Alessandro Kokocinski

ALESSANDRO KOKOCINSKI,

QUANDO LA VITA DIVENTA ARTE

Reduce di manifestazioni internazionali alla Casa della Cultura del Governo di Buenos Aires e al Museo Nazionale Cinese di Pechino, dove ha esposto le sue opere per “Italia in Cina”, Alessandro Kokocinski è ora protagonista a Palazzo Venezia in Roma della mostra “La potenza dello spirito” – a cura di Claudio Strinati –, in programma fino al 27 luglio (catalogo Giunti).

  Stavolta il suo tormento e la sua estasi, anzi i suoi sogni/incubi ad occhi aperti, si sono spostati/ispirati al mito, da Medea a Prometeo, da Ganimede ad Andromeda, per soffermarsi su Pulcinella, anima di Napoli, nome greco che significa città nuova. E l’artista percepisce ed esprime proprio questo volto di Napoli, quello del mito popolare che attraversa i tempi e sembra riemergere ogni volta, nei secoli, dentro il volto avvilito e sconvolto della metropoli, assumendo il corpo emblematico del Pulcinella.

  “Sono stanco di vivere nella malinconia, vorrei lasciare il mio corpo per fare il vagabondo…”, scrive Kokocinski – madre russa, padre polacco, tanti anni in Sudamerica, tra Brasile, Argentina e Cile, a Roma fin dagli anni ’70 -, in un grande manifesto posato (dimenticato?) sul pavimento, ai piedi dell’angelo in vetroresina, a sua volta appoggiato a una bicicletta, che accoglie il visitatore/spettatore nella Sala Regia di Palazzo Venezia.

  Al centro del salone, la monumentale installazione dedicata a Giordano Bruno sul rogo, circondato dai suoi angeli infissi come lui fra sbarre, reti e catene. Intorno, lungo le pareti e all’interno di edicole, i grandi dipinti (2 metri x 1 ½) ispirati al mito. Tutti quadri realizzati lungo gli ultimi sei mesi, «lavorando come un pazzo», confessa l’instancabile artista dall’avventurosa esistenza.

  Di nuovo a Roma, dopo “Trasfigurazione” del 2003 – nel refettorio quattrocentesco dello stesso Palazzo Venezia -, una grande installazione a metà tra un polittico e una scenografia teatrale (alle radici della sua arte e ancora oggi da lui spesso frequentata), con sculture dipinte in vetroresina che mostravano il dissolversi della carne (ora in mostra a Tarquinia, nell’Auditorium di San Pancrazio, e inclusa nel catalogo); dopo “Angeli” del 2005 a Castel Sant’Angelo, dipinti su tela e carta, sculture vere e proprie, altorilievi, sculture policrome su legno trattato con rame, piombo e resine acriliche in cui sembravano fondersi tutte le arti, tra forme e colori; Kokocinski ritorna (quasi) in pieno alla pittura. E lo fa come una volta, a olio su tela, ispirandosi al mito e ai maestri che più ama, da Goya a Velàzquez, ma non solo.

  I grandi personaggi tragici della mitologia classica, spesso spezzati, mutilati, dispersi sembrano emergere dal buio più fitto, dal nero incontaminato dello sfondo che sembra inghiottirli. E, all’improvviso, la luce squarcia spietata l’oscurità, i colpi di colore – più ‘leggeri’ di prima -rianimano le mitiche figure trasformandole, dando loro nuova vita.

  La sua pittura sconvolge e al tempo stesso seduce, ci trascina. La sua arte è sì visionaria, ma in bilico tra realtà e sogno, tra vita e morte, tra felicità e tragedia, tra caduta e resurrezione, tra tormento ed estasi, appunto.

  “Kokocinski nelle sue opere più recenti – si legge nella presentazione di Strinati – spinge in avanti la sua idea costante di un’arte ispirata dai tormenti e dalle estasi che percorrono le umane vicende alternandosi e sovrapponendosi in un andirivieni incessante. Sempre più chiaro è il conflitto che anima questi quadri e queste sculture. Urti violenti su scabre superfici si affiancano a voli eterei e sognanti dove il peso della forma sembra scomparire e l’opera d’arte sembra la catarsi di tutti i mali del mondo…

  Il colore anzi è diventato più chiaro e quasi trasparente e la classicità viene evocata persino con una attitudine alla distorsione e al grottesco. Ultimamente si è così immerso nell’orizzonte del Mito greco e sono apparsi i personaggi celeberrimi di Ganimede, di Medea, di Prometeo, di Andromeda, di Venere e Amore, di Orfeo e Euridice. Ma è ricomparso anche un altro personaggio mitologico ma di diversa mitologia, Pulcinella”.

