Enrico Dandolo

ENRICO DANDOLO

  Il 1 giugno 1192 veniva nominato doge di Venezia Enrico Dandolo. Succedeva al defunto Orio Mastropiero che nel 1187 era riuscito a strappare a Isacco II Angelo, basileus di Bisanzio, tre crisobolle  mediante le quali Venezia riacquistava tutti i privilegi di cui era stata privata da Manuele I Comneno, in seguito alla distruzione del quartiere genovese di Costantinopoli compiuta dai veneziani nel 1170. Una quarta crisobolla del 1189 aveva concesso di annettere al quartiere veneziano sul Corno d’Oro i vicini quartieri francese e germanico, poco frequentati da mercanti di questi paesi, con tutti i fondachi e le banchine per gli attracchi. L’annessione significava per la Serenissima un reddito annuo di 50.000 libbre d’oro. Venezia, da parte sua, s’impegnava a difendere con la sua flotta Bisanzio da ogni aggressione, cristiana o pagana che fosse. Isacco Angelo si era anche impegnato a pagare, in sei quote annue, le rimanenti 1400 libbre d’indennizzo per i beni confiscati nel 1171 ai veneziani. In quell’anno, con la promessa di  restituire a Venezia il monopolio commerciale nell’impero, Manuele Comneno aveva attirato nei suoi domini i veneziani che erano tornati in patria l’anno precedente, dopo aver rifiutato di pagare i danni arrecati ai genovesi con la distruzione del loro quartiere. I veneziani erano accorsi in gran numero, senza sospettare che si trattava di un tranello teso da Manuele per punire la loro arroganza e il 12 marzo 1171, a prova dell’efficienza dell’amministrazione bizantina, tutti i veneziani presenti nei territori imperiali  furono incarcerati. La confisca dei loro beni si calcola ammontasse a 400.000 iperperi, somma considerevole che insieme alla perdita dei mercati orientali rappresentò un duro smacco per Venezia. Se le relazioni con Bisanzio si erano ricomposte nell’ultimo decennio e stavano attraversando una fase tale da non destare grandi preoccupazioni nel nuovo doge, non poteva dirsi altrettanto di quelle con Pisa; la situazione che si andava creando tra le due potenze marinare nella gara per monopolizzare il commercio bizantino, sarebbe sfociata da lì a poco in guerra aperta. Un altro motivo d’inquietudine per il nuovo doge era la lotta ingaggiata da Enrico VI, che da meno di un anno occupava il seggio del Sacro Romano Impero, contro il normanno Tancredi, re di Sicilia, per la corona dell’isola. L’unione della corona germanica con quella siciliana, avversata da Innocenzo III, avrebbe potuto mettere a rischio l’indipendenza di Venezia. La partecipazione nel 1194 della flotta genovese e, in minor misura, di quella pisana alla spedizione di Enrico VI nel sud d’Italia che lo avrebbe portato al trono siciliano, non fece che accrescere i timori veneziani. Dalla parte dei Balcani si rafforzava la minaccia ungarica sulla costa dalmata, mentre un’ondata secessionista scuoteva la Serbia e la Bulgaria costringendo il basileus Isacco Angelo a mobilitare l’esercito contro i ribelli, scendendo in campo di persona alla testa delle truppe imperiali.

