Il massacro delle colonie italiche a Costantinopoli

IL MASSACRO DELLE COLONIE ITALICHE A COSTANTINOPOLI

1182

  L’odio che nel 1182 spinse i greci a compiere un massacro nei quartieri latini di Costantinopoli, aveva origini lontane.  Il risveglio dell’Europa era avvenuto da tempo; le sanguinose scorrerie dei popoli barbari, che l’avevano devastata per secoli, erano state fermate nella seconda metà del X secolo. Ottone I il Grande, re di Germania, aveva definitivamente sconfitto gli Ungari nella battaglia di Lechfeld  -10 agosto 955- e il terribile popolo di pastori e guerrieri predatori nomadi, calato dall’Asia profonda e per mezzo secolo terrore dell’Europa, ritiratosi nella Pannonia, era diventato sedentario, aveva imparato a lavorare la terra e abbracciato il cristianesimo. Sedentari erano diventati anche i normanni e l’avanzata musulmana si esauriva nel Mediterraneo e retrocedeva nella Spagna davanti alla riconquista cristiana. Di nuovo i campi venivano coltivati; nelle città fortificate l’artigianato prosperava e la crescita demografica prendeva nuovo impulso.

  Il generale sviluppo toccava le punte più alte nelle repubbliche marinare italiane, dove il veloce incremento dell’economia era dovuto principalmente al perfezionamento delle tecniche di navigazione che facilitava l’interscambio mercantile con i paesi d’oltremare. L’intraprendenza dei mercanti genovesi, veneziani, pisani, amalfitani e di altre città minori della costa italiana, li portava alla ricerca di nuovi mercati sempre più lontani. La concorrenza era aspra e la lotta per il predominio scatenò guerre che si protrassero per anni, scenario delle quali spesso furono le stesse città straniere il cui mercato si tentava di monopolizzare. Basta ricordare l’attacco compiuto dai veneziani al quartiere genovese di Costantinopoli nel 1170, di cui abbiamo parlato.1 Tra i mercati più ambiti, un posto di rilievo spettava alla capitale dell’impero bizantino che non aveva mai smesso di ritenersi capitale dell’impero romano, né di chiamare romani i suoi cittadini e che mal sopportava la crescente preminenza mercantile latina.

  Costantinopoli era l’affascinante capitale di un impero in decadenza che sonnecchiava sulla propria passata grandezza, raffinata e corrotta e soprattutto incapace di contrastare il materialismo rampante dei rudi occidentali, i cui barbari costumi disprezzava, ma la cui travolgente intraprendenza temeva. Se non fossero state sufficienti le ragioni materiali, il clero si adoperava per aggiungere quelle spirituali, condannando come eretici i latini e chiamandoli seguaci del papa. Con il potere economico cresce il potere politico, come la storia insegna, e i privilegi concessi alle colonie latine da Manuele I Comneno ne offrono validi esempi. I rapporti di Manuele con i latini, veneziani in primo luogo, ma anche pisani, genovesi e famiglie feudali del nord d’Italia come i Monferrato, videro alterne vicende.

  Manuele, grande rivale del Barbarossa, non rinunciò mai al sogno di unire l’Oriente e l’Occidente sotto il suo trono e non esitò ad allearsi o a intrigare -si ricordi la cattura e prigionia di Cristiano, arcivescovo di Magonza e arcicancelliere di Federico Barbarossa, a mano di Corrado di Monferrato-2 con chi poteva aiutarlo a realizzare questo sogno. Per garantirsi le alleanze fu costretto a fare molte e grandi concessioni, ma seppe anche usare la mano dura e in modo assai gravoso: ne è prova l’arresto e la carcerazione di tutti i veneziani nel marzo del 1171, dopo il loro altezzoso rifiuto di pagare i danni arrecati con l’attacco dell’anno prima al quartiere genovese. Le ragioni del palazzo erano inaccessibili al popolino e s’ignorava il fatto che la presenza delle colonie italiane fosse un fattore positivo per l’economia della città; contava solo che gli stranieri erano troppo ricchi, troppo superbi e troppo tenuti in considerazione dal Basileus e per di più, eretici.  Nel 1180, la morte sorprese Manuele e lo sorprese nel vero senso della parola: bruciato dalla febbre e prossimo alla fine, continuava a ripetere di essere tranquillo poiché gli indovini gli avevano predetto che avrebbe vissuto ancora quattordici anni e sarebbe presto potuto tornare alle sue avventure galanti che tanto amava. Lasciava l’impero al figlio undicenne Alessio e la reggenza alla moglie, Maria di Antiochia.

