Renato Castellani

Renato Castellani, nato a Finale Ligure il 4 settembre 1913 – ma alcuni lo danno nato a Varigotti, Savona, nello stesso anno –, cresciuto fra l’Argentina e Genova, prese la laurea in architettura a Milano. Entrò a far parte dell’ambiente cinematografico come assistente alla regia e sceneggiatore per Mario Camerini, Mario Soldati, Alessandro Blasetti, nomi di spicco della cinematografia italiana degli anni Trenta. Passato poi alla regia, divenne un esponente della corrente formalista – che lo avvicinava infatti ai ‘calligrafici’ – con “Un colpo di pistola” (1941), liberamente ispirato ad Aleksandr Puskin, con Assia Noris, e “Zazà” (1942) con la diva Isa Miranda.

Nel 1946 realizza “Mio figlio professore” con un grande Aldo Fabrizi (anche co-sceneggiatore) e suo primo, riuscito, approccio con la commedia neorealistica, quasi un “pilot” – come si direbbe oggi – della sua opera futura. Infatti, nel dopoguerra venne considerato un po’ il padre del cosiddetto “neorealismo rosa”, grazie a un trittico di commedie – dagli spunti drammatici – dal vero, girate nelle strade della città e interpretate, soprattutto da attori non professionisti: “Sotto il sole di Roma”, il suo capolavoro, “E’ primavera” (1949) e “Due soldi di speranza” (1952) che si aggiudicò la Palma d’Oro – ex aequo con “Otello” di Orson Welles – e il premio Ocic, al Festival di Cannes, e perciò molti lo ritengono il suo vero capolavoro ed è diventato il più noto e il più visto dei tre, anche all’estero.

Il buon successo al botteghino di questi tre film – al contrario di quanto avveniva con i capolavori neorealisti – fece di questo ‘genere’ un vero filone che poi andrà man mano trasformandosi e fondendosi sempre di più con la commedia vera e propria, da cui più tardi, soprattutto ad opera di Dino Risi e Mario Monicelli, scaturirà la fortunatissima “commedia all’italiana”.

E le opere di Castellani illustravano spesso il mondo dei giovani, divisi tra problemi pubblici e privati, con i loro amori contrastati da ambiente e famiglia, ma spinti da una solida carica di ottimismo verso un futuro che – finito l’incubo della guerra – sembrava radioso.

Da questa attenzione verso la gioventù nacq ue l’ambizioso “Giulietta e Romeo” (1954), dove il regista abbandonava la contemporaneità delle storie narrate precedentemente per affrontare un classico del teatro universale come quello di William Shakespeare. Ma, nonostante il Leone d’Oro vinto, tra le polemiche, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la pellicola non andava oltre la fedele, seppur curatissima, ricostruzione d’epoca. Però col tempo quest’opera ha acquistato fascino ed interesse, proprio per l’uso del colore (infatti è la prima versione cinematografica del dramma shakespeariano girata a colori) e per la sobria ricostruzione ambientale, elaborata con ricercate scenografie e inquadrature ripescate non solo a Verona, ma in città diverse (vedi la scalinata del Duomo di Siena). Infatti, negli Stati Uniti ebbe il premio del National Board of Review per la miglior regia.

Dopo una pausa di oltre due anni tornò dietro la macchina da presa con “I sogni nel cassetto” (1957), dramma sull’ambiente studentesco; a cui seguirono “Nella città l’inferno”, un solido melodramma d’attualità dal romanzo “Roma, via delle Mantellate” di Isa Mari, ambientato nel carcere femminile romano, con una coppia d’eccezione Anna Magnani-Giulietta Masina; e il racconto epico-sociale “Il brigante” (1961), dal romanzo di Giuseppe Berto e girato interamente in Calabria, con i quali dimostrò di essere un autore controcorrente, soprattutto per quel che riguardava mode e stili cinematografici.

Nel 1963 firmò un’altra opera ambiziosa come “Mare matto” con Gina Lollobrigida e Jean-Paul Belmondo. Scritto dal regista con Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, il film doveva essere una sorta di mix di dramma, commedia e avventura ma, la sceneggiatura prevedeva ben 14 ‘episodi’ e il produttore Franco Cristaldi ne tagliò ben 10, tanto che il risultato non è dei migliori, anzi. Infatti, lo stesso Castellani dichiarò allora che era stato “un ‘episodio’ che mi fece passare l’amore per il cinema”.

