Josef von Sternberg

Josef von Sternberg il genio, l’arrogante; Josef von Sternberg la follia, la grandiosità, l’ambiguità, la fastosità, il delirio. Tutti aggettivi, tutte definizioni che ben si addicono al regista e alla sua opera ‘follemente’ geniale, immensamente suggestiva, estremamente moderna.

Nato a Vienna, allora capitale dell’impero austro-ungarico, il 29 maggio 1894, Jonas Sternberg (il suo nome anagrafico) si recò in America da ragazzo, ma poi tornò nella capitale austriaca, per trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti non ancora ventenne.

Entrò nel cinema dalla gavetta, come tutti i grandi di allora e di sempre, per guadagnarsi da vivere con lavoretti di ogni genere, ma tutti legati al grande schermo.

Nel 1924 era a Hollywood come regista di un melodramma a basso costo, ma i suoi progetti successivi fallirono, oppure i film non furono nemmeno distribuiti, fra questi “The Woman of the Sea” (t.l. La donna del mare), conosciuto anche come “The Seagull” (Il gabbiano) con Edna Purvience e prodotto da Charlie Chaplin, allora partner dell’attrice nei propri film, e realizzato nel 1926.

Il passaggio alla major Paramount gli giovò: con “Le notti di Chicago” (Underworld, 1927) si fece una fama che ebbe conferma in “Crepuscolo di gloria” (The Last Command) e soprattutto con “I dannati dell’oceano” (The Docks of New York, 1928).

A questo punto Sternberg, chiamato in Germania a dirigere “L’angelo azzurro”, scopre la giovanissima e sensuale Marlene Dietrich che diventerà la sua attrice feticcio. L’unica a rappresentare il suo mondo tanto scintillante in superficie, quanto cupo e tragico nel profondo. E il film è una delle opere più famose e più citate della storia del cinema universale. Rievocata persino dal nostro Vittorio De Sica nell’altrettanto mitica scena dello spogliarello di Sophia Loren in “Ieri, oggi, domani”, attraverso Mastroianni che ‘imita’ il professore.

Un sodalizio durato sei film, e solo perché la Paramount gliela tolse dalle mani per farne una star a misura di Hollywood e rivale dichiarata della Garbo.

Solo con Marlene però le sue storie pervase di ambiguo erotismo e di un romanticismo perverso raggiungevano l’apice espressivo. Titoli come “Marocco” (1930), “Disonorata” (1931), “Shanghai Express” (1932), “Venere bionda” (1932), “L’imperatrice Caterina” (1934) e “Capriccio spagnolo” (1935) perderebbero la metà del loro fascino e della loro forza senza la grande attrice tedesca, diventata l’idolo, la diva da contrapporre (era l’obiettivo della Paramount) alla divina Greta (star esclusiva della MGM), rappresentante di un romanticismo decadente e di un erotismo tormentato, condannato e punito.

Non è un caso se, una volta lasciata la Paramount e, quindi, la Dietrich, von Sternberg sembrò un po’ disorientato, irriconoscibile nei suoi film successivi, privato dal suo particolare (e trasgressivo) stile. Ma erano anche gli anni del codice Hays che puniva “ogni riferimento non casuale” al sesso e all’erotismo, tanto da costringere la ‘scandalosa’ Mae West a diventare metafora di se stessa.

L’autore ritroverà la sua forza con “I misteri di Shanghai” (The Shanghai Gesture, 1941), un crudele melodramma esotico che, comunque, non gli ridà il successo perduto. Sternberg continuerà a lavorare ancora, ma sempre più sporadicamente, per finire la sua carriera (artistica) con un film sceneggiato, diretto, fotografato e commentato da se stesso: “The Saga of Anatahan” (L’isola della donna contesa), ispirato al racconto di Michiro Maruyama, tradotto da Younghill Kang, e girato interamente in studio.