  A chiudere/riaprire la mostra è il trittico Stabat Mater di Alberto Sughi, un reciproco omaggio tra i due artisti, tra i due amici, tra i due maestri.

  “L’impatto dell’arte di Kokocinski è effettivamente sconvolgente – aggiunge il curatore della mostra -, e forte è in lui l’argomento del destino che l’autore stesso sente come tragico e felice insieme. Ma proprio qui si annida l’idea di un possibile realismo completamente sganciato dal passato e pure memore della grande tradizione che permette di annoverare Kokocinski non tanto in un gruppo di artisti, che di fatto non esiste, ma in una direzione nuova, una specie di terza via rispetto all’astrazione e alla verosimiglianza. Una terza via che è impossibile definire in maniera circostanziata ma che esiste e permette di accostare l’esperienza di Kokocinski a quella di altri maestri attivi oggi in Italia e fuori d’Italia che non hanno mai acconsentito a ritorni al passato e nemmeno hanno mai acconsentito a forme di epigonismo delle avanguardie del Novecento.

   Uno di questi maestri è Alberto Sughi e una sua opera cospicua è presente a fianco di quelle di Kokocinski come un reciproco omaggio che due pittori, in forte sintonia tra loro ma stilisticamente assai diversi, hanno inteso fare in una occasione del genere… Ne scaturisce un evento espositivo in cui etica, passione civile e politica, e puri valori artistici sono tutti elementi compresenti e reciprocamente integrantisi. Sfila quindi davanti ai nostri occhi un nuovo capitolo di un artista come Kokocinski da sempre generosamente impegnato in una vera e propria battaglia per la sua arte e un nuovo capitolo di un artista dalla carriera lunga e importante quale quella di Alberto Sughi, che ha voluto dialogare da par suo con un intervento ricco anche questo di forte passione e di forza comunicativa, appunto nel comune culto di un’arte nutrita di antico e radicalmente moderna nei suoi contenuti e nelle sue aspirazioni, che molti potranno e vorranno condividere”.

  Ma è illuminante anche quello che lo stesso Kokocinski dice a proposito  della sua nascita: “Il mio arrivo in questo mondo fu in un momento doloroso dell’umanità, figlio di guerrieri in fuga e di grandi dolori, ma allo stesso tempo di grandi ideali e speranze…

  La mia nascita fu accompagnata da uno stato fisico comatoso, la febbre e la dissenteria mi stavano riportando dal Creatore. Ormai in fin di vita accadde uno dei tanti miracoli che hanno accompagnato la mia avventurosa esistenza.

  Chissà per quali strane circostanze un dottore proveniente dal Cile (il paese in cui avrei vissuto il sogno utopistico di una società libera, interrotto dal tragico colpo di stato dell’11 settembre 1973 e dove è nata mia figlia Maya) ordinò di darmi un cucchiaio di farina abbrustolita con un po’ d’acqua. E, se avessi passato la notte… ed eccomi qua in questo mio cammino terreno”.

  E, infatti, la sua è l’arte di una vita, anzi la vita trasformatasi in arte, un miracolo al tempo stesso tragico e gioioso.

  “Vivo un bellissimo destino – dichiara Kokocinski -, tragico e felice insieme, perché ho avuto l’occasione di crescere e di formarmi alla dura accademia della vita. Concedendomi anima e corpo alla Musa dell’azione creativa, testimone privilegiato del nostro tempo, da perfetto apolide che sono. E come vuole la Storia è morto lungo i fiumi…”

José de Arcangelo

 

Palazzo Venezia, Sala Regia, via del Plebiscito 118.

Orario: tutti i giorni 10,30-19,30, chiuso il lunedì

Fino al 27 luglio. Ingresso libero.