924 Il cavallo d’acciaio; Hearts of Oak

1925 La nipote parigina; Kentucky Pride; The Fighting Heart; Grazie!

1926 The Shamrock Handicap; I tre furfanti; L’aquila azzurra

1927 Upstream;

1928 La canzone della mamma; L’ultima gioia; La casa del boia; Napoleon Barber (Parigi che cuccagna!); Riley the Cop;

1929 Strong Boy; La guardia nera; La grande sfida (Salute)

1930 Il sottomarino; Born Reckless; Up the River

1931 Seas Beneath (I dominatori del mare); The Brat; Un popolo muore

1932 L’aeroporto del deserto; Flesh (Il lottatore)

1933 Pilgrimage (Pellegrinaggio); Dr. Bull

1934 La pattuglia sperduta; Il mondo va avanti; Il giudice

1935 Tutta la città ne parla; Il traditore; Steamboat Around the Bend

1936 Il prigioniero dell’isola degli squali; Maria di Scozia; The Plough and the Stars

1937 Alle frontiere dell’India; Uragano

1938 Il giuramento dei quattro; Uno scozzese alla corte del Gran Kan (Le avventure di Marco Polo, non accreditato); Submarine Patrol

1939 Ombre rosse; Alba di gloria; La più grande avventura

1940 Furore; Viaggio senza fine

1941 La via del tabacco; Com’era verde la mia valle; Sex Hygiene (doc. per l’esercito)

1942 The Battle of Midway (doc., cm); Torpedo Squadron (doc., cm)

1943 December 7th (doc., cm); We Sail at Midnight (doc., cm)

1945 I sacrificati – I sacrificati di Bataan

1946 Sfida infernale

1947 La croce di fuoco

1948 Il massacro di Fort Apache; In nome di Dio

1949 Il re dell’Africa (produttore); I cavalieri del Nord-Ovest; Fireside Theatre (episodi tv)

1950 Bill sei grande!; La carovana dei mormoni; Rio Bravo

1951 This is Korea! (doc.)

1952 Uomini alla ventura; Un uomo tranquillo

1953 Il sole splende alto; Mogambo; Hondo (non accreditato)

1955 La lunga linea grigia; Mister Roberts (con Mervyn LeRoy); Fireside Theatre (The Bamboo Cross, tv); Screen Directors Playhouse (Rookie of the Year, tv)

1956 Sentieri selvaggi

1957 Le ali delle aquile; Storie irlandesi

1958 So Alone (cm); L’ultimo urrà

1959 24 ore a Scotland Yard; Korea, U.S. Department of Defense (doc., cm); Soldati a cavallo

1960 I dannati e gli eroi; Wagon Train (The Colter Craven Story, tv); La battaglia di Alamo (supervisione)

1961 Cavalcarono insieme

1962 L’uomo che uccise Liberty Valance; La conquista del West (ep. sulla guerra civile); Alcoa Premiere (Flashing Spikes, tv)

1963 I tre della Croce del Sud

1964 Il grande sentiero

1965 Il magnifico irlandese

1966 Missione in Manciuria

1971 Vietnam! (doc.)

1976 Chesty: a Tribute to a Legend (doc. Postumo)