Alla riscoperta del Tassi artista

ALLA RISCOPERTA DEL TASSI ARTISTA, NON PIU’ SOLO ‘PLURIPREGIUDICATO’

  Una mostra dedicata alla riscoperta di Agostino Tassi (Buonamici), nato a Roma, a Borgo nel 1566 e morto nel 1644, un pittore italiano più noto per le vicende biografiche e per le “notizie di cronaca” che per la produzione artistica, e perciò pressoché dimenticato. Non possedendo la forza rivoluzionaria e il travolgente talento del contemporaneo Caravaggio, Tassi fu prima rifiutato e poi dimenticato, proprio per la sua vita sregolata e violenta.

  “Un paesaggista tra immaginario e realtà” è il titolo della mostra monografica, la prima – in programma fino al 21 settembre a Palazzo Venezia in Roma -, organizzata dalle soprintendenze per il patrimonio storico artistico e il polo museale di Roma, dirette da Claudio Strinati, e del Lazio, diretta da Rossella Vodret.

  La direzione dell’evento è di Maria Grazia Bernardini, mentre la cura scientifica di mostra e catalogo (Iride per Terzo Millennio) è di Patrizia Cavazzini che ha riunito 31 dipinti, molti dei quali attribuiti per la prima volta a Tassi, tra cui cinque inediti.

  Agostino fu però un pittore tardo manierista che, influenzato dall’arte nordica di Matheus Bril e Adam Elsheimer, lavorò inizialmente in Toscana (a Livorno, dal 1594 sl 1608) e successivamente a Genova. Nel 1610 si trasferì definitivamente a Roma, dove fu molto attivo come quadraturista e paesaggista, alla sua bottega si formò anche Claude Lorrain e la sua opera, a sua volta, influenzò il giovane Nicolas Poussin.

  Negli anni della maturità si accostò al classicismo carracesco del Domenichino. Tra le sue opere, vi sono numerosi interventi per la decorazione di diversi palazzi e ville romane e della regione (Casino Ludovisi, Quirinale, palazzi Pamphili e Rospigliosi, Pallavicini e Odescalchi).

  Il suo ‘ritratto’ è presumibilmente riconoscibile nella “Susanna e i Vecchioni” di Artemisia Gentileschi, infatti uno dei due ‘vecchioni’ è rappresentato con una folta chioma scura come la sua. E una delle cause della sua cattiva fama è l’accusa di stupro nei confronti della pittrice, figlia del suo collaboratore e amico Orazio Gentileschi, e per questo la critica d’arte tende a dare un’interpretazione psicoanalitica dell’opera sopracitata

  La violenza compiuta su Artemisia, entrata con forza fin d’allora nell’immaginario collettivo, è spesso tutto quello che di lui il grande pubblico (non solo) conosce o ricorda dell’artista. Come si diceva già nel Seicento, i comportamenti del pittore, “mal huomo, mal cristiano e senza timor di Dio”, ovviamente, ne oscurarono la fama, tanto che ben pochi dei dipinti su tela attribuitigli ormai da cinquant’anni gli vengono ancora riconosciuti. Persino la monografia di Teresa Pugliatti che lo ‘scoprì’ – pubblicata nel 1977 -, nonostante sia fondamentale per conoscere l’artista, chiarisce più che altro i quindici anni centrali della sua attività – l’apice -, ma non include quasi nessuno dei quadri dipinti negli ultimi anni della sua lunga esistenza, che però non erano noti – sembra – nemmeno all’epoca.

  Ma il tentativo di ‘recuperare’ e rivalutare l’opera di questo artista dimenticato è un compito sì importante ma non facile, visto che molte delle sue opere sono andate perse o “non sono più rintracciabili”. Non si conosce la formazione del giovane Agostino e si sa ben poco dei primi quindici anni della sua carriera. Non esiste tela firmata o datata. I disegni erano nel Seicento molto ricercati per poter ripetere i dipinti. Molti sono sopravvissuti ma “non sono quasi mai riferibili a dipinti”. E confermano una vasta attività del pittore anche come vedutista. Negli inventari seicenteschi “sono pochissimi i dipinti attribuiti a Tassi rimasti nelle collezioni originarie o di cui si possa rintracciare la provenienza. Molti si trovano ora in Francia”. Solo tre dipinti sono in collezioni pubbliche italiane (tutti presenti nella mostra).

  L’esposizione offre comunque la ricostruzione di molti affreschi andati perduti, ma anche quei particolari dipinti di paesaggi – nei quali si fondono paradossalmente un iperrealismo quasi ‘fotografico’ con un onirismo che ricrea le forze oscure della natura -, che  collocano il pittore come un anticipatore del romanticismo. Questa è la sua forza e la sua caratterista più coinvolgente per lo spettatore attento, anche perché Tassi fu uno dei primi pittori italiani a dedicarsi “in maniera quasi esclusiva alla pittura di paesaggio, in cui unì elementi nordici e classici in un’originale sintesi”, appunto. E, i suoi quadri lasciano intravedere, qua e là, che altri ‘paesaggisti’ – non solo suoi contemporanei –, al contrario di chi lo conosceva di persona e dei critici dell’epoca, avevano certo notato l’artista attraverso le sue opere.

