Suggestione e fascino dell’Ottocento italiano

SUGGESTIONI E FASCINO DELL’OTTOCENTO ITALIANO ALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE

  Una mostra sull’Ottocento nell’arte, un secolo pieno di cambiamenti socio-politici che influenzarono, ovviamente, anche l’arte e soprattutto la pittura, la quale proprio perciò è stata poi un po’ trascurata, e vittima di un singolare ostracismo da parte della critica nel Novecento. Da una parte perché, trattandosi di un periodo di transizione, le cosiddette scuole e/o tendenze erano di breve durata e non sempre prese in considerazione come avrebbero meritato; dall’altra perché un po’ eclissate da precedenti e successive epoche d’oro, oltre che dagli avvenimenti.

  Alle Scuderie del Quirinale in Roma, dal 29 febbraio (e fino al 10 giugno 2008), è in corso la mostra “Ottocento – Da Canova al Quarto Stato”, a cura di Maria Vittoria Marini Clarelli, Fernando Mazzocca e Carlo Sisi.

  “Ottocento: per la prima volta una mostra dedicata alla pittura dell’Ottocento in Italia – si legge nella presentazione dell’evento – che racconta la nostra storia con un taglio e in una prospettiva di grande arte europea.

  Non si può dimenticare che il secolo in cui l’Italia conquistò la sua libertà e l’indipendenza nazionale, l’età cioè del Risorgimento, sembrò però segnare la perdita dell’antico primato, quando per secoli la civiltà e la cultura italiana avevano dominato il mondo. Se il melodramma, con Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi, Puccini, fu e rimarrà universale, nel campo artistico solo lo scultore Canova, all’inizio del secolo, e i pittori Boldini e Segantini, alla fine, hanno goduto di una vera fortuna internazionale.”

  Un’esposizione che ci fa scoprire o riscoprire artisti e opere, alcune celeberrime come Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo (realizzata a cavallo tra i due secoli e completata nel 1901) che è stata usata, riprodotta e citata non solo in campo artistico, ma soprattutto in quello socio-politico lungo l’intero Novecento, infatti è proprio il quadro che chiude la mostra; altre, se non proprio sconosciute, rimaste tali perché in collezioni private oppure esposte all’estero.

  Ma le Scuderie del Quirinale ospitano circa 100 capolavori selezionati da Maria Vittoria Marini Clarelli (Soprintendente alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma), Fernando Mazzocca e Carlo Sisi (i maggiori studiosi dell’arte del secolo XIX e già curatori delle mostre dedicate ai Macchiaioli  ‑ ed alcuni quadri sono presenti anche ora ‑ e a Boldini che hanno riscosso un eccezionale successo di pubblico e di critica), “per illustrare quanto moderno e sorprendente possa essere il nostro Ottocento”.

  Ritratti, autoritratti (sorprendente quello di Pellizza da Volpedo), nudi femminili, opere divenute proverbiali come  Il Bacio di Francesco Hayez, le malinconiche scene familiari, l’indimenticabile Canto di uno stornello di Silvestro Lega, le smaglianti tavolette (su cui svetta l’incanto dei Bagni della Rotonda Palmieri di Giovanni Fattori) o lo stesso Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, sono stati chiamati a raccolta dai maggiori musei e dalle collezioni private più esclusive, per restituirci “con rinnovata meraviglia le passioni, tra speranze e delusioni, di un paese in lotta per la propria indipendenza e per la creazione di una società più giusta.”

  Una mostra, dunque per conoscere e soprattutto da gustare. Uno spettacolo tanto suggestivo e affascinante quanto le opere di Hayez, tra cui sono da segnalare, oltre il Bacio, Consiglio della Vendetta (1851), conosciuto anche come Le veneziane, carico di mistero e seduzione, che ripropone in modo nuovo, anzi moderno, una Venezia tra bellezza, intrighi e decadenza, ma anche la Malinconia (nota pure come Un pensiero malinconico, 1842), simbolo delle inquietudini (e di qualcosa di più) dell’uomo contemporaneo, oppure il nudo della Venere, sotto le sembianze della ballerina Carlotta Chabert. Ma non vanno dimenticati altri misconosciuti come Il bagno pompeiano di Domenico Morelli (1861) che racchiude in sé reale e surreale, luce e ombra, candore e sensualità; le opere di Giovanni Andrea Carnovali detto il Piccio che usa l’olio in modo particolare, dando ai suoi quadri non realistici delle sfumature quasi eteree, di solito ottenute con il disegno o con gli acquarelli. A questo proposito vedi per esempio Aminta rinviene tra le braccia di Silvia (1835-1838 circa). Da non sottovalutare un “piccolo” Fattori come In vedetta (1872), che sembra un fotogramma del film “Il deserto dei Tartari” di Valerio Zurlini, tratto dal romanzo omonimo di Dino Buzzati, realizzato un secolo dopo.