  Questa era la situazione internazionale in cui doveva districarsi il nuovo doge. Enrico Dandolo,  nato nel 1107, al momento della sua nomina aveva ottantacinque anni, era figlio di Vitale, anche lui uomo di stato e nipote di Enrico, patriarca di Grado. A dar credito ai cronisti, avrebbe avuto in moglie Felicita, figlia di Pietro Bembo, procuratore di San Marco. Una procura del 1183, conservata nell’archivio di S. Zaccaria, ci rivela invece che la moglie, forse sposata in seconde nozze, si chiamava Contessa. Se il nome e l’identità della moglie non sono sicuri, è certo che ebbe quattro figli: Ranieri, Vitale, Marino e Fantino, che fu secondo patriarca di Costantinopoli e una figlia. Il Dandolo, uomo intelligente e sagace, di grande forza e carisma, nei molti incarichi ricoperti prima di arrivare al dogato si era arricchito di una larga esperienza, riguardante soprattutto i rapporti con Bisanzio, essendo stato più volte ambasciatore a Costantinopoli. Secondo alcuni autori moderni fu bailo a Costantinopoli, ma sembra che nel XII secolo questa carica non esistesse ancora. Fu ambasciatore a Ferrara e uno degli elettori che nominarono doge Mastropiero. Nel 1171 fece parte della spedizione condotta da Vitale II Michiele contro Bisanzio in risposta alle carcerazioni dei veneziani residenti nei territori dell’impero.1 Durante quella disastrosa impresa che costò la vita a tanti veneziani, il Dandolo si recò a Costantinopoli, insieme ad altri due ambasciatori, nel tentativo di ottenere un’udienza dall’imperatore Manuele I Comneno al fine di stabilire trattative miranti alla liberazione dei prigionieri. Il basileus, sicuro che il tempo giocava a suo favore, lasciava gli ambasciatori senza risposta, nell’attesa di una sua decisione. Durante quest’attesa accaddero i fatti che privarono parzialmente della vista Enrico Dandolo. Cosa successe di preciso non si sa. Secondo alcune versioni Enrico sarebbe stato abbacinato2 per ordine di Manuele, altre invece sostengono che la semi cecità fu causata da una ferita alla testa ricevuta durante una rissa. Certo è che il futuro doge tornò a Panagia, dove si trovava l’accampamento veneziano, a mani vuote  -l’imperatore non aveva ricevuto l’ambasceria- e menomato nell’uso della vista. L’odio che da quel momento il Dandolo nutrì per i bizantini avrebbe trovato nella quarta crociata tremendo sfogo.

  Nell’aprile 1195, durante la campagna in Bulgaria, Isacco II cadde vittima di una congiura capeggiata dal fratello maggiore Alessio Angelo; fu accecato e portato a Costantinopoli dove fu imprigionato insieme al figlio Alessio. Il fratello fu proclamato imperatore con il nome di Alessio III. Il nuovo basileus continuò la politica del fratello di apertura verso Pisa e Genova, che tra il 1191 e il 1192 avevano riavuto i privilegi di cui godevano prima che fossero espulse nel 1182 dal tiranno Andronico, quartieri e pontili per le navi compresi. Questo mutamento nella politica verso i   concorrenti, suscitò le proteste veneziane. Alessio non si limitò a ignorare il malcontento dei veneziani, ma ordinò ai suoi esattori di esigere loro tutte le tasse di cui erano esenti in virtù delle crisobolle d’Isacco. I pisani, intanto, attaccavano le navi dei veneziani nel mar di Marmara e compivano incursioni contro il loro quartiere sul Corno d’Oro, finché i veneziani cominciarono a sospettare che dietro quella serie di attacchi ci fosse la mano dell’imperatore, che nulla faceva per impedire le aggressioni. La situazione continuò a deteriorarsi fino a degenerare in guerra aperta tra Venezia e Pisa. Gli scontri in Italia tra le due repubbliche cessarono grazie all’intervento di Enrico VI, ma continuarono in territorio bizantino. Nel 1196 una flotta veneziana si fermò ad Abido all’ingresso dei Dardanelli, allora chiamati Bocca d’Abido, allo scopo di proteggere le navi mercantili veneziane dagli attacchi pisani. Enrico Dandolo, che riteneva la presenza della flotta un’inutile provocazione -non era chiaro se l’obiettivo fosse di fermare gli attacchi pisani o di costituire una sorta di avvertimento per Costantinopoli- ordinò ai comandanti di tornare in patria, ma questi si rifiutarono di obbedire.

  Enrico Dandolo, grazie alla lunga esperienza nei rapporti con i bizantini – era tornato nuovamente a Costantinopoli nel 1184, sempre in veste di ambasciatore- sapeva che per ottenere qualcosa dai basileus la strada migliore era la diplomazia e la pazienza. Gli imperatori amavano ricevere gli inviati stranieri nella fastosa sala delle udienze e metterli in soggezione con lo sfarzo della corte e un atteggiamento di condiscendente superiorità. Ai pragmatici occidentali questi comportamenti facevano sorridere, ma i veneziani sapevano quanto fosse necessario assecondare il basileus in questo gioco alquanto puerile. Il doge si comportò con Alessio III come l’esperienza gli consigliava e, dopo lunghe trattative e scambio di ambasciatori, nel 1197 riuscì a raggiungere i suoi scopi: Alessio siglò una crisobolla che confermava l’alleanza difensiva tra Costantinopoli e la Serenissima. Il trattato prevedeva, come in passato, l’impegno di Venezia di soccorrere con la sua flotta Bisanzio, nel caso fosse attaccata da nemici cristiani o pagani e come contropartita le venivano riconfermati tutti i privilegi già accordati con la crisobolla di Isacco II del 1187. C’erano alcuni aggiornamenti e precisazioni che non figuravano nei trattati precedenti; tra le precisazioni, vale la pena ricordare la lista di tutte le regioni, città, porti e isole dove il trattato avrebbe avuto vigore che, a eccezione delle province sulla costa del mar Nero, comprendeva la quasi totalità dei territori dell’impero. Questa lista sarebbe servita a veneziani e crociati nel 1204, dopo l’instaurazione dell’Impero Latino di Oriente, nella spartizione dei territori conquistati.