Realizzata fra il 1952 e il 1953 e prodotta con la giapponese Daiwa-Towa, la pellicola è un feroce apologo sulla violenza e sulla guerra che si è potuto (ri)vedere in Italia solo negli anni Settanta e, successivamente nei cineclub o perché proposto spesso dal solito “Fuori orario” di Raitre.

Professionalmente la sua carriera si chiude con “Jet Pilot” (Il pilota razzo e la bella siberiana, 1950), con John Wayne e una giovanissima Janet Leigh, prodotto dal tormentato e dittatoriale Howard Hughes – immortalato da Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio in “The Aviator” – e realizzato controvoglia da Sternberg perché per lui, virtuoso della fotografia in bianco e nero, un film a colori e per di più di propaganda da guerra fredda non era nelle sue corde, anzi. Infatti, il film uscì soltanto nel 1957 in una versione aggiornata (nelle scene di acrobazia aerea) e rimontata.

Tanti anche i film iniziati e poi interrotti e/o finiti da altri, da “Il grande valzer” firmato Julien Duvivier a “Duello al sole” di King Vidor. Ma la sua opera vera, il suo capolavoro in tutti i sensi, sono i film girati con la divina Dietrich, anche quelli considerati “minori”.

Nella sua travagliata, ma comunque ricca carriera, ebbe soltanto due nomination – ma nessuna statuetta – al premio Oscar per il miglior regista con “Marocco” (candidatura anche per la miglior attrice alla Dietrich) e “Shanghai Express”; mentre “Capriccio spagnolo” si aggiudicò il premio per la miglior fotografia (Lucien Ballard) alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 1935. Ma alcuni dei suoi collaboratori e attori più bravi vinsero l’Oscar come il grande interprete tedesco Emil Jannings per “Crepuscolo di gloria” e lo sceneggiatore Ben Hetch per “Il castigo”.

“La spinta a girare questi film (quelli con Marlene ndr.) – dice Giovanni Buttafava nella monografia dedicata al regista, Il Castoro Cinema, La Nuova Italia, Firenze – è, in ogni caso, indubitabilmente, un impulso erotico, non commerciale. Salvo che in uno di essi (“Blonde Venus”), Sternberg ha dichiarato di riconoscersi in questi film pienamente, di apprezzarli, di averli elaborati più o meno liberamente. Nella sua ‘lotta contro Hollywood’, il gruppo dei film con la Dietrich rappresentano un momento di conciliazione, possibile e fruttuoso perché avvenuto su un terreno d’incontro formidabile: il divismo, proiezione industriale del desiderio. In questo caso, il ‘desiderio’ non è solo quello di massa, sublimato nell’offerta ‘anonima’ di un’immagine esemplare o catartica del partner sessuale, ma anche quello individuale, privato, di un ‘artista-creatore’, individuato precisamente e pubblicamente”.

Josef von Sternberg morì qualche anno dopo aver pubblicato la sua autobiografia, “Fun in a Chinese Laundry” (1965), il 22 dicembre 1969 in California, e solo allora venne considerato ufficialmente “nella mezza dozzina di registi di primissimo piano che si possono contare nella storia del cinema”.

FILMOGRAFIA

1925 The Salvation Hunters
Il delizioso peccatore (finito da Phil Rosen)

1926 A Woman of the Sea (The Seagull)

1927 Le notti di Chicago(Il castigo)

1928 Crespuscolo di gloria
The Dragnet

1929 I dannati dell’oceano
Il calvario di Lena Smith
La mazzata (Thunderbolt)

1930 L’angelo azzurro (in Germania)
Marocco

1931 Disonorata
Una tragedia americana

1932 Shanghai Express
Venere bionda

1934 L’imperatrice Caterina

1935 Capriccio spagnolo
Ho ucciso (da Dostoevskij)
The Fashion Side of Hollywood (doc.)

1936 Desiderio di re

1937 I Claudius (non finito)

1939 Il sergente Madden

1941 I misteri di Shanghai

1943-44 The Town (documentario)

1950 Il pilota razzo e la bella siberiana (uscito nel 1957)
L’avventuriero di Macao

1952-53 L’isola della donna contesa