  E poi Segantini, Morbelli, Nomellini, Previati, Lega, Induno che sono solo alcuni dei nomi dei protagonisti di questo secolo complesso, tutti presenti nella mostra con capolavori (e non), “a testimoniare la grandezza e la modernità, assolutamente europee, di una grande stagione della pittura italiana”.

  Per evocare meglio il percorso artistico del secolo XIX, alcune sculture – di artisti del livello di Canova, Tenerani, Bartolini, Vela, Duprè, Cecioni, Gemito, sino a Medardo Rosso – fanno da grandi testimoni, strategicamente dislocati negli snodi principali, alle diverse sezioni in cui è divisa la mostra.

  Infatti, l’esposizione si svolge in periodi storici cronologici attraverso le diverse sale e nei due piani del palazzo. A questo proposito vi proponiamo una sorta di riassunto/rielaborazione della brochure. Ad apertura, e insieme a chiusura monumentale della rassegna, ritroviamo l’opera simbolo, la Maternità di Gaetano Previati, un capolavoro scomodo e, in un certo senso, ancora indecifrabile. In alto, salendo le scale, il Quarto Stato. Sulla Balconata, i due pugilatori di Antonio Canova, Creugante e Damosseno, iniziati nel 1795 e terminati tra il 1801 e il 1806, ispirati ai due colossi della piazza del Quirinale, che presero il posto nei Musei Vaticani dei marmi antichi trasferiti a Parigi.

  Al primo piano “Dall’età napoleonica all’Unità d’Italia”: la pittura nei primi anni del secolo cerca di percorrere strade nuove alla ricerca di una bellezza diversa, originale rispetto a quella convenzionale delle Accademie. Vengono privilegiati gli esempi di eroismo e di virtù tratti dalla storia antica in nome di un’arte impegnata a migliorare l’individuo e la società.

  Poi, negli anni della Restaurazione e del ritorno degli antichi sovrani, l’Italia perde con la morte di Canova, nel 1822, un simbolo, ma non il primato nel campo della scultura. La pittura, invece, trova nel clima europeo della Milano romantica, di Stendhal e del Manzoni, del periodico (quindicinale) “Il Conciliatore” e dei primi moti risorgimentali, la forza di cambiare.

  Con il Romanticismo si afferma, dopo, un nuovo sentimento della natura che supera le convenzioni del paesaggio ideale nobilitato dai riferimenti alla mitologia o alla storia. Durante gli anni Trenta torna protagonista il nudo, dove i riferimenti mitologici o letterari diventano solo dei pretesti per dispiegare le seduzione di una bellezza contingente e moderna. Verso la fine del decennio esplodono le polemiche contro le Accademie e le critiche alle convenzioni della pittura storica. Il genere, su cui il primo Risorgimento aveva riposto tante speranze nella convinzione che attraverso gli esempi del suo passato l’Italia potesse rigenerarsi e creare le basi dell’unità nazionale, entra in crisi sia nei contenuti che nella forma.

  Il Bacio di Hayez, presentato all’esposizione di Brera nel 1859 che festeggiava l’ingresso a Milano di Vittorio Emanuele II e Napoleone III, deve la sua immediata popolarità e la successiva fortuna a un senso di mistero prima legato al suo significato politico, l’atto d’amore da cui stava allora nascendo la nuova nazione, poi allo straordinario coinvolgimento con cui quell’atto è rappresentato. Non è un caso se la magia irreale della sua luce e dei suoi colori hanno poi ispirato il maestro Luchino Visconti, nel 1954, per il suo capolavoro “Senso”.

  Questo periodo della storia d’Italia, nei primi anni dell’Unità trova i suoi migliori interpreti in pittori di genere come i lombardi Domenico e Gerolamo Induno, o i Macchiaioli toscani.

  Si passa infine al secondo piano, dove ci aspettano gli anni del “Dopo l’Unità d’Italia”. Il ventennio che vede realizzarsi l’Unità riconosce la propria fisionomia artistica nelle poetiche del vero le quali, in diverse ma analoghe declinazioni, riflettono la cultura democratica prevalente in quegli anni. La scelta progressista di studiare la realtà in tutti i suoi aspetti coincide, infatti, con la generale inclinazione dello spirito dei tempi verso l’indagine “positiva”. Le scuole artistiche, sorte in antitesi alle Accademie, diventano espressione di un momento unitario il cui risultato è il temporaneo superamento delle diversità regionali a favore del dibattito comune sul principio di verità e sulla funzione sociale dell’artista.

  La Mostra, organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo, è promossa dal Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali, dalla Regione Lazio, dalla stessa Azienda Speciale Palaexpo e dalla Fondazione Roma, sotto l’alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana. Per informazioni e prenotazioni, singoli, gruppi e laboratori d’arte tel. 0639967500, scuole 0639967200. Orari: da domenica a giovedì ore 10.00-20.00, venerdì e sabato 10.00-22.30.

 José de Arcangelo