  L’occasione di mettere da parte la diplomazia e far parlare le armi, arrivò per Enrico Dandolo con una richiesta dei baroni francesi che organizzavano la quarta crociata, indetta da Innocenzo III nel 1198. I delegati dei crociati, tra cui il cronista Goffredo di Villehardouin, arrivarono a Venezia nella primavera del 1201,  alla ricerca di un accordo per ottenere una flotta con cui trasportare l’oste in Terrasanta. Dandolo li accolse con tutti gli onori e offrì loro la soluzione che cercavano. Quel che successe dopo è noto, ma vale la pena ricordare i momenti salienti della campagna che deviò la quarta crociata e la portò a conquistare Costantinopoli, perché tutti i momenti decisivi videro sempre tra i protagonisti il quasi centenario Enrico Dandolo.

  Nel giugno del 1202 l’esercito crociato si era fissato appuntamento a Venezia, dove lo aspettava la più splendida flotta che mai avesse solcato il Mediterraneo. Il numero delle navi era quello stipulato, lo stesso poteva dirsi dell’equipaggiamento, i viveri per le truppe e il foraggio per i cavalli; i veneziani avevano mantenuto gli impegni e si aspettavano altrettanto dai crociati, ma questi non furono in grado di onorarli e quella parola non mantenuta fu l’inizio della rovina di Costantinopoli e della vendetta di Dandolo.

  I crociati arrivarono in numero molto inferiore a quello necessario per riempire una tale flotta e soprattutto per pagarne interamente il nolo. Il doge, dando prova della sua abilità nel trarre profitto da situazioni difficili, offrì ai cavalieri di saldare il conto con il frutto delle prime conquiste, in cambio  i crociati avrebbero dovuto aiutarlo a riconquistare Zara che si era messa sotto la protezione del re di Ungheria. I  comandanti della spedizione accettarono nonostante il divieto del papa di attaccare città cristiane. Dandolo decise allora di partecipare personalmente alla crociata con cento galee e arrivò all’accordo con i crociati di spartire a metà con i veneziani le future conquiste. In una toccante cerimonia tenutasi nella chiesa di San Marco Enrico Dandolo chiese e ottenne il consenso dal popolo veneziano, riunito in arengo, di partecipare alla crociata e lasciare il figlio a rimpiazzarlo nel governo della città durante la sua assenza. Inginocchiato in lacrime davanti all’altare maggiore ricevette la croce di Soldato di Cristo che gli fu cucita sul berretto da doge, affinché si vedesse da lontano; molti suoi conterranei, presi dalla generale commozione, seguirono l’esempio e i posti vuoti sulle navi furono occupati.

  Espugnata Zara, non senza contrasti tra i crociati, si decise di passarvi l’inverno; fu allora che entrò in scena Alessio Angelo, figlio del deposto Isacco, inviando messi ai crociati con la richiesta di aiuto per riconquistare il trono usurpato al padre in cambio di un’enorme ricompensa. E’ probabile che il doge, prima dell’arrivo dei messi, avesse avuto notizie sulla venuta  in Occidente del principe bizantino e del suo soggiorno a Hagenau presso la corte di Filippo Hohenstaufen, di cui era cognato, dove sicuramente aveva incontrato Bonifacio di Monferrato, comandante della crociata. Non è facile immaginare che un conoscitore come il Dandolo delle vicende bizantine, abbia ritenuto possibile che una tale ricompensa venisse pagata; quali siano stati i motivi che lo spinsero a deviare la crociata non appaiono chiari; l’idea della conquista, tuttavia, non sembra fosse ancora maturata in lui.