  Il problema di Agostino – come di molti suoi colleghi – erano il sesso, la bella vita e quindi l’incessante bisogno di denaro. I suoi ‘clienti’ non erano solo le più grandi famiglie romane e i cardinali, ma anche avvocati e medici, e persino il falegname o il sarto sotto casa.

  Ma lo stupro di Artemisia è solo un episodio nelle centinaia di pagine di verbali dei ‘birri’ e di processi penali e civili che interessano Tassi, il ‘pluripregiudicato’. Il biografo Passeri sottolinea che “da quando prese in affitto una grande casa al Corso, nel 1632, il Tassi “viveva con ogni lusso e ostentazione, segno della sua ‘debolezza di cervello'”.

  Come il Caravaggio se ne andava in giro con una collana d’oro al collo e si faceva chiamare dai collaboratori cavaliere senza esserlo. Ma, se Caravaggio girava a piedi con un servo che gli reggeva la spada, Tassi si pavoneggiava a cavallo con la spada al fianco e un servo al seguito.

  Se Caravaggio, latitante con una condanna a morte papale sul collo, non fu mai intercettato o disturbato, perché tutti volevano possedere i suoi quadri. Tassi, condannato nel novembre 1612 a cinque anni di esilio da Roma e dallo Stato pontificio per lo stupro di Artemisia (maggio 1611), fece qualche mese di carcere a Roma e due anni di esilio non troppo lontano dalla capitale, a Bagnaia. Ospite del cardinale Alessandro Peretti Montalto, nipote di Sisto V, per il quale affrescò il casino nuovo di villa Lante dirigendo una vasta squadra di artisti.

  Non solo, l’irrefrenabile Agostino – ricorda Patrizia Cavazzini – ignorò la sentenza fino a una nuova condanna per aggressione, e che il tribunale gli aveva lasciato la scelta fra “cinque anni di lavori forzati o il bando perpetuo da Roma” che evidentemente, era stato ormai ridotto a cinque anni. Quindi, una blanda condanna ‘sulla carta’ e ancora di più nella pratica. E, forse, già alla fine del 1615 l’artista era di nuovo a Roma, a lavorare nei cantieri di Paolo V Borghese.

  Ma è chiaro cosa andava incontro una donna in quel periodo nella vicenda di una violenza carnale anche quando la querela era stata fatta da un uomo, lo stesso padre di Artemisia, il famoso pittore Orazio, di cui Agostino Tassi era collaboratore in fruttuoso sodalizio.

  Infatti, nel processo fu Artemisia ad essere torturata per farle dire la verità. Dopo lo stupro, per quasi un anno, Agostino era riuscito ad avere rapporti intimi non violenti con la giovane rinnovando sempre la promessa di matrimonio. Ma, la scoperta che la moglie era ancora in vita, aveva fatto partire la tardiva denuncia. Forse Tassi se la cavò riuscendo ad instillare, con i suoi dinieghi assoluti, le false testimonianze, le dichiarazioni maliziose dei collaboratori di Orazio, i dubbi su Artemisia, che cioè la ragazza non fosse vergine. Perché “a quei tempi, era lo sverginamento più che lo stupro a essere considerato un crimine”. La curatrice della mostra, Cavazzini, così ‘dipinge’ il personaggio Agostino: “Arguto, abile, intelligente, violento, avaro, vendicativo”. Capace di suscitare al tempo stesso “odi profondi e grandi amicizie”.

  All’abbondanza di documenti biografici corrisponde poco o nulla sull’attività dell’artista. Abile quadraturista quando a Roma scarseggiavano questi specialisti, Tassi divenne “quasi insostituibile” nei grandi cantieri anche per le qualità di imprenditore.

  Aveva anche una vasta bottega e negli affreschi la presenza di collaboratori e aiuti – spesso non pagati nemmeno – “è quasi costante” con sorprese dovute ai periodi in cui l’artrite mordeva di più e ai mesi di carcere. Il cognato Filippo Franchini dichiarò in un processo “di aver affrescato personalmente una stanza a Palazzo Patrizi-Costaguti” perché Tassi era ammalato.

  Spesso anche nelle tele Agostino “collaborava con altri artisti affermati” come Angelo Caroselli. “Sappiamo – continua la Cavazzini – che ai clienti spacciava come autografe opere degli aiuti a malapena ritoccate da lui”. Lo stesso Agostino commerciava rivendendo opere altrui. “Si ha il sospetto che si sia dedicato alla produzione di repliche e imitazioni”, non che sia stato un falsario. Certo a casa di Agostino venivano prodotte “copie e varianti di tele giovanili” di Poussin, alcune eseguite dal fido Caroselli. Senza sapere, forse, che ‘l’altro’ prendeva ispirazione, a sua volta, da lui.

José de Arcangelo

Museo di Palazzo Venezia – via del Plebiscito – Roma

orario: 9.00 – 19.00 da martedì a domenica, lunedì chiuso (possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: Intero  7,00 Euro; ridotto 4,50 Euro