Comunque, anche quando non era dietro la macchina da presa, l’autore non abbandonò mai il mestiere dello sceneggiatore e nel 1964 era tra gli adattatori della commedia di Eduardo De Filippo “Filumena Maturano” per il film “Matrimonio all’italiana” di Vittorio De Sica. Nello stesso anno gira anche due episodi: “La vedova” per “Tre notti d’amore” con Catherine Spaak e “Una donna d’affari” per “Controsesso”. Ma non va dimenticato “Questi fantasmi” (1967), dalla commedia omonima di Eduardo De Filippo, con una vera coppia d’eccezione: Sophia Loren-Vittorio Gassman. Una commedia ‘minore’ che però raggiungeva quel livello medio-alto del cinema italiano del periodo che permetteva alla nostra industria cinematografica di esportare e di competere a livello internazionale, anche con i cosiddetti prodotti di consumo di marchio americano.

Dopo aver tentato di riprendere argomenti legati alla gioventù fine anni Sessanta, con un occhio al mercato internazionale, ma con scarsissimi risultati – “Una breve stagione” (1969) con Christopher Jones e la svedese Pia Degermark, reduce del successo di “Elvira Madigan” –, Castellani si dedicò completamente alla televisione, realizzando una serie di biografie tra le quali spiccano “Vita di Leonardo Da Vinci” (1971) con Philippe Leroy e “Verdi” (1982) con Ronald Pickup e Carla Fracci.

Dato che la sua opera da regista – neanche troppo prolifica – rimane pressoché dimenticata, tranne la trilogia neorealista-rosa, Castellani è stato raramente oggetto di studio e i giudizi restano quelli di oltre trent’anni fa. Ma, paragonando i suoi film con il prodotto medio degli ultimi anni, questo regista – in parte innovatore ed eclettico – ne guadagna, così come la sua filmografia acquista importanza e dovrebbe destare ancora grande interesse.

Lo storico francese Georges Sadoul – fino alla fine degli anni Settanta uno dei più attendibili e seguiti -, così scriveva sulla sua Storia del Cinema Mondiale (volume II, Dalla fine della II Guerra Mondiale ai giorni nostri), Feltrinelli Economica, 1972 -: “Renato Castellani realizzò il suo film migliore con ‘Due soldi di speranza’. La sceneggiatura gli era stata ispirata direttamente dagli abitanti di un poverissimo paese alle falde del Vesuvio. L’opera sincera, violenta, vivace possedeva tutto il calore umano che mancò in seguito al suo ‘Giulietta e Romeo’, un film accurato ma noioso in cui riapparve l’elegante freddezza dei ‘calligrafici'”.

In Italia fu premiato con un Nastro d’Argento speciale per “Sotto il sole di Roma”, il Nastro d’Argento per la sceneggiatura di “E’ primavera” e con due Nastri d’Argento per “Due soldi di speranza” (sceneggiatura e regia). Al Festival di Venezia, oltre al Leone contestato per “Giulietta e Romeo”, gli è stato assegnato il premio Fipresci nel 1961 per “Il brigante” e, nel 1982, il Premio Bianchi alla carriera. Nello stesso anno si aggiudicò, ai David di Donatello, la Medaglia d’oro del Ministero di Turismo e dello Spettacolo.

Renato Castellani morì a Roma il 28 dicembre 1985 a 72 anni, dopo aver ultimato la sceneggiatura della versione televisiva di “L’isola del tesoro” – dal celeberrimo romanzo di Robert Louis Stevenson – che, due anni dopo, realizzò Antonio Margheriti, alias Anthony Dawson, con Anthony Quinn.

FILMOGRAFIA

1941 Un colpo di pistola

1942 Zazà

1943 La donna della montagna

1946 Mio figlio professore

1948 Sotto il sole di Roma

1949 E’ primavera

1952 Due soldi di speranza

1954 Giulietta e Romeo

1957 I sogni nel cassetto

1958 Nella città l’inferno

1961 Il brigante

1963 Mare matto

1964 Tre notti d’amore (ep. “La vedova”); Controsesso (ep. “Una donna d’affari”)

1967 Questi fantasmi

1969 Una breve stagione

1971 Vita di Leonardo Da Vinci (tv)

1978 Il furto della Gioconda (tv)

1982 Verdi (tv)