  Nelle cronache del Villehardouin e di Roberto di Clari -due protagonisti degli eventi- Dandolo appare come il vero capo della crociata; nonostante la guida sia collegiale e il ruolo di comandante di Bonifacio di Monferrato piuttosto nominale, nelle decisioni la parola del doge è sempre decisiva. Decisiva fu la sua presa di posizione nel conflitto tra il marchese di Monferrato e Baldovino di Fiandra per il possesso di Salonicco, come decisivo fu il suo appoggio a Baldovino nella corsa per la corona dell’appena nato Impero Latino di Oriente. Alcuni storici sostengono che i francesi avrebbero voluto imperatore il Dandolo, ma i veneziani si sarebbero opposti; Villehardouin, tuttavia, non ne fa menzione e dice chiaramente che i candidati al seggio imperiale erano due: Bonifacio di Monferrato e Baldovino di Fiandra.

  Prova della sua tempra e della sua straordinaria forza fisica per un uomo della sua età, Enrico Dandolo la diede durante il primo assalto alle mura di Costantinopoli quando, armato di tutto punto sulla prora della sua galea, ordinò che lo facessero scendere e, portando lo stendardo di San Marco, corse per primo verso le mura  sfidando i dardi e le pietre nemiche. Di fronte al coraggioso gesto del loro doge, i veneziani che non osavano lasciare le navi, intimoriti dalla furiosa difesa bizantina, furono costretti a mettere piede a terra e andare all’attacco. L’ardimento del Dandolo diede come risultato la presa di quella parte delle mura; la vista dello stendardo di San Marco, sventolante su una torre, rincuorò gli uomini dell’esercito francese e, nonostante le esigue forze, tennero testa alle schiere del basileus, uscito ad affrontarli. Alessio III che non era un prode, davanti alla determinazione del nemico fece un ignominioso dietro front, inseguito dalle lance dei francesi. Un’altra dimostrazione di coraggio e resistenza fisica il Dandolo la diede guidando, insieme a Goffredo di Villehardouin, la ritirata delle truppe imperiali verso Rodestoc, dopo il disastro di Adrianopoli dove l’imperatore Baldovino cadde prigioniero del bulgaro Kalojan. Nella spartizione dell’impero a Venezia toccarono i 3/8 dei territori, ma più dei territori e delle ricchezze conquistate per Enrico Dandolo contava la soddisfazione di essersi vendicato dei bizantini.

  La casata dei Dandolo, di antichissime origini e di cui Enrico fu la personalità di spicco, diede a Venezia quattro dogi. Secondo alcune carte notarili, Enrico esercitò il commercio a Rialto in società con il fratello Andrea, in corrispondenza con Costantinopoli e Alessandria d’Egitto. Il suo ampio palazzo, per il quale sembra abbia fatto spedire marmi da Costantinopoli, era situato sul Canal Grande e arrivava fino al campo di San Luca.

  La presa di Zara valse ai veneziani la scomunica di Innocenzo III;  provvedimento che non ebbe alcun’influenza sulla determinazione del Dandolo di portare avanti la spedizione, né sui rapporti dei veneziani con l’esercito francese e con i  prelati che accompagnavano la crociata.  Innocenzo rivide la sua decisione e tolse la scomunica pochi mesi prima della morte di Enrico Dandolo avvenuta tra la fine di maggio e la prima quindicina di giugno del 1205. Il doge fu sepolto nella chiesa di Santa Sofia, sembra in un sarcofago di marmo con sopra scolpite le insegne di San Marco e il corno ducale. Secondo alcuni cronisti c’era scritto un epitaffio che, dopo la riconquista di Costantinopoli da parte dei greci, un imperatore fece sostituire da una pietra bianca in circostanze di tensione con Venezia. Dove fosse piazzato il monumento non si sa con certezza; secondo alcune versioni  sarebbe stato collocato nell’atrio o nel portico; secondo Snudo, il sepolcro si  sarebbe trovata nella cappella dei veneziani. Oggi, nella parte centrale della galleria gineceo, nello spazio un tempo riservato alla corte greca, si trova una lapide recante l’incisione “Henricus Dandolo”.

Gladis Alicia Pereyra

 

1 Vedere nella sezioni Articoli di questa rubrica “Genovesi e veneziani. Un episodio della lotta per la supremazia nei mercati del Levante”

2 Antico supplizio che consisteva nell’accecare avvicinando agli occhi una bacinella rovente.