  In poco tempo Maria dimostrò di non avere la tempra del governante e compromise ancora la propria situazione e quella del figlio nominando protosebasto3 un nipote del defunto imperatore di nome Alessio Augusto, giovane prestante, con grandi doti per brillare nelle feste di palazzo e nessuna per occupare l’alta carica di cui era investito. Rapidamente la bellissima Maria si guadagnò l’avversione dello stesso popolo che al suo arrivo, vent’anni prima, aveva conquistato con la propria grazia e cominciò a essere chiamata spregiativamente “la straniera”. La sua colpa, oltre a essere discendente di crociati, era quella di cercare l’appoggio delle influenti colonie italiane residenti in città; appoggio che l’augusto marito non aveva esitato a procurarsi pagandolo con lucrosi privilegi. Nella corte correvano voci che il bel protosebasto nutrisse ambizioni di usurpare il trono sposando Maria e che lei lo assecondasse nelle sue aspirazioni.

  Tra i molti nemici dell’imperatrice figurava Maria Porfirogenita4, figlia di primo letto di Manuele, donna forte e audace che detestava la matrigna e insieme al giovane marito, il cesare Ranieri di Monferrato, cospirò. L’intrigo fu scoperto e Maria, Ranieri e gli altri congiurati furono costretti a rifugiarsi in Santa Sophia, ben provvisti d’armi per resistere al sicuro attacco delle forze imperiali. Attacco che non si fece attendere e che trasformò i portici della chiesa in campo di battaglia. Il patriarca Teodosio che, come il resto del clero e il popolo, appoggiava gli insorti dovette intervenire di persona per fermare i combattimenti. Il popolo reagì scandalizzato davanti al sacrilego assalto alla cattedrale. In quel clima di aperta ostilità verso il governo, l’imperizia del protosebasto lo spinse a esiliare in un monastero il patriarca, colpevole di essersi schierato a favore dei congiurati. Il popolo si recò in massa al monastero dove il patriarca era segregato e tra acclamazioni lo riportò a Santa Sofia. Il governo perfezionò la propria sconfitta graziando Maria Porfirogenita e i suoi compagni.

  Manuele I aveva un cugino che in vita gli aveva arrecato non pochi grattacapi. Si chiamava Andronico e sembrava toccato dalla mano di un dio. Era bello, atletico, prode paladino e di grande carisma. Nella corte bizantina era una seducente e ingombrante figura; amato dalle donne e ammirato dai giovani che ne imitavano l’eleganza. La sua intelligenza e la sua ambizione erano pari alla sua spregiudicatezza. Diede scandalo per gli amori con donne della propria famiglia; fu accusato, forse a torto, di voler uccidere il cugino imperatore che finì per imprigionarlo. Dalla prigione tentò due volte la fuga, la seconda con successo. Ebbe parecchi incarichi nelle province, dove veniva inviato fondamentalmente per allontanarlo da Costantinopoli. La sua vita fu una successione di avventure e scandali amorosi; Manuele provava per lui un tenace affetto, i due erano stati molto vicini fin dall’infanzia, e più volte lo perdonò. Infine gli fu concesso un dorato ritiro nella città di Oianaion, luogo meraviglioso dove dimorò con l’amante Teodora, vedova di Baldovino III di Gerusalemme e sua cugina. Con lei aveva menato una vita errabonda, ospite di diversi principi, molti dei quali musulmani. La relazione con la cugina e l’amicizia con gli infedeli gli valse la scomunica, punizione che non modificò in alcun modo il suo stile di vita. Nell’agitata capitale, il ricordo della sua personalità iniziò a colmarsi di connotati salvifici. Maria Porfirogenita gli inviò messaggi pregandolo d’intervenire; verso di lui puntavano le attese dei nobili risentiti e del popolo in cui frustrazioni e rancori si andavano tramutando in pericoloso nazionalismo. Soltanto lui, il valoroso Andronico, avrebbe potuto liberare Bisanzio dall’odioso governo della “straniera” e salvare l’impero dalla cupidigia degli occidentali.

  Andronico aveva sessantatre anni, ma la sua natura non era cambiata e la mai del tutto assopita ambizione di salire sul trono si risvegliò. Da uomo saggio, seppe aspettare il suo momento; lasciò che i figli partecipassero ai complotti della principessa Maria e si mostrò preoccupato per la sorte dell’erede Alessio, circondato da cattivi consiglieri, e per quella dell’impero in mano a un governo inetto e succube dello straniero. A metà del 1182, quando i tempi furono maturi, lasciò il ritiro di Oianaion e mosse verso Costantinopoli con un esercito di barbari. Al suo passaggio il popolo giubilante lo acclamava come il suo eroe e inutili erano i tentativi di arrestarlo compiuti dai governatori fedeli all’imperatrice. Non ci riuscì neppure il generale Andronico Angelo, inviato al comando delle truppe imperiali che, dopo essere stato sconfitto, passò dalla sua parte. L’inarrestabile marcia lo portò a piantare le tende di fronte a Costantinopoli, nei pressi di Calcedonia, sulla riva asiatica del Bosforo.

  La flotta agli ordini del megaduca Alessio, parente dell’imperatore, che avrebbe dovuto sbarrargli il passaggio dello stretto disertò e Andronico, ormai padrone della situazione, inviò dall’accampamento un ultimatum al governo. Esigeva che fosse sostituito il protosebasto, che l’imperatrice si ritirasse in un convento e che il potere passasse nelle mani del giovane Alessio. Gli insorti arrestarono il protosebasto e lo consegnarono ad Andronico che lo fece evirare e accecare. Nobili e popolani attraversavano il Bosforo soltanto per contemplare il loro eroe, impazienti di vederlo entrare in Costantinopoli. Andronico, tuttavia, temporeggiava: era pericoloso avventurarsi nella capitale dove stanziavano i varanghi5 dalle accette, pronti a difendere la reggente che contava sull’appoggio delle potenti colonie latine. Egli dando, ancora una volta, prova della sua abilità e della capacità di servirsi di ciò che il momento gli offriva, seppe sfruttare il rancore verso gli stranieri che covava in seno al popolo: fece circolare voce che i latini si preparavano a lanciarsi sui greci e, come aveva previsto, queste dicerie furono sufficienti a scatenare l’inferno.

  Molti latini, al corrente della congiura, fecero in tempo a imbarcarsi su quarantaquattro galee che sostavano nel porto e fuggirono; altri, insieme alle loro famiglie, fecero altrettanto su alcune navi: furono i pochi fortunati che evitarono la morte o la schiavitù. Quelli rimasti nella capitale videro piombare su di loro la furia selvaggia del popolino greco. Non furono vittime inermi, diedero mano alle armi e si difesero strenuamente, ma la superiorità numerica e la spietatezza degli avversari ebbero la meglio.

  La folla inferocita incendiò le case con intere famiglie dentro; la stessa sorte subirono le chiese dove tanti si erano rifugiati; chi usciva, fuggendo le fiamme, veniva fatto a pezzi sulle strade. Il clero incitava la marmaglia a scovare monaci e sacerdoti della Chiesa Romana che venivano in seguito uccisi tra orribili tormenti. Oltraggiosa, oltre a crudele, fu la sorte del cardinale Giovanni, inviato della Santa Sede: gli venne tagliata la testa e, legata alla coda di un cane, fu trascinata per le vie di Costantinopoli tra lo scherno della plebaglia. Le tombe furono profanate e i cadaveri trascinati per piazze e strade. La turba assalì l’ospedale di San Giovanni, trucidando senza pietà gli infermi ricoverati. Alcuni monaci e sacerdoti greci venivano pagati per stanare chi si era nascosto e che una volta scoperto veniva spietatamente ucciso, non senza che prima chi lo aveva individuato avesse riscosso la ricompensa pattuita. Sterminare totalmente le comunità latine presenti a Costantinopoli non era impresa possibile, neanche a un popolo inferocito e senza remore di misericordia; molti ebbero salva la vita, ma pagarono la salvezza con la libertà. I latini scampati al massacro, all’incirca quattromila, furono radunati e venduti come schiavi ai turchi, assicurando un buon guadagno a quei greci che si erano mostrati clementi non uccidendoli.

