George Cukor

Nato a New York il 7 luglio 1899, George Cukor iniziò la sua carriera come regista teatrale sui palcoscenici di Broadway. Ma, dopo l’avvento del cinema sonoro, venne chiamato a Hollywood – come tanti altri colleghi -, proprio quando l’industria cinematografica si dibatteva per trovare una buona riuscita del “parlato” nei film, e soprattutto nei dialoghi.

E Cukor, infatti, debuttò sul grande schermo proprio come direttore dei dialoghi in “River of Romance” (1929) e in “All’Ovest niente di nuovo” (1930), celebre pellicola antimilitarista e pacifista firmata Lewis Milestone.

Il suo grande talento conquistò presto la Paramount che, dopo alcune co-regie, gli offrì l’occasione di esordire come regista con due film di ambiente urbano contemporaneo: “Il marito ricco” e “Girls about Town”, entrambi girati nel 1931. Fu allora che il giovane e sofisticato autore iniziò il lungo sodalizio col produttore David O. Selznick, prima alla stessa Paramount poi alla Rko, per cui realizza “Febbre di vivere”, “A che prezzo Hollywood?” (1932) e “Our Betters” (1933), tutti con tematiche avanzate per l’epoca, quali divorzio, adulterio e confronto fra sessi.

Nonostante il suo insolito debutto, Cukor fece subito dopo una scelta inaspettata: portare sullo schermo “Piccole donne” (1933), un ambizioso progetto di Selznick, nel frattempo passato alla MGM. Il film si rivelò un successo senza precedenti, anche perché il regista seppe trarne una lettura moderna del romanzo dando risalto al personaggio di Jo, la futura scrittrice che se ne andava da casa per recarsi a New York, dove poi sposava uno straniero.

Nacque così un altro importante sodalizio nella carriera del regista, quello con l’inimitabile Katharine Hepburn che dirigerà in tanti film (nove per la precisione), tra cui alcuni capolavori della commedia come “Il diavolo è femmina” (1936), “Incantesimo” (1938), “Scandalo a Filadelfia” (1940), “Prigioniera di un segreto” (1942), “La costola di Adamo” (1949) e “Lui e lei” (1952), gli ultimi tre vedevano l’intelligente attrice in coppia con l’amato Spencer Tracy.

Nel frattempo, Cukor aveva continuato a portare sullo schermo altri grandi classici della letteratura (da Charles Dickens ad Alexandre Dumas) oppure celebri opere teatrali (da Shakespeare a Kanin) e, fra dramma e commedia, si era guadagnato l’appellativo di “regista delle dive” perché, infatti, aveva guidato la mitica Greta Garbo in “Margherita Gautier” (Camille, 1936) e “Non tradirmi con me” (1941); la sfortunata (morì giovanissima all’apice del successo) diva biondo platino Jean Harlow in “Pranzo alle otto” (1933), l’intraprendente Norma Shearer (anche se troppo adulta per il ruolo di adolescente) in “Giulietta e Romeo”; la giovane Joan Crawford in “Volto di donna” (1941), per non parlare della sopraccitata Hepburn e quelle che dirigerà negli anni successivi, fino alla fine della sua carriera, anzi della sua vita.

Infatti, con le dive continuò a lavorare fino all’ultimo, anche se qualcuna disse che “odiava le donne”, data la sua dichiarata omosessualità, fatto allora non solo insolito, ma soprattutto coraggioso. Ma forse proprio per questo aveva una ‘visione’ diversa del mondo femminile e riusciva a tirar fuori il meglio dalle sue attrici, non solo riguardo l’interpretazione, ma anche in quanto donne. Le sue protagoniste non erano le solite belle senz’anima, anzi di anima e personalità ne avevano da vendere.

Altra caratteristica dell’autore americano le tante co-regie e supervisioni per film di altri, oppure i progetti partiti e poi interrotti e/o passati ad altre mani, spesso per disaccordi con la produzione: da “Le avventure di Tom Sawyer” (finito da Norman Taurog) al celeberrimo “Via col vento”, da lui iniziato ma, dopo essere passato ad altri, firmato infine da Victor Fleming, che lo rimpiazzerà anche nel “Mago di Oz”, cominciato addirittura da altri due celebri registi come Richard Thorpe e King Vidor.

Fra lacrime e sorrisi, il prolifico George Cukor affinò il suo ‘tocco’ e aggiornò – man mano fino agli anni Ottanta! -, la sua galleria di personaggi femminili con l’aiuto delle attrici-dive del momento. Oltre la Hepburn, nei primi anni Cinquanta, lanciò un’inimitabile attrice come Judy Holliday con tre film ancora oggi indimenticabili e spesso rifatti: “Nata ieri” (1950) – rifacimento nel 1993 ad opera di Luis Mandoki con Melanie Griffith -; “Vivere insieme” (1952) e “La ragazza del secolo” (1954).

