Il porto medievale di Genova

IL PORTO MEDIEVALE DI GENOVA

La Contrada del Molo

  Abbiamo già accennato all’esistenza intorno al Molo di un conglomerato di costruzioni, in parte  adibite ad abitazione e in parte a botteghe e officine di commercianti e artigiani le cui attività erano legate al mare, nonché di alcuni scali; il più importante traeva nome dalla vicina chiesa di San Marco. Per proteggere questi fabbricati dalle mareggiate si edificò nel 1276 una muraglia al riparo della quale si trovava l’edificio conosciuto con il nome di Palazzolo o Palazzotto dove avevano sede i Salvatori del Porto e del Molo, salvatores portus et moduli, dal volgo chiamati sabarba, sambarba, sabarbarii e sabarbati, forse dal vocabolo arabo “bahr” che significa mare, acqua. Da certi documenti sappiamo che il Palazzolo si trovava di fronte alla piazzetta di San Marco nelle vicinanza del cimitero contiguo alla chiesa.  Sacra a San Marco, la chiesa fu edificata nel 1173 dai fratelli Streggiaporco su un terreno ceduto loro, con un decreto del 26 gennaio dello stesso anno, dai Consoli del Comune al prezzo di cinquanta lire. La chiesa sorgeva allora non lontana dal Ponte dei Legni.

  La prima notizia sui Salvatori del Porto e del Molo ci arriva tramite un documento del 1281 in cui si fa riferimento a un Michele Cabella che ricopriva questa carica. L’istituzione dei Salvatori del Porto e del Molo risale senza dubbio a data anteriore e compito di questi funzionari era vegliare sulla salvaguardia del porto e del molo, con facoltà d’innalzare o abbattere costruzioni varie, secondo il loro arbitrio, nella zona che comprendeva il porto, il molo e la darsina.

  Una parte della contrada era riservata ai marinai più esperti, chiamati in alcuni documenti bene docti in arte marittima.  Questi marinai avevano il compito di soccorrere le navi che si trovavano in difficoltà al momento di entrare nel porto e quelle che agli ormeggi nello stesso erano pericolanti a causa del mare grosso. Per la loro funzione, oltre al diritto di abitare in quella zona, godevano di una serie di franchigie, inclusa l’esenzione dalle tasse, privilegi che perdevano nel caso non adempissero tempestivamente al loro compito.

  Nella Contrada del Molo si trovava l’antica Piazza dell’Olmo platea ulmi straleriorum come recano alcuni documenti del 1235 e 1276. La Piazza era anche chiamata semplicemente platea straleriorum, dalla casata che possedeva proprietà nella zona. Nel medioevo ogni città aveva l’albero attorno al quale anticamente si tenevano le assemblee cittadine; albero, generalmente un olmo, che era in certa maniera simbolo della città e che, in sfregio della stessa, i nemici vittoriosi abbattevano.

  Nei pressi del Molo si trovava l’antica Fontanella, situata dal Giustiniani in una piccola strada chiamata Bordigotto e di cui abbiamo fatto menzione, che nel 936 sgorgò per un intero giorno acqua color sangue; prodigio interpretato dai genovesi come presagio di una sciagura, che si avverò  poco più tardi, con l’arrivo di duecento galee di corsari musulmani che piombarono sulla città mettendola a ferro e fuoco. Doveva passare un secolo e mezzo (1087 – 1088) prima che le forze congiunte di Genova, Pisa, Amalfi, Salerno e Gaeta armassero la flotta con cui s’impadronirono di Mahdia, il più grande covo dei pirati saracini che martoriavano le coste italiane.

La Ripa

  Ripa era chiamata la via -oggi Sottoripa-, costruita in data incerta, che si estendeva dalle vicinanze dello scalo di San Marco fino al borgo di Prè, percorrendo un lungo tratto di quella spiaggia arenosa e morbida che abbracciava il porto naturale, dal molo vecchio fino ai piedi del promontorio roccioso della lanterna. Nel 1133, per un lodo consolare, i proprietari di case e fondachi situati lungo l’antica via dovettero costruire un loggiato adibito ad attività commerciali. Questo l’origine dei portici ancora esistenti.

  Le botteghe e i fondachi si raggruppavano secondo i mestieri e davano, per il tratto che occupavano, nome alla via. Ripa dei bancalari, come erano chiamati i falegnami, era la parte più vicina al molo,  denominata anche Ripa dei bottai. Di fronte al ponte di Piazzalunga  c’era la Ripa dei pexarii. Da spadai e coltellinai prendeva nome la frazione situata davanti al Ponte del Vino o dei Coltellieri -poi dei Chiavari-  e all’inizio dello stesso si trovava la Loggia dei Lanieri e quella dell’Arte dei Merciai che nel 1371 fu distrutta da una mareggiata; fu ricostruita in breve tempo e per proteggerla s’innalzò un muro di fronte al mare. Nelle vicinanze c’era la sede dei gabellieri del vino giacché il ponte, come il nome indica, era quello dove attraccavano e scaricavano le vachette  -barche- che trasportavano questo prodotto, in gran parte proveniente dalle Cinque Terre dove si produceva un ottimo vino. Nei pressi del Ponte dei Legni sorgeva la Domus frumentaria detta Raiba o Reba leguminun o Raiba dei lombardi, edificio in cui s’immagazzinavano e commerciavano frumento e legumi e Rebaroli furono chiamati i venditori di legumi. Questa Raiba era chiamata anche Raiba Vecchia o Raibetta per essere più antica e più piccola di un’altra situata vicino alla zecca; le due raibe esistevano già nel XIII secolo, come attestano i cartulari delle gabelle. Accanto alla Raibetta si trovava la Chiappa dell’olio, ambedue bruciarono nel 1398 durante la guerra civile. A fianco della Chiappa dell’olio c’era quella del pesce. Clapa Comunis venduntur pisces come viene nominata in un rogito del 1274 e un altro del 13 febbraio 1164 reca actum in vacuo mercati civitates prope lapides piscium. La parola chiappa in dialetto genovese significa lastra di marmo o di pietra, specialmente di ardesia di Lavagna. Fin da tempi remoti su queste chiappe si esponevano le merci in vendita e, per sineddoche, il termine passò a denominare l’intero mercato. Nella piazza antistante le chiappe dell’olio e del pesce sostavano i venditori di erbaggi e venivano messi alla gogna i rei di certi delitti. La pesca nelle acque del porto era data in appalto al miglior offerente e le retti e altri attrezzi dei pescatori abusivi si bruciavano in mezzo alla Chiappa del pesce. Il danno così arrecato ai trasgressori non era da poco se si pensa  al costo delle reti, molte delle quali erano possedute da più persone messe in società. Sotto i portici della Ripa, dirimpetto alla Chiappa dell’olio, avevano bottega e banchi i venditori d’indumenti marinareschi e di cinture e fasce di seta e di lana, oltre ai commercianti di formaggio.

  Nel 1260 il Capitano del Popolo Guglielmo Boccanegra incaricava frate Oliviero dell’Abbazia di S. Andrea di Sestri di costruire un palazzo per sua dimora. Il palazzo era situato a Nord della Chiappa del pesce, allo sbocco della grande cloaca di Susilia. Due anni dopo, con la caduta di Guglielmo, frate Oliviero continuò la costruzione del palazzo per conto del Comune  che lo avrebbe destinato a sede del Capitano del Popolo e chiamato palatium Comunis Janue de Ripa; più tardi, quando divenne sede della dogana, si chiamò palatium dogane maris . Dal 1451 il palazzo ospitò il Banco di San Giorgio da cui prese il nome che ancora conserva. Sulla sinistra del Palazzo si trovava l’altra raiba, di cui si ha notizia da un rogito del maggio 1281, affacciata sulla Piazza del Ponte del Pedaggio. Da questa piazza, attraverso il vicolo Di Negro, si arrivava alla Piazza dei Banchi o Piazza Marmorea o de Mari -dalle proprietà che la casata aveva nei dintorni- luogo in cui tenevano i loro tavoli i cambiavalute e dove, su una piattaforma di pietra, il cintraco o banditore del comune proclamava le grida. Sulla stessa piazza si affacciava la Zecca del Comune e la loggia di Andrea Usodimare -fatta demolire dai Padri del comune nel 1520- la quale ospitava le botteghe degli orefici.

  Nella parte occidentale della via, in prossimità della chiesa di San Marcellino, sul finire del XII secolo molte famiglie dell’aristocrazia costruirono belle dimore guarnite di alte torri. In quel tratto avevano case, logge e torri, tra altri, gli Spinola, i Pallavicini, i Grimaldi, i Ceba, i Sardena.  Le proprietà dei Gattilusio erano situate nelle vicinanze della Chiesa di San Pancrazio; il casato, che ebbe signorie nell’arcipelago greco, nel XIII secolo contava tra i suoi membri il poeta Luchetto Gattilusio che ricoprì importanti cariche pubbliche e aveva  possedimenti fuori di Porta S. Andrea.

  La via, lodata dal Petrarca, era chiamata Ripa coperta nei tratti in cui correva sotto i portici e Ripa scoperta dove si snodava all’aperto. Era scoperta la Ripa dei coltellinai, dei bancalari; scoperti erano ugualmente alcuni tratti in prossimità dei Ponti del Pedaggio e del Vino. Dalla chiesa di San Marcellino fino al vicolo di fronte alla Chiappa dell’olio era tutta Ripa coperta; era Ripa scoperta invece la parte opposta che dalla chiesa di San Marcellino si estendeva fino alla porta della darsina.

Sotto le botteghe si aprivano scantinati e caverne utilizzate da artigiani e mercanti come depositi nonché officine. Numerose sono le notizie che ci arrivano a proposito di questi locali, molti dei quali erano stati costruiti sotto la via stessa. Ne troviamo alcune già nel XII secolo nel Libro dei Giuri del Comune e in un ordinamento del novembre 1271 in cui si dichiaravano pertinenza del Comune tutte le stanze e caverne situate sotto la Ripa in prossimità della chiesa di San Marcellino. Nei secolo XV seguenti troviamo alcune richieste di autorizzazione per costruire o ampliare cantine sotto la Ripa, presentate da privati o da rappresentanti di Ordini religiosi. In tutte le domande si assicura che i locali saranno coperti con volte in muratura sopra le quali si potrà transitare.

  Lungo la via sotto cui correva il piccolo rivo chiamato Fossatello, esistevano nel 1308 numerose case di legno; la via veniva chiamata carrebus rectus fossatelli; più tardi  prese nome dalla famiglia dei Lomellini che in essa costruì le proprie dimore.

  Tra il Fossatello e la foce del rivo Carbonara spaziava il Campus Sancti Marcellini dal piccolo tempio dedicato al santo. Intorno al 1036 una vasta area del campo era occupata da prati, vigne e terre coltivate; la parte occidentale del Campo si chiamò contrada campi porte Vacarum per la vicinanza con la porta dei Vacca. Il rivo Carbonara era detto anche di Santa Fede dalla chiesa presso cui si riversava nel mare, e di Santa Fede o Porte Vacarum veniva chiamata quella parte della Ripa. In alcune carte questa porzione di Ripa viene denominata ripa machairoliorum. I maccairolii erano artigiani che lavoravano panni di lana di bassa qualità; nella stessa zona avevano le officine gli untori e i cordoanerii,  artigiani specializzati in due rami della conceria. Gli untori lavoravano nella zona chiamata Untoria e in quella del Roso, quest’ultima prendeva nome dall’abitudine dei conciatori di estendere sulle vie il “roso” ossia la corteccia di quercia macinata di cui si valevano per il loro lavoro. I cordoanerii erano conciatori che lavoravano le pelli di capra e agnello alla maniera di Cordova in Spagna.

La Lanterna

 Sul promontorio che sorgeva all’estremità occidentale del porto, da tempi remoti, si accendevano falò alimentati con rami di erica e di ginestra per segnalare, durante la notte, l’imboccatura del porto alle navi in arrivo; da qui il nome di Capo di Faro dato al promontorio.

  L’abitudine di accendere fuochi di segnalazione in determinati luoghi lungo le coste del Mediterraneo risale a tempi lontani e continuò a perdurare dopo l’introduzione delle lanterne alimentate a olio, non sufficienti nelle notti buie a indicare l’ingresso al porto. Ogni nave, per i fuochi di segnalazione, indispensabili per la sicurezza della navigazione notturna, doveva pagare un diritto secondo quanto disposto dal Comune. Il drictum moduli et ignis doveva essere devoluto dai padroni delle navi prima dello sbarco. Ad accendere e mantenere vivi questi fuochi erano nominati custodi stipendiati dal Comune e forti erano le pene per quelli che non adempivano correttamente al loro incarico; a metà del Quattrocento la multa per i custodi distratti ammontava alla somma di cinquanta fiorini. Lungo la costa ligure si accendevano fuochi a S. Stefano, ad Albissola, a Capo di Noli e a Celle.

  Sul promontorio esisteva da tempo imprecisato una doppia torre denominata di Capo di Faro; della     Lanterna si chiamò a partire del 1326, anno in cui, sulla sommità, fu sistemata la lanterna alimentata a olio. In origine la torre era un piccolo avamposto della città che guardava la via romana, munita di uomini armati. A questo servizio erano destinati uomini della valle di Polcevera, mentre quelli di Sestri, Borsoli, Burlo e Priamo, erano tenuti a fornire ognuno un fascio di legna all’anno per alimentare i falò.

  E’ probabile che il fuoco si accendesse non sulla torre ma in basso, su una prominenza esistente all’estremità del promontorio e che dalla torre si facessero soltanto segnali per mezzo di piccoli fuochi. La torre, probabilmente, in origine era una sola e in un secondo tempo si sovrappose la seconda, prendendo l’aspetto con cui appare nello schizzo sulla copertina del Manuale dei Salvatori del Porto e del Molo del 1371. Nel 1318, durante le lotte tra guelfi e ghibellini, i guelfi si asserragliarono nella torre, subito assediata dai ghibellini che non esitarono a scavarne le fondamenta, mettendola in serio pericolo di crollare, i guelfi furono costretti ad arrendersi. I guelfi, cinque anni dopo, si fortificarono nuovamente nella torre, che era stata cinta con due rivellini, dopo  che erano state riparate le mine scavate in precedenza. Le fortificazioni fatte nel 1319 appaiono chiaramente sullo schizzo tracciato sulla copertina del manuale del 1371.

  Nel 1326 sulla seconda torre fu messa la lanterna alimentata a olio. Un’altra fu sistemata sul molo  ma, nonostante i vantaggi di visibilità che la nuova tecnica permetteva, gli antichi fuochi accessi in basso si mantennero fino all’età moderna.

Gladis Alicia Pereyra