  Le comunità più colpite furono la genovese e la pisana  -più tardi, i genovesi chiesero alle autorità bizantine il risarcimento per gli ingenti danni-, mentre non furono molti i veneziani che perirono perché, dopo i fatti del 1171, la loro collettività si era reintegrata in città soltanto in piccola scala. Le galee e le navi fuggite dal porto erano rimaste non lontane dalla costa; dalle coffe gli uomini assistettero impotenti al massacro e lo sdegno fu tale da spingerli ad abbandonarsi alle stesse scelleratezze inflitte ai loro conterranei. Quarantaquattro galee e numerose navi, con a bordo uomini accecati dalla rabbia e dalla sete di vendetta, costituirono la temibile armata che flagellò le coste del mar di Marmara dal Bosforo ai Dardanelli. Non ci fu città, castello o borgo che non venisse preso d’assalto; incendiarono abitazioni, chiese, cittadelle e quante costruzione trovarono; fecero scempio della popolazione senza distinzione di età o di sesso. Un accanimento particolare fu riservato ai monasteri dove i monaci greci pagarono con usura ciò che era stato fatto ai religiosi latini. I danni materiali subiti nella capitale furono lautamente compensati con i frutti del saccheggio; a fornire la preda più consistente furono i monasteri che custodivano enormi ricchezze in oro, argento, gioielli e panni pregiati, oltre a scrigni colmi d’oro che i cittadini di Costantinopoli depositavano.

  I profughi, proseguendo nella loro devastante marcia, raggiunsero Sefto e Abido, passarono nel Mediterraneo e continuarono, mettendo a ferro e fuoco le coste della Tessaglia. L’armata s’ingrossò con dieci galee prese a Crisopole di Macedonia che si aggiunsero alle molte conquistate nei diversi luoghi razziati; ormai la flotta era diventata di tutto rispetto e le devastazioni e le stragi aumentarono. I fuggiaschi imbarcati sulle navi con mogli e bambini, nauseati di tanto sangue, decisero di lasciare l’armata e deviarono verso Siria; approdarono a Tiro dove raccontarono le loro sventure. L’arcivescovo Guglielmo di Tiro trascrisse nel libro vigesimosecondo della sua Historia il loro racconto, testo di cui mi sono servita per ricostruire i sanguinosi fatti. Due cronisti greci, di cui uno è Niceta Coniate, riportano nelle loro cronache notizie del massacro; i cronisti italiani, invece, inesplicabilmente tacciono e soltanto un pisano, Bernardo Maragone, riferisce  l’accaduto nei suoi Annales pisani.

Gladis Alicia Pereyra

1 Vedi su questa rubrica  il mio articolo “Genovesi e veneziani” Un episodio della lotta per la supremazia nei mercati del levante”

2 Vedi su questa rubrica il mio articolo “Bonifacio I marchese di Monferrato. Prima parte”

3 Protosebasto: prima dignità nella corte di Costantinopoli istituita da Alessio Comneno.

4 Porfirogenito: attributo dei membri della famiglia imperiale bizantina nati da padre regnante, equivalente a una solenne dichiarazione di legittimità. L’espressione significa “generato dalla porpora” e deriva dal fatto che nel palazzo imperiale di Costantinopoli si chiamava sala della porpora quella dove venivano alla luce i principi.

5 Mercenari inglesi e danesi della guardia imperiale.