Poi diresse la grande Judy Garland in “E’ nata una stella”, remake, in chiave musicale, del film omonimo di William A. Wellmann (1937), a sua volta ispirato al suo “A che prezzo Hollywood?” e rifatto nel 1976 da Frank Pierson per Barbra Streisand; l’incontenibile Anna Magnani in “Selvaggio è il vento” (1957); la giovane diva in ascesa Sophia Loren in “Il diavolo in calzoncini rosa” (1960), il mito Marilyn Monroe in “Facciamo l’amore” (1960), accanto a Yves Montand –, ma aveva già iniziato le riprese di quel film rimasto incompiuto per la scomparsa dell’attrice, “Something’s Got to Give”; ed Audrey Hepburn nella versione cinematografica del celebre musical “My Fair Lady”, ispirato alla commedia teatrale di George Bernard Shaw, con cui si aggiudicò il suo primo premio Oscar per la regia, un tardo omaggio all’autore che aveva fatto vincere le agognate statuette a Ingrid Bergman, per “Gaslight – Angoscia” (1944), e Judy Holliday, a James Stewart e Rex Harrison, a Ronald Colman e tanti altri suoi collaboratori.

Ora è in preparazione il rifacimento di un altro suo celebre film, “Donne”, appunto, che sarà diretto da Diane English con un cast multistellare, ovviamente, tutto al femminile, tra cui spiccano (al momento) Eva Mendes e Meg Ryan.

Cukor è stato il solo regista a imporre un personaggio di donna nuova in un periodo e in un’industria cinematografica dove regnava lo stereotipo e la sottile (ma non troppo) censura del codice Hays. Ad ostentare la figura della donna moderna contrapponendola a quella romantica, convenzionale ed edulcorata, o addirittura alla vamp mangiauomini, unico esempio ‘permesso’ al cinema perché negativo e da ‘punire’.

Dalla metà degli anni Sessanta, il regista continuò comunque a lavorare saltuariamente – l’età avanzata è un ostacolo non trascurabile non solo a Hollywood, visto che le assicurazioni non pagano in caso di malattia o morte del ‘director’ -, anche producendo lui stesso le pellicole, fino agli anni Ottanta.

La sua sofisticata ironia, la sua elegante spregiudicatezza e il suo graffiante umorismo hanno ispirato e ispirano ancora i giovani autori, non ultimo George Clooney che, passando alla commedia, con il recente “In amore niente regole” gli rende omaggio, insieme all’altro grande della commedia anni Quaranta-Cinquanta, Howard Hawks.

Tornando alla sua opera, del 1969 è “Rapporto a quattro” (Justine), tratto dal “Quartetto di Alessandria” di Lawrence Durrel, mentre del 1972 è il delizioso “In viaggio con la zia”, con una sorprendente Maggie Smith, rilettura cinica e corrosiva del romanzo di Graham Greene. Due tv-movie – erano i primi tentativi di dare dignità e qualità alla fiction, da noi se ne occupava la Rai – per la grande Katharine Hepburn: “Amore fra le rovine” (1975), con un altro grande come Laurence Olivier, e “Il grano è verde” (1979).

Ambiziosa, e in parte deludente, la prima coproduzione Usa-Urss, “Il giardino della felicità” (1976), seconda trasposizione del testo teatrale di Maurice Maeterlinck, con – tra gli altri – Elizabeth Taylor, Jane Fonda, Ava Gardner e una giovanissima, anzi bambina, Patsy Kensit.

Il suo ‘fresco e irreverente’ testamento è “Ricche e famose” (1981), ritratto spietato di due amiche-nemiche, con le dive anni Settanta Jacqueline Bisset e Candice Bergen, la quale sembra prenderà parte al rifacimento di “Donne”.

Un ‘director’ a tutti gli effetti, un autore nel modo in cui a Hollywood era possibile (permesso) fare, il cui talento è stato riconosciuto – come di solito – nei tardi anni Sessanta e soprattutto da colleghi-autori internazionali del calibro di Ingmar Bergman ed Eric Rohmer, e forse per questo il “grande vecchio del cinema” riuscì a lavorare ancora, quasi fino alla fine dei suoi giorni; infatti, morì a Los Angeles il 24 gennaio 1983, quando aveva la stessa età del Secolo.

Proprio in questo periodo al Museo del Cinema di Torino è in programma “Il cinema è femmina. Omaggio a George Cukor”, organizzato da Schermi d’amore – Verona Film Festival.

FILMOGRAFIA

1931 Il marito ricco

1932 A che prezzo Hollywood?; Febbre di vivere; Labbra proibite; Une heure près de toi; The
Animal Kingdom

1933 Our Betters; Pranzo alle otto; Piccole donne

1935 Davide Copperfield

1936 Il diavolo è femmina; Giulietta e Romeo; Margherita Gautier

1938 Incantesimo

1939 Zaza; Donne; Via col vento (iniziato da lui e finito da Victor Fleming)

1940 Peccatrici folli; Scandalo a Filadelfia

1941 Volto di donna; Non tradirmi con me

1942 Avventura all’Avana; Prigioniera di un segreto

1943 Resistance and Ohm’s Law (c.m.)

1944 Angoscia; Winged Victory

1948 Doppia vita

1949 Edoardo, mio figlio; La costola di Adamo

1950 L’indossatrice; Nata ieri

1951 Mariti su misura

1952 Vivere insieme; Lui e lei

1953 L’attrice

1954 La ragazza del secolo; E’ nata una stella

1956 Sangue misto

1957 Les Girls; Selvaggio è il vento

1960 Il diavolo in calzoncini rosa; Facciamo l’amore

1962 Sessualità; Something’s Got to Give (incompiuto)

1964 My Fair Lady

1969 Rapporto a quattro

1972 In viaggio con la zia

1975 Amore fra le rovine (tv-movie)

1976 Il giardino della felicità

1979 Il grano è verde

1981 